11 febbraio

 

 

(Osservatore Romano)

 

«Ma veniamo al centro e alla sostanza del problema. La sostanza è questa: il principio prima enunciato dell’autonomia originaria dello Stato e della Chiesa cattolica, implica, per un rigore logico che non consente evasioni, tutta una serie concatenata di conseguenze, che ci porta come sbocco fatale all’altro principio della bilateralità necessaria della disciplina dei rapporti fra le due società». Così si esprimeva il 21 marzo 1947, intervenendo nel dibattito in corso nell’assemblea costituente sulla questione della regolamentazione dei rapporti fra Stato e Chiesa in Italia, un grande giurista, fine politico e credente adamantino: Giuseppe Dossetti. Il quale aggiungeva poco dopo: «Qui, onorevoli colleghi, nel riconoscimento della necessità di una disciplina bilaterale delle materie di comune interesse, è la vera separazione fra Chiesa e Stato, la vera indipendenza reciproca, la vera laicità, la vera libertà di coscienza».
 
Queste espressioni, tratte da un lungo discorso di raffinata abilità politica ma soprattutto di alto rigore giuridico, risultano opportuna memoria nel giorno in cui ricorre l’ottantanovesimo anniversario della stipula dei Patti lateranensi: l’11 febbraio 1929. Perché la ricorrenza coincide, quest’anno, con l’entrata in vigore della Costituzione datasi dall’Italia rinata a democrazia, nella quale i principi illustrati da Dossetti vennero consacrati tra i «principî fondamentali» del testo costituzionale, e segnatamente in quell’articolo 7 nel quale si afferma l’indipendenza e la sovranità dello Stato e della Chiesa cattolica ciascuno nel proprio ordine, e conseguentemente si dispone la disciplina bilaterale dei relativi rapporti, con specifico richiamo, appunto, ai patti firmati nel palazzo del Laterano.
 
Con gli occhi della storia si può dire che i benefici effetti della soluzione allora adottata a larghissima maggioranza, preconizzati da Dossetti, si sono effettivamente prodotti nell’evolversi della vita del paese. Nonostante le profonde trasformazioni sociali, culturali, istituzionali e anche giuridiche conosciute dall’Italia in un settantennio, la formalizzazione di quel duplice principio della distinzione e della collaborazione ha generato nel tempo esiti positivi e vitali nel corpo sociale e nella vita democratica.
 
Innanzitutto ha favorito la crescita di una separazione non ostile, ma collaborativa, che ha fatto cadere residui di giurisdizionalismo pure ancora esistenti, allora, nell’ordinamento italiano; ma anche tentazioni possibili di confessionalizzazione della politica o di politicizzazione della religione. Dunque una indipendenza reciproca non formale, non di facciata, ma reale, che ha permesso senza confusione di ruoli una sana collaborazione a vantaggio della persona umana e dell’intera società. Le attività sviluppate via via dalla Chiesa e dai cattolici italiani, hanno così contribuito a realizzare concretamente e a rafforzare quei valori di solidarietà e di sussidiarietà che rappresentano tra le punte più alte del grande progetto ideale racchiuso nella carta fondamentale della Repubblica italiana.
 
Poi il consolidamento di una laicità vera, sana, aperta, non ideologica; una laicità che non significa laicismo, cioè contrasto e scontro col fatto religioso, ma comprensione del significato che la religione ha per l’uomo e per la collettività. Una laicità che pone lo Stato e le istituzioni pubbliche in un atteggiamento di doverosa imparzialità di fronte alle diverse credenze e differenti posizioni ideologiche; ma che riconosce la rilevanza pubblica della religione; che proprio in ragione dell’imparzialità si preoccupa, senza sostituirsi alle istituzioni religiose, di garantire gli strumenti e gli spazi perché i credenti possano vedere soddisfatte le proprie esigenze d’ordine religioso e spirituale. E in siffatto contesto ideale e normativo la Chiesa ha potuto, senza impedimenti, svolgere il servizio all’uomo e all’intera comunità umana che le è proprio.
 
Quindi la garanzia del diritto di libertà religiosa a livello individuale, collettivo e istituzionale. Una libertà religiosa che nel vivo dell’esperienza giuridica ha mostrato nel tempo la propria rilevanza in una pluralità di ambiti, di rapporti, di fatti. E in effetti le pattuizioni concordatarie hanno potuto essere riviste nel 1984, per un aggiornamento in risposta alle nuove esigenze, non nel quadro di logiche di potere, ma venendo incontro alla necessità di porre al centro della relazione pattizia l’altissimo principio della immunità della coscienza da coercizioni esterne, da assicurare a ognuno nella ricerca e nella sequela della verità.
 
In definitiva la storia ha attestato la bontà delle scelte operate nel 1929 e confermate nel 1948, attraverso strumenti giuridici di diversa valenza: il Trattato, rivolto al passato, diretto a risolvere una volta per tutte la questione della indipendenza della Santa Sede nell’esercizio della sua missione spirituale nel mondo; il Concordato, guardante al futuro, cioè a una comunità umana che vive nel tempo e nel tempo cresce e si trasforma, ponendo sempre nuove urgenze e necessità anche sul terreno della missione cui la Chiesa è chiamata.