C’È ANCORA UN FUTURO PER IL CATTOLICESIMO POLITICO ITALIANO?

 

 

Mons. Mario Toso
 
Le recenti elezioni hanno mostrato un pesante crollo del Partito democratico (PD) evidenziando il culmine di una diffusa protesta contro una politica staccata dai bisogni della gente, specie delle nuove generazioni. Una politica che, con le sue scelte, ha finito per danneggiare sia i ceti medi che i ceti popolari. Al crollo del PD è corrisposto un avanzamento impensato del Movimento pentastellato, che ha superato anche l’astensionismo, sfondando la soglia del 30%, e si è contemporaneamente assistito alla crescita della Lega.
 
Uno studio Ipsos ha mostrato che ormai solo il 15% dei lavoratori vota PD o il neonato Liberi ed Uguali (LEU). La preferenza va al Movimento Cinque Stelle. Come dire che il mondo dei lavoratori, con le sue scelte elettorali, non si indirizza più verso il centrosinistra, puntando piuttosto su Di Maio e Salvini. Il voto ci ha consegnato un’Italia profondamente trasformata. Ha rivoluzionato i rapporti tra i partiti e la geografia del Paese. In un tempo non lontano, c’erano, ben distinte, le regioni rosse e quelle azzurre. Ora è rimasto poco di tutto ciò. Sono rimaste poche isole rosse. L’azzurro, che esprime l’alleanza del centrodestra (Lega, Forza Italia declinante, Fratelli d’Italia, Noi per l’Italia), copre interamente il Nord e si incunea sino a Roma, ma parla prevalentemente con la lingua della Lega di Salvini. Il giallo penta stellato colora tutto il resto: da Pesaro sino all’estremo di Santa Maria di Leuca, vale a dire buona parte del Centro, tutto il Mezzogiorno e le isole. 
 
Il panorama politico italiano ne esce profondamente cambiato, con non poche criticità, non ultima quella rappresentata da un partito-non partito, partito digitale, la cui natura è in definizione dal punto di vista democratico. 
Entro questo quadro, generato dallo scontento nei confronti dei partiti tradizionali, dal disagio economico e sociale, emerge ciò che alcuni definiscono la sconfitta e il definitivo tramonto del movimento politico dei cattolici. O, meglio, di quelle varietà di gruppi, persone e posizioni, le quali, pur rifacendosi ad una comune sensibilità pubblica, quella per intenderci discendente dall’adesione ai valori cristiani, hanno finito per disperdersi tra le forze politiche più diverse e persino contrapposte, senza la capacità di marcare una qualche differenza rispetto ai partiti tradizionali (cf Giancarlo Infante). Basti pensare a Liberi e forti, a Costruire insieme di Ivo Tarolli, alla Democrazia cristiana di Gianni Fontana, al Popolo per la famiglia di Mario Adinolfi (questi ultimi due fuori dalle coalizioni), al Movimento per la vita, a Civica popolare di Beatrice Lorenzin e Pier Ferdinando Casini nel centrosinistra, per citarne alcuni.
 
Le recenti elezioni sarebbero dovute essere un’occasione di convergenza per la maggior parte dei cattolici democratici, al fine di giungere a creare un nuovo soggetto politico (cosa che non è proibita: perché ai Presidenti Grasso e Boldrini, sarebbe lecito, e ai cattolici no?), aperto anche a forze liberali, capace di aggregare e di  avanzare proposte innovative, ma anche realistiche e sostenibili, rifuggendo da ogni ipotesi integralista e di parte (cf Giancarlo Infante). Il risultato molto deludente di Noi con l’Italia, un insieme di forze che sarebbero potute confluire in un progetto comune, ha confermato la debolezza del mondo cattolico, sia dal punto di vista propositivo sia dal punto di vista organizzativo, aggregativo e comunicativo, oltre che formativo. Hanno senz’altro pesato l’incapacità di superare i campanilismi, le divisioni tra cattolici della morale e cattolici del sociale, come anche l’assenza di intellettuali e di persone competenti, in grado di elaborare una progettualità comune, desumendola dalla Dottrina sociale della Chiesa, adeguatamente aggiornata da papa Benedetto XVI e da papa Francesco, oltre che da un’analisi puntuale dei problemi della popolazione. Inoltre, ha penalizzato tale operazione non solo l’inadeguatezza della forma-partito, coltivata in una maniera antiquata, legata agli schemi del secolo scorso, incapace di tener conto dei nuovi mezzi di comunicazione, ma anche l’assenza di nuove generazioni ben preparate, in grado di innestare linfa vitale in quadri composti da persone piuttosto avanzate in età. L’aver messo in campo simboli nobili, ma usurati dall’esperienza della vecchia e ormai defunta DC, si è rivelato insufficiente ad assicurare credibilità e  possibilità di adesione da parte del corpo elettorale (cf Giancarlo Infante).  Da ultimo, ha influito lo scollamento dalle organizzazioni, dalle aggregazioni e dai movimenti cattolici o di ispirazione cristiana, ossia da quel mondo vitale e da quel tessuto sociale per nulla raggiunti e coinvolti dall’idea di una nuova convergenza sul piano politico.
 
Alcune cause dell’irrilevanza dei cattolici nel campo della politica
 
Dopo questa indispensabile premessa, è bene considerare il fatto che i credenti, disseminati in vari partiti e movimenti, stanno prendendo sempre più coscienza della loro ininfluenza, di una certa incapacità di proporre e far valere quegli stessi valori che hanno concorso a codificare, con altre forze politiche, nella Costituzione italiana. È oramai evidente che le posizioni dei cattolici e la cultura di cui sono portatori sono considerate marginali, rispetto alla cultura generale del Paese, sebbene i cattolici siano ampiamente presenti e la Chiesa italiana mostri una grande vitalità nell’ambito caritativo e un notevole radicamento nel territorio.   
 
Per reagire a questa situazione, e per non far mancare la specificità dell’apporto dei credenti alla gestione della cosa pubblica, prima di fondare nuovi partiti, si è cercato di creare un nuovo movimento sociale e politico. Si pensi a Todi 1, Todi 2, Todi 3 ove, negli anni scorsi, a partire dal 2011, diversi cattolici hanno pensato al loro ruolo in politica. Ma quegli stessi che avevano contribuito a farlo nascere, come un’urgenza che doveva rispondere alla necessità di una ricomposizione culturale, prima che socio-politica, non sono riusciti a far avanzare il progetto di un nuovo movimento. Anzi, alcuni hanno persino rimosso l’idea di un «movimento» culturale, per impegnarsi più immediatamente nella nascita di una nuova realtà partitica (Scelta Civica), senza avvertire la necessità di lavorare in primo luogo alla creazione di un dialogo tra le molteplici forze sociali di estrazione sia cattolica che liberale – ossia facenti capo a persone di buona volontà, anche se non credenti ‒, e alla elaborazione di un nuovo progetto culturale. In certo modo, ciò ha ritardato la nascita di un vero e proprio movimento culturale politico, protraendo la situazione di diaspora e dell’irrilevanza dei cattolici. 
 
Agli inizi degli anni Novanta, la diaspora dei cattolici nel campo della politica - perché questo è uno dei punti che dobbiamo considerare per parlare più concretamente dell’impegno dei cattolici -, poteva apparire non solo come una necessità motivata, ma anche come una preziosa opportunità, persino come una «benedizione», secondo alcuni. La diaspora rendeva evidente che il seme cristiano non poteva essere «sequestrato» da qualche compagine, in questo caso partitica, rinchiudendola dentro involucri, che alla fine lo contraddicevano e lo rendevano sterile. Il lievito dei cristiani doveva far fermentare tutta la pasta. Oggi, abbiamo la possibilità di una valutazione chiara di questa forma di pensiero. La diaspora, teorizzata come un bene, al lato pratico si è trasformata nell’irrilevanza dei cattolici nella vita pubblica. E, fatto ancora più grave, ha lasciato dei segni di contrapposizione, provocando forti divisioni tra i cattolici stessi. 
 
Accenno qui ad almeno tre cause dell’attuale irrilevanza o insignificanza dei cattolici:  
 
La prima causa. Come accennato in più occasioni sono state sottovalutate le regole procedurali della vita democratica, in particolare quella del principio di maggioranza. In una democrazia, i beni-valori, compresi quelli dei cattolici, possono venire inseriti nelle istituzioni e nelle leggi, mediante un metodo democratico, con l'appoggio di una maggioranza. Il che suppone che vi sia una qualche «massa critica» che li sostenga. Per quanto concerne la regola procedurale della maggioranza, è facile capire che quanti hanno sostenuto la «teoria» della diaspora, in sostanza hanno contribuito a far regredire le posizioni del mondo cattolico dal punto di vista politico e democratico. Al pari di ogni altro cittadino, il cattolico sa che, in una democrazia pluralista, può promuovere tutto quello in cui crede, sia come persona umana sia come uomo di fede ‒ questa non fa altro che confermare ciò che pensa come essere umano e razionale ‒ solo se vive all’interno di una aggregazione e non disperso qua e là. Ossia se, assieme ad altri, giunge a costituire una maggioranza. È una legge della vita democratica. Affinché i propri beni-valori possano essere incarnati dall’azione politica, occorre essere il più possibile uniti, compatti. 
 
Rispetto a questo punto, la parte del mondo cattolico, che ha sostenuto e ancora sostiene la teoria della diaspora, ma anche quei pensatori che l’hanno condivisa, a mio modo di vedere, hanno contribuito a far regredire la «maturità» politica in una specie di analfabetismo sociale, che è documentata anche dall’assenza di un minimo di grammatica e di lessico. Non si sa più cosa significa il termine cattolico. Se si evoca l’aggettivo esso diviene subito divisivo tra gli stessi credenti. Per dialogare occorre sopprimerlo.
 
La seconda causa. Il venir meno del radicamento della vita dei cattolici nel contesto spirituale e culturale di una fede viva. L’indebolimento della fede e di una spiritualità cristiana incarnata ha favorito un tale scollamento. A lungo andare, ciò ha provocato il secolarismo dei movimenti sociali di ispirazione cristiana rispetto ai valori evangelici e all’esperienza di una fede vissuta profondamente, generando il disfacimento di una formazione e di una mentalità cristiane. Tra l’altro, parrocchie, diocesi, movimenti hanno delegato a terzi la formazione politica del credente, impegnato a gestire la cosa pubblica e a vivere nella comunità civile. Non raramente, la Dottrina sociale della Chiesa, oltre che essere considerata troppo astratta per affrontare i problemi concreti, è rimasta negli Statuti delle organizzazioni cattoliche o di ispirazione cristiana, come affermazione di principio, senza essere tradotta nella pratica! Di fatto, da molte associazioni, aggregazioni, movimenti cattolici o di ispirazione cristiana, la Dottrina sociale della Chiesa è ormai pressoché ignorata. Per non parlare, poi, della vita parrocchiale: ci sono indagini che mostrano che la catechesi è fatta da persone che per l’ottanta per cento ignorano che cosa sia la Dottrina o Insegnamento sociale della Chiesa e, quindi, non sono in grado di veicolarla nella loro opera di educazione alla fede. L’assenza della Dottrina sociale dall’orizzonte valoriale dei cattolici li priva di uno strumento essenziale per il discernimento. Viene meno quell’insieme di principi di riflessione, di criteri e di orientamenti pratici che sono indispensabili in vista di un giudizio critico sulla realtà e dell’azione costruttrice della società, conformemente alla dignità delle persone, sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista cristiano.
 
Una serie non piccola di fraintendimenti. Vanno superate vedute confuse e inconsistenti, cresciute in questi anni, secondo le quali non possono più esistere schieramenti di ispirazione cristiana, perché non ci sono più deleghe da parte della Chiesa; perché ognuno è libero di fare le sue scelte, indipendentemente dalle indicazioni della comunità cristiana. I cattolici ormai possono militare in qualsiasi partito. Ma perché non ci si chiede,  se in quanto credenti si possa abbandonare la propria identità cristiana? Chi non riceve una delega da parte della Chiesa a formare un partito, può dare la sua preferenza ad un partito o generarne uno senza tener conto della propria identità cristiana? Se un credente milita in un partito, che non è composto da un numero consistente di cattolici, è per questo autorizzato, come di fatto spesso avviene, a non vivere l’ispirazione cristiana? L’ispirazione cristiana, che ogni credente porta in sé, cessa perché si è ospitati in partiti ideologicamente laici? Esiste o non esiste un problema di identità per il credente impegnato in politica? Se il credente si riconosce autonomo rispetto alla sua comunità cristiana, è per questo totalmente dipendente dall’indirizzo del suo partito? E, poi, come potrebbe essere vero che, in mancanza del partito della Democrazia cristiana, come ha affermato qualche illustre studioso, non avrebbe più senso parlare di voto dei cattolici? Esiste il voto dei cattolici perché esiste il partito della Democrazia cristiana o esiste per altre ragioni meno contingenti? Se la gerarchia si caratterizza, nei confronti di eventuali votazioni, per un «silenzio assordante», come è stato recentemente osservato, ciò forse giustifica l’inazione o la diaspora dei credenti? Se i cattolici non si muovono è per colpa dei vescovi o non è perché preferiscono nascondersi dietro ad un dito o ad una foglia di fico? 
 
A ben riflettere, se si desidera ricostruire un nuovo movimento culturale politico e un connesso nuovo movimento sociale, occorre ripartire dalle fondamenta, ossia dalle ragioni profonde della vocazione al bene comune e all’impegno sociale e politico. Qui di seguito accenniamo ad esse.
 
Le motivazioni sul «piano razionale» dell’impegno nel sociale nel politico: il discorso di papa Francesco a Cesena
Parlando delle ragioni che dovrebbero spingere ad un impegno responsabile nel campo della  politica, è interessante muovere dal discorso tenuto da papa Francesco a Cesena, in occasione della sua visita nel terzo centenario della nascita di Pio VI (1° ottobre 2017). In Piazza del Popolo il pontefice, richiamando il messaggio che quel luogo suggerisce a tutti proprio con il suo nome, «piazza-del-popolo», ha ricordato che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. Come dire che, facendo parte di un popolo ed essendo tutti titolari di una cittadinanza, occorre partecipare al suo buon governo. Trascriviamo qui le parole di papa Francesco: 
«Questa piazza, come tutte le altre piazze d’Italia, richiama la necessità, per la vita della comunità, della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali – esse infatti non sono un pozzo senza fondo ma un tesoro donatoci da Dio perché lo usiamo con rispetto e intelligenza. Una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza.
 
Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello.
 
Da questa piazza vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico in nome e a favore del popolo, che si riconosce in una storia e in valori condivisi e chiede tranquillità di vita e sviluppo ordinato. Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza d’impegno, preparazione, rettitudine morale, capacità d’iniziativa, longanimità, pazienza e forza d’animo nell’affrontare le sfide di oggi, senza tuttavia pretendere un’impossibile perfezione. E quando il politico sbaglia, abbia la grandezza d’animo di dire: “Ho sbagliato, scusatemi, andiamo avanti”. E questo è nobile! Le vicende umane e storiche e la complessità dei problemi non permettono di risolvere tutto e subito. La bacchetta magica non funziona in politica. Un sano realismo sa che anche la migliore classe dirigente non può risolvere in un baleno tutte le questioni. Per rendersene conto basta provare ad agire di persona invece di limitarsi a osservare e criticare dal balcone l’operato degli altri. E questo è un difetto, quando le critiche non sono costruttive. Se il politico sbaglia, vai a dirglielo, ci sono tanti modi di dirlo: “Ma, credo che questo sarebbe meglio così, così…”. Attraverso la stampa, la radio… Ma dirlo costruttivamente. E non guardare dal balcone, osservarla dal balcone aspettando che lui fallisca. No, questo non costruisce la civiltà. […] Cari fratelli e sorelle, questa città, come tutta la Romagna, è stata tradizionalmente terra di accese passioni politiche. Vorrei dire a voi e a tutti: riscoprite anche per l’oggi il valore di questa dimensione essenziale della convivenza civile e date il vostro contributo, pronti a far prevalere il bene del tutto su quello di una parte; pronti a riconoscere che ogni idea va verificata e rimodellata nel confronto con la realtà; pronti a riconoscere che è fondamentale avviare iniziative suscitando ampie collaborazioni più che puntare all’occupazione dei posti. Siate esigenti con voi stessi e con gli altri, sapendo che l’impegno coscienzioso preceduto da un’idonea preparazione darà il suo frutto e farà crescere il bene e persino la felicità delle persone. Ascoltate tutti, tutti hanno diritto di far sentire la loro voce, ma specialmente ascoltate i giovani e gli anziani. […] La politica è sembrata in questi anni a volte ritrarsi di fronte all’aggressività e alla pervasività di altre forme di potere, come quella finanziaria e quella mediatica. Occorre rilanciare i diritti della buona politica, la sua indipendenza, la sua idoneità specifica a servire il bene pubblico, ad agire in modo da diminuire le disuguaglianze, a promuovere con misure concrete il bene delle famiglie, a fornire una solida cornice di diritti–doveri – bilanciare tutti e due – e a renderli effettivi per tutti. […]».
Dal discorso del pontefice emergono alcuni elementi fondamentali: tutti devono coltivare l’impegno di lavorare per il bene comune, perché tutti, adulti o giovani, hanno una vocazione al servizio del bene comune, sono cittadini. Orizzonte e fine dell’impegno è la buona politica, amica delle persone, inclusiva e partecipativa, che non lascia ai margini nessuno, che tiene il timone fisso nella direzione del bene di tutti.  Per questa ragione, bisogna prepararsi in modo da essere in grado di agire efficacemente in prima persona. Chi intende impegnarsi direttamente in politica deve prendere la propria croce e sapere che potrebbe essere un “martire” al servizio di tutti. L’agire politico, in nome e a favore del popolo, è una nobile forma di carità. Il che esige coerenza dai protagonisti della vita pubblica. Essi vanno accompagnati con una critica costruttiva. Non è lecito fermarsi a guardare da un balcone, nella speranza del fallimento del proprio avversario. Occorre dare, hic et nunc, il proprio contributo, riscoprendo il valore della dimensione sociale della convivenza.
 
Le ragioni della «fede» nell’impegno sociale
 
Il pontefice parla dell’impegno politico da un punto di vista di ragione. Occorre impegnarsi nell’azione politica, perché siamo tutti cittadini e, pertanto, abbiamo tutti una vocazione al servizio del bene comune, sia come rappresentanti sia come rappresentati.
Dopo aver evocato en passant la dimensione trascendente della politica, sottolinea chiaramente che essa fa parte dell’amore del prossimo. Per chi è credente, vi sono, dunque, altre ragioni che inducono ad impegnarsi in tale campo. Appartengono all’ordine della fede, che non nega l’ordine della ragione, ma lo conferma. Di queste ragioni papa Francesco ha già parlato nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, specie al capitolo IV, ma non solo.
 
Presentiamo qui, in forma sintetica, le ragioni dell’impegno nella vita politica appartenenti all’ordine della fede, con alcuni argomenti che fanno riferimento all’esperienza della vita cristiana.
Per chi vive in Cristo c'è una vocazione cristiana alla vita della res publica, all'impegno di portarla a compimento in Dio. Siamo sollecitati a vedere la nostra vita e la nostra azione, in tutti i campi, fondate su Gesù Cristo; anzi, innestate in Lui, che ha assunto l'umano divinizzandolo. E questo, perché Egli si è fatto carne e, con tale misterioso evento, ha assunto e indirizzato anche le nostre vite verso quella completa realizzazione che si attua soltanto in Lui. Dobbiamo, pertanto, vivere la nostra chiamata al sociale, al bene comune, tendendo a quella pienezza umana che ci è già stata donata in nuce dal Figlio di Dio. Ciò significa non tradire la nostra identità di persone, che hanno in Lui la fonte della loro esistenza. Ci fa capire che siamo portatori di una vocazione cristiana al sociale e alla politica. Non sempre ce se ne rende conto. Le ragioni dell’impegno in politica, al servizio del bene comune  sono, in sintesi, anche di un ordine che sovrasta quello razionale. Sembra, tuttavia, che questa visione sia pressoché scomparsa dalla coscienza del credente, proprio quando, a fronte della realtà che porta inscritta in sé, ognuno dovrebbe rispondere, al pari di Gesù Cristo: «Ecco io vengo…» (Sal 39). E con ciò, assumere e vivere, con slancio e passione, la propria chiamata al bene comune nell'Uomo Nuovo, che è tale perché Uomo-Dio. 
 
L'esortazione apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco descrive la radicazione in Cristo della nostra vocazione al sociale, a partire dalla considerazione del kérygma (cf n. 177) della nostra professione di fede: noi crediamo in Dio Padre e nel Figlio, Gesù Cristo, che, incarnandosi, ha assunto e redento l’umanità. Crediamo nella Trinità. Crediamo di essere inseriti nella comunione e nella dinamica d’amore di un Dio uno e trino. Con questa professione, dichiariamo la nostra apertura e vocazione al sociale. Se professiamo Dio come Padre, professiamo la fraternità, riconoscendo gli altri come fratelli e, quindi, consapevoli di vivere in una stessa famiglia: la famiglia umana, che è anche la famiglia di Dio. Parimenti, se diciamo di credere nel Cristo, Figlio incarnato, affermiamo in sostanza che ogni uomo è stato elevato alla dignità di figlio di Dio: la dignità della persona è la dignità di figlio di Dio. Questo, evidentemente, comporta una particolare attenzione nei confronti dell’altro, di ogni altro. Analogamente, se professiamo la Trinità, dichiariamo che il nostro modello di vita e la nostra meta sono la vita comunitaria di Dio. 
 
Vivendo Cristo, il credente si interroga su che cos'è la politica e qual è il suo compimento.  Dimorando in Cristo, l’impegno diventa tensione verso la perfezione di tutte le realtà umane. Per il credente, che scioglie gli ormeggi verso il mare aperto ‒ duc in altum ‒, è dunque decisivo riconoscere e accogliere il punto sorgivo, generativo della propria presenza nel campo, non sempre tranquillo, del sociale e del civile. Noi siamo presenti, socialmente e civilmente, non solo in quanto esseri umani, esseri intrinsecamente sociali, ma anche soggetti innestati e viventi in Cristo. Non ci si stancherà mai di sottolineare che il punto sorgivo è il vivere in Cristo, è vivere Cristo, il Cristo totale, che si incarna, muore, discende negli inferi, risorge, ascende al cielo e, abbracciando il cosmo intero, ricapitola in sé tutte le realtà, compresa la politica. Con il suo Amore, rinnova la vita dell’uomo in ogni sua manifestazione. Ne discende che chi vive nel Cristo totale, cioè in Colui che si incarna e poi sale al Padre, ha il compito di vivere la politica facendola nuova, puntando alla rinascita dell'umano.
In conclusione, le riflessioni sulle ragioni dell’impegno nel sociale e nella politica portano a concludere che la persona, proprio perché essere umano e cristiano, porta in sé una capacità intrinseca del suddetto impegno. Non ha bisogno di alcuna delega, tantomeno in bianco, per assumerlo. I credenti, dunque, per decidersi a fondare un movimento culturale politico o un partito aconfessionale, di ispirazione cristiana, non debbono attendersi una delega da parte di nessuno se non da parte di se stessi. La Gaudium et spes (=GS) ha espresso questo concetto chiaramente: 
sulla base della loro legittima autonomia « ai laici spettano… gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione. Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero.
 
Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa. Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune» (GS n. 43).
In questo brano della GS i credenti non sono sollecitati a formare un partito unico. Saranno gli stessi credenti, sulla base della loro autonomia, ossia sulla base di una coscienza formata umanamente e cristianamente, a decidere cosa fare in campo politico: se formare uno o più partiti (qualora ne abbiano le forze e i numeri), e con chi collaborare. Le forme politiche dell’impegno dei credenti variano a seconda dei periodi storici e non c’è solo quella del partito unico. È bene qui ricordare che se i credenti sono autonomi per le loro decisioni e il loro impegno, ciò non significa che la loro azione sociale e politica possa essere totalmente indipendente dalla vita della comunità ecclesiale o staccata dall’ispirazione cristiana e che siano esenti da qualsiasi giudizio morale da parte della stessa gerarchia.
 
Quali prospettive di azione?
 
In particolare, c’è bisogno di conversione – uso questo termine che riprendo dai testi pontifici, anche se corro il rischio di non essere compreso ‒, pastorale, pedagogica, politica, economica, come ha sottolineato l’enciclica Evangelii Gaudium. È abbastanza evidente che se si desiderano nuove rappresentanze occorre generare un nuovo movimento sociale, facendolo precedere da un nuovo movimento culturale politico, che potrà sorgere coltivando una formazione non solo delle coscienze in sé, ma delle coscienze incarnate, situate storicamente ed impegnate in un’azione costruttrice della società. Il che può avvenire mettendosi in rete, collaborando, unendo le forze, coltivando un discernimento incessante.
 
Papa Francesco, incontrando nel novembre 2016 i movimenti popolari, li ha incoraggiati a rafforzarsi, vincendo il rischio sia di farsi incasellare dall'attuale sistema socio-economico, sia di lasciarsi corrompere. 
 
Solo così si potrà essere particolarmente incisivi nella rivitalizzazione e nella rifondazione dell’attuale democrazia, oligarchica e populista, afflitta da una crisi profonda, che finisce per lasciare ai margini i più poveri. L’attuale crisi causa, infatti l’erosione dei ceti medi, accrescendo il divario tra ricchi e poveri, dando luogo ad uno sviluppo economico insoddisfacente e all’emergere di una «democrazia di un terzo». 
I movimenti, secondo il pontefice, devono superare la tentazione di sostenere acriticamente coloro che sono al potere, finendo per essere soltanto amministratori delle esigue risorse esistenti, anziché favorire la crescita per tutti.