Affascinante perché inattuale. Dante nelle conferenze di Vittorio Sermonti

 

 

Roberto Righetto
(Osservatore Romano)
 
Sono tre i recenti casi di divulgazione della Divina Commedianelle piazze, nelle chiese, in radio e tv che si sono imposti al grande pubblico. L’esempio più strepitoso e folgorante è certo quello di Roberto Benigni, autore di performance che hanno rivelato un volto diverso dell’istrione, certo non raffinato ma capace di profondità inaspettate. Clamoroso poi il successo in termini di audience. Meno convincente, anche se apprezzabile nello sforzo, quello di Franco Nembrini, più propenso a dare spazio alle proprie suggestioni che alla lezione di Dante. Si intuisce che è innamorato di Dante e sinceramente cerca di trarne lezioni per l’uomo e la donna di oggi, soprattutto i giovani, ma si lascia prendere troppo dalla foga. Come ha scritto giustamente il critico del Corsera Aldo Grasso riferendosi a un suo programma su Tv2000, «Dante è duro e severo e ci vuole durezza e severità per capirlo. È un’operazione delicatissima, che non si può fare alla buona». Così, a nostro parere il più apprezzabile, in grado davvero di compiere un’alta divulgazione, di unire fedeltà al grande classico e capacità di farne capire l’attualità con toni misurati, è stato Vittorio Sermonti.
 
Ora del narratore e saggista l’editrice Garzanti manda in libreria un libro postumo, L’ombra di Dante (Milano, 2017, pagine 254, euro 20), ove sono raccolte alcune sue conferenze dedicate alla Commedia. A più riprese Sermonti, che ci ha lasciato nel 2016, si scaglia contro la tendenza prevalente nella scuola italiana di alleggerirsi della presenza di Dante nei programmi, pensando così di svecchiarsi. E questo accade «mentre in tutto il mondo si fa sempre più conto di quel vecchio libro misterioso che è la Divina Commedia e lo si traduce in un numero incredibile di lingue». Tanto che ormai gli studi su Dante si dividono equamente fra inglese e italiano. 
 
Perfino nei romanzi (The Dante Club di Matthew Pearl) che nei film (Seven con Brad Pitt e Kevin Spacey) il riferimento al Sommo Poeta è sempre più frequente. Ma Sermonti ce l’ha anche con il recente uso scolastico di tradurre nell’italiano di oggi le terzine dantesche, anche in questo caso pensando di realizzare un’operazione moderna. Si crede infatti che agli studenti sia oggi inaccessibile il linguaggio di Dante. Non la pensa così il nostro autore: «Interporre fra ragazzo e poesia una pretraduzione semplificata e normalizzata, elettivamente adibita a ripristinare la prosa mentale che avrebbe preceduto nel poeta la coazione a versificare, è oltraggioso tanto per la poesia quanto per il ragazzo».
 
Sermonti però si guarda bene dal lanciare solo strali. Le sue lezioni ammaliano perché sono un inno alla bellezza della Commedia, a partire proprio dalla sua inattualità: «Non c’è forse — dice — grande narrazione dell’umanità più refrattaria della Divina Commedia a risolversi in formule visive». E nell’epoca del dominio della civiltà dell’immagine, in cui gli studenti sono immersi sin dalla nascita, ciò sembra un paradosso. 
 
In realtà, sottolinea sempre Sermonti, anche nella sua inattualità consiste il suo fascino, tenendo poi presente che l’orizzonte culturale di Dante non esclude certamente la formulazione di immagini: «La Commedia cattolica non si ricusa all’immaginazione di immagini, alla visione di visioni». Sermonti, che si definisce laico e «frastornato da dubbi come tutti», è però ben cosciente della rilevanza dell’elemento spirituale nella vita di ciascuno di noi anche in quest’epoca postmoderna, tanto da sentirsi in dovere di specificare, a un certo punto del libro: «Magari il peccato originale, la colpa senza responsabilità, il male irredento innocente di esser venuti al mondo condannati a morte, fosse una vecchia intimidazione di secoli bui! È il buio che ci portiamo dentro tutti». E la pietà che Dante prova per il suo Virgilio — aggiunge — è forse la pietà che tutti ci meritiamo nascendo.
 
Sermonti non ha timori poi a esprimere la sua preferenza per il Purgatorio, più adatto a raffigurare «l’ombra di Dante» che dà titolo al libro. A suo parere nessun poeta, ma nemmeno nessun teologo, ha immaginato figure di morti in maniera così concretamente viva come le anime del Purgatorio, ombre che rimpiangono disperatamente il corpo e che ritroveranno il giorno del giudizio «nella luce assoluta che dicono sia l’ombra di Dio». In un certo senso Dante ha inventato il Purgatorio: quando egli mette mano al poema da solo un secolo era stata compiuta quell’elaborazione teologica ben descritta da Le Goff e che da solo poco più di trent’anni era diventata dogma del cattolicesimo.
 
Quando, nell’autunno del 1987, su Radiotre andò in onda per 34 sere di fila L’Inferno di Dante raccontato e letto da Vittorio Sermonti, era impossibile immaginare il successo che avrebbe avuto, e che sarebbe poi sfociato in decine e decine di repliche, in libri e dvd, in letture e incontri pubblici. Sermonti avrebbe declamato le terzine dantesche nella basilica di San Francesco di Ravenna, a fianco della tomba di Dante, così come a Santa Croce a Firenze e in Santa Maria delle Grazie a Milano, vicino al Cenacolo di Leonardo. Ancora, nel cortile di Castel Gandolfo davanti a Giovanni Paolo II avrebbe letto l’ultimo canto del Paradiso. Così, la critica letteraria, da Pampaloni a Fortini, da Almansi a Portinari, ha via via segnalato con entusiasmo l’opera di divulgazione di Sermonti. Il quale, si badi bene, non si è mai definito dantista: «Son diventato — spiega — un lettore di Dante o, forse meglio, per parafrasare il paradosso di George Steiner, uno che continua a lasciarsi leggere da Dante». 
 
Questo libro postumo è il giusto omaggio alla sua figura, realizzato grazie alla cura della moglie poetessa Ludovica Ripa di Meana che ha compiuto così un gesto d’amore e che presentando l’opera così conclude: «Senza. Ero la buccia lui il contenuto».