ACHILLE O LA TARTARUGA? IL PARADOSSO DI MILANO

 

 

Michela Barzi
(Arcipelago Milano)

 

Il sindaco Sala, di ritorno dalla conferenza C40 -Togheter4Climate di Parigi dove dodici metropoli mondiali hanno firmato la Fossil-Fuel-Free Streets Declaration, lancia il suo appello per una città più lenta. «La velocità di Milano non può essere messa in discussione neanche per un attimo, se con questo si intende la sua capacità di essere pronta e reattiva alle sollecitazioni che vengono dal mondo che la circonda e al quale vuole intensamente appartenere. In molti, però, sono legati ancora a un’idea di velocità figlia di un progresso che è stato proprio del secolo scorso. La velocità ad ogni costo è d’impronta futurista che, mi pare, ha contribuito a modellare sistemi politici di cui non sentiamo la mancanza.

(…) Il punto di partenza è l’ambiente. Nessuno ha la formula magica. Ma non c’è dubbio che il simbolo della velocità del ‘900, l’auto di proprietà, ha un futuro da ripensare. Il successo dello sharing è talmente travolgente da ricordarci la velocità con cui le tecnologie di sostituzione si sono imposte in tutto il mondo. (…). Noi crediamo che non esista una possibilità sola e che per costruire un futuro a misura d’uomo, di donna, di giovane e d’anziano, anche i tempi della città (senza mettere mai in discussione quella flessibilità che è propria del nuovo mondo) debbano essere rimodulati, anche a più riprese». (1)

La Milano Achille deve quindi imparare ad essere tartaruga, se si vogliono rimodulare i tempi della città in senso più consono ai bisogni della natura umana. I danesi, che si stima essere il popolo più felice al mondo, hanno una parola per esprimere il concetto: hygge (la pronuncia assomiglia a qualcosa come hüga), grosso modo corrispondente alla rilassatezza propedeutica a una sana quotidianità. Ma – domandiamoci – esso è compatibile con il modo in cui funziona una metropoli come Milano, dove il complicato rapporto tra tempo, spazio e denaro non ha mai smesso di esserne il basilare elemento propulsore?

Così lo descriveva Georg Simmel nel 1903 «Grazie alla natura calcolabile del denaro, una nuova precisione, una certezza nella definizione di identità e differenze, una chiarezza nei contratti e negli accordi si sono venute determinando nelle relazioni degli elementi della vita – proprio come nelle sue manifestazioni esterne questa precisione è stata causata dalla diffusione universale degli orologi da taschino. Tuttavia, le condizioni della vita metropolitana sono insieme causa ed effetto di questa caratteristica: le relazioni e gli affari dell’individuo metropolitano tipico sono generalmente così complessi e vari che senza la più rigida puntualità nelle promesse e nei servizi, l’intera struttura rovinerebbe in un caos indicibile.

Dopo tutto, questa necessità è causata dalla agglomerazione di un numero di individui tanto ingente, e con interessi tanto disparati, che essi devono integrare le loro relazioni e le loro attività in un organismo altamente complesso. Se a Berlino tutti gli orologi sui campanili e ai nostri polsi dovessero improvvisamente segnare un tempo diverso, anche per una sola ora, tutta la vita economica e la rete delle relazioni economiche dell’intera città verrebbe spezzata per un lungo periodo.

Inoltre un fattore puramente esteriore in apparenza, le lunghe distanze, farebbe di ogni attesa e di ogni appuntamento mancato uno spreco di tempo male impiegato, così, la tecnica della vita metropolitana è inimmaginabile senza l’integrazione la più puntuale di ogni attività e delle relazioni reciproche nel quadro di una tabella oraria che sia stabile e impersonale».(2)

Nella descrizione di Simmel il tempo nella vita di una metropoli è dominato dalla economia del denaro. Quindi, se il tempo è una funzione del denaro, come ben sappiamo dal vecchi adagio, è sul secondo termine che si dovrebbe agire per rendere meno incalzante il primo. Molto più facile a dirsi che a farsi, soprattutto se contemporaneamente continua ad essere vero ciò che scriveva Dickens nel 1854 (e che inverte i termini della funzione di cui sopra): è il tempo che viene a fare affari in città e vi appende ovunque il suo simbolo (3).

Ora fermiamo per un istante le lancette dell’orologio e posizioniamoci in una certa strada di Milano dove guarda caso è appena stata aperta una coffee house (così ha definito il locale uno dei suoi gestori e francamente la sua traduzione italiana in caffè suona fuori tempo massimo) che si ispira al concetto danese di vita rilassata poco sopra descritto. Lo spazio è disseminato di comode sedute, ampi tavoli e supporti dove si può appoggiare il proprio pc portatile, svolgere un po’ delle individuali occupazioni informatiche, oppure chiacchierare con gli amici, prendere qualcosa da bere o da mangiare in un orario compreso tra le otto di mattina e le sei di sera.

Niente musica, solo un rilassato brusio di fondo. Cool, esclamerebbe l’hipster di turno pur non essendo il cliente tipico di quel bar diverso dal solito. Non così la pensano gli abitanti del condominio (guarda caso quello dove ho casa io) a cui l’idea di avere gente che sosta per dieci ore al giorno nei pressi della loro abitazione sembra un oltraggio alla nozione consolidata di tempo dedicato al lavoro rigidamente distinto da quello in cui è consentito prendersi una pausa. Cosa diavolo fa tutta quella gente lì mentre gli altri vanno a lavorare?

Mi rendo conto che non si possa fondare un paradigma dell’idea milanese del tempo che scandisce la vita della città su questo piccolo, insignificante esempio. E tuttavia esso mi sembra in grado di mettere in luce il fatto che nella vita di una metropoli essa abbia molto a che fare con il modo in cui la velocità di stampo futuristico ha forgiato la personalità dei suoi abitanti. I quali sono generalmente molto inclini ad avere la propria auto sotto casa ma non delle persone che impiegano il loro tempo – e di conseguenza il loro denaro – per rilassarsi un po’ tra una corsa e l’altra.

Auguri caro sindaco, la strada intrapresa è molto lunga e irta di difficoltà.