8 SETTEMBRE, UNA DATA CHE ANCORA DIVIDE L’ITALIA

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Durante l’estate del 1943 Badoglio assicurò allo Stato Maggiore e alle autorità italiane che le cose non sarebbero cambiate, e che la guerra contro gli anglo-americani sarebbe proseguita ad oltranza. In realtà, non stava andando affatto così : le trattative – segretissime – avviate con i vertici politici e militari nemici, determinarono le condizioni per firmare l’Armistizio. Un Armistizio senza garanzie reso noto tramite messaggio radiofonico, il quale condusse l’Italia, le sue forze armate e la sua popolazione verso una guerra civile e fratricida.

Mentre il re e alcuni membri del neo-governo lasciavano subdolamente la capitale per riparare a Brindisi scortati dagli Alleati (altri si rifugiarono in Vaticano) e abbandonando tanta gente al proprio destino, i tedeschi procedettero ad una progressiva occupazione dell’area centro-settentrionale della penisola, lasciandosi dietro una serie di massacri compiuti ai danni di chi – civili e soldati – si oppose alla prosecuzione del conflitto. L’esercito italiano, divenuto oggetto di direttive effimere o lasciato privo di ordini da parte degli alti comandi, sbandò paurosamente e visse una vera e propria tragedia umanitaria. Il Reich imprigionò e deportò in Germania circa 600.000 militari, mentre gli episodi di aperta resistenza ebbero per gran parte protagonisti i civili (uno dei primi, avvenuto a Roma presso Porta San Paolo, provocò numerose ritorsioni ai danni di cittadini inermi), ora mai privi del supporto delle forze armate che si stavano disgregando. Le ripercussioni dell’8 settembre ridussero l’Italia ad un campo di battaglia e a terra di occupazione per eserciti stranieri, e come sappiamo, la scia di sangue che si portò dietro quel lungo conflitto durò sino ad oltre il 25 aprile 1945, giorno di Liberazione.

Il dramma che colpì il nostro paese a seguito della seconda guerra mondiale fu di natura militare, certo, ma si trasformò anche e soprattutto in uno scontro sociale e politico. E le “cicatrici” non si sono ancora rimarginate. Salò, la Resistenza, la fuga di Vittorio Emanuele III e il voltafaccia ai danni dei tedeschi del ’43 è ancora oggi, in piena era post-ideologica, motivo di discussione e di rinfacci reciproci tra varie correnti di pensiero. Tuttavia, lo scontro è diventato soprattutto emotivo, tramandato da quegli antenati che scelsero di stare da una parte o dall’altra pagando talvolta un durissimo prezzo. Tali divisioni sono state in parte superate, ma hanno lasciato tracce indelebili nella storia recente d’Italia, la quale, per via di decisioni in politica estera scellerate e condizionate da impulsi cervellotici e totalitaristi, dovette affrontare anni durissimi e sofferenze incalcolabili.

Il dato certo è che il paese non poteva permettersi una guerra di così vaste proporzioni perché non aveva mezzi e capacità, e tutto ciò che ne conseguì, vedi l’abbattimento del regime, fu dovuto quasi esclusivamente alla volontà di porre fine ad anni di fame e distruzione. Benché le neo-insediate istituzioni avessero in un certo senso perso l’onore e fossero passate dalla parte degli Alleati in un batter d’occhio, c’era da render conto a milioni di italiani : cosa dire a quelle decine di migliaia di famiglie che quasi ottanta anni fa persero i loro cari mandati a combattere nei ghiacci russi e presso altri fronti europei con scarpe di pezza, abbigliamento inadeguato e armi vecchie di decenni? Riportiamo, semmai ce ne fosse bisogno, alcune cifre riviste e ricalcolate : nel secondo conflitto mondiale i soldati italiani caduti o morti nei lager furono circa 320.000 (di cui solo 90.000 appartenenti all’Armir, in missione ad est). A questi vanno aggiunte le 130.000 vittime civili, per un totale di almeno 450.000 unità (più dell’1% dell’intera popolazione!). I numeri sopra citati non hanno bisogno di commenti.

Quali giustificazioni per tutta una serie di campagne di guerra trasformatesi in una lotta impari con la consapevolezza che avrebbero esposto ad una carneficina milioni di abitanti e decine di migliaia di soldati distintisi ugualmente per dignità e coraggio? Seppur adottando modalità bislacche e che sono rimaste impresse per i tempi e le sorprese suscitate nel paese, la necessità di dire stop al conflitto preluse al desiderio irrefrenabile di pace e di ricostruzione della stragrande maggioranza della popolazione e di ciò che rimaneva delle istituzioni. Il vero motivo per cui vennero sovvertiti i poteri – le cui prime avvisaglie si manifestarono il 25 luglio ’43 con la sfiducia a Mussolini votata dagli stessi membri del Gran Consiglio – fu fondamentalmente la manifestazione concreta di acquisire un ruolo diverso e positivo nella comunità internazionale. Il nuovo ruolo di un paese che 72 anni fa ripudiò la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (articolo 11 della Costituzione italiana).