Alice, 31 anni, colpita da tumore al seno si sfoga su Facebook

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Alice ha scelto Facebook, "oggi il più potente mezzo di comunicazione"come lo definisce lei stessa, per denunciare la drammaticità della situazione dell'assistenza sanitaria nel Meridione. 

Ecco il suo post

Dicono che noi calabresi siamo un popolo di testardi e tenaci.
Non si sbagliano.
Noi terroni sin da bambini subiamo, coscienti o no, una preparazione alla vita degna del miglior spartano. La mia vita è, come quella di molte altre persone, la chiara evidenza del perché e del per come.
 
Nata in un paese di pochi-mila abitanti, mio padre mi portava fiera in una casa in cui ancora mancavano le porte e diverse altre cose, ma di certo non la dignità. Lanciata in uno stradone sterrato con una bici troppo grande senza rotelle, ho letteralmente mangiato la polvere in discesa, libera, innumerevoli volte. E innumerevoli volte ho ripercorso al strada, fino a trovare l’equilibrio. 
Tuffata in mare, quello bello, quello così vasto che non credi possa esserci altra terra oltre, ho annaspato, ho fatto il morto per non annegare, ho cominciato a nuotare male malissimo, sono stata a galla e ho fatto gare di resistenza, poi festeggiate con un panino al pomodoro, olio e origano.
Accompagnata con una ritmo bianca (no, ragazzi, non esistevano bus) in una casa spacciata per scuola, ho studiato sempre con passione facendo una scarsa selezione di amici, alcuni persi, alcuni ritrovati, altri non lo so.
 
Anche di sogni ne ho avuti molti: quando davanti agli occhi hai sempre il mare sognare di partire è naturale. Di tornare non ci pensi nemmeno, non da adolescente, quando vedi la ndrangheta allungare gli artigli su ogni cosa che possa dar loro potere anche solo per il gusto di averlo, quando il tuo comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose, quando sparano ad un Consigliere regionale (nel nobile contesto di un seggio elettorale), quando finalmente puoi votare e allora bussano tutti alla tua porta: “Si mi duni u votu, ti fazzu trasiri ccà e ddà...”. 
Per fortuna, come dicevo, a casa mia mancavano le porte, ma non la dignità. 
 
“Studia e vatindi!” 
Così ho fatto. 
Via, subito, università e poi lavoro e indipendenza. Intanto in Calabria gli ospedali diventavano mostri, i malati tumorali aumentavano in maniera esponenziale, il diritto alla salute veniva mortificato.
 
Io li ho visti i miei amici, i miei vicini di casa ammalarsi e combattere. Li ho visti andare via. Alcuni, invece, li ho visti vincere, come mio padre, come mia madre, che hanno avuto la forza di affrontare delle chemioterapie annichilenti il fisico e la mente. 
 
Mi sono vista anche io in un foglio di una diagnosi poco felice: carcinoma mammario. Ho visto tutto il percorso: intervento “al nord”, chemioterapia, radioterapia. La nausea, la stanchezza perenne, i capelli che non ho più, lo sguardo di pena negli occhi degli altri, la mia rabbia perché per l’ennesima volta il nord Italia si è rivelato efficiente ed efficace, il sud un bacino di confusione, con pochi competenti costretti a lavorare in condizioni disumane, per loro e per i pazienti.
Ho visto medici, costretti dalla propria coscienza, visitare e mandare in terapia più di cinquanta pazienti al giorno. Ho visto pazienti dover aspettare in piedi fuori dall’ambulatorio, col freddo, con l’afa. Ho visto un ragazzo arrivare dalla provincia di Cosenza per fare chemioterapia con mezzi pubblici inadatti, quando esistenti. Ho visto infermieri soli lavorare con strumenti di antica memoria.
 
Solo di un mese fa è la notizia della presentazione, finalmente, del Registro Tumori istituito dall’ Azienda Sanitaria Provinciale e del Rapporto 2018 sull’incidenza dei tumori nella provincia di Reggio Calabria. 
Un mese fa, febbraio 2018, in un Paese sviluppato.
Va bene, ma non mi basta. Non a me che in ospedale gioco il ruolo del paziente, del familiare del paziente e del medico.
 
Non mi basta, lo ripeto, quindi adesso chiedo.
Non chiedo molto per la mia terra, solo l’attuazione reale di programmi di informazione e screening che sono alla base di una strategia preventiva, oggi quasi inesistenti; chiedo la creazione e la pubblicazione di un registro tumori dettagliato ed ufficiale; chiedo un controllo del terreno, delle acque e dell’aria. 
Chiedo, poi, allo Stato e ai miei conterranei un aiuto. 
 
Al primo di tenere gli occhi puntati sul meridione e su chi lo gestisce, per garantire a tutti il diritto a curarsi a casa propria. Non lasciateci soli, a costo di mandare un commissario a comune, ma vi prego non lasciateci, siamo stati la culla di tutti voi. 
Ai secondi chiedo di assumersi, insieme a me, la co-responsabilità di un sistema sbagliato da sempre fondato sul favore dell’amico, sul megghiu a iddu chi a mia, sull’uovo oggi che la gallina eventualmente emigra al Nord.
 
E ve lo chiedo, amici miei, perchè so che in casa di un calabrese testardo e tenace, si è sempre difeso un valore superiore che la storia ha provato a strappargli: la dignità.