Clelio Darida, il suo impegno nel periodo di profonda trasformazione della finanza degli Enti locali

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Nella realtà delle autonomie locali, in quel groviglio di disposizioni normative e presa in carico dei problemi, tra adattamenti e sperimentazioni, successi ed errori, sagge intuizioni e fallimenti, si dipana la storia di tante fatiche quotidiane, volte a realizzare attraverso l’impegno degli amministratori – sindaci e consiglieri comunali – prestazioni e servizi idonei a soddisfare le aspettative delle diverse comunità territoriali. I sindaci, per usare una suggestione utilizzata da Papa Francesco, sono ogni giorno in mezzo alla gente a cercare le soluzioni per tutti i problemi che gli vengono sottoposti. E a fine giornata, il più delle volte, insieme alla soddisfazione per quello che sono riusciti a fare, sentono tutto il peso della stanchezza e la preoccupazione per ciò che invece non sono riusciti a risolvere. Un lavoro, ma anche una condizione spirituale. Questa consapevolezza illumina l’azione che si alimenta di cultura e spirito di rinnovamento.

A volte, non di rado, l’affanno del giorno per giorno e le emergenze quotidiane cancellano la percezione del lavoro pregresso. Tuttavia, siamo consapevoli che il presente non vive di luce propria. Ecco perché serve mantenere intatto il filo con il passato, conservando memoria dei passaggi politici e istituzionali più significativi, come pure dei protagonisti che, in un determinato contesto storico e politico, hanno lasciato un segno importante. È un modo per alimentare una riflessione che aiuti a progredire sulla strada della buona amministrazione. Non possiamo e non dobbiamo trascurare il contributo di chi ci ha preceduto nell’attività di rappresentanza politica dei Comuni italiani.

Per questo a Clelio Darida, sindaco di Roma e Presidente dell’Anci, recentemente scomparso, abbiamo pensato di tributare un doveroso segno di attenzione, riproponendo la relazione che egli svolse alla VII Assemblea generale dell’Associazione. E’ un documento importante che merita una scrupolosa rilettura. Gli anni di Darida sono stati anni difficili. Un periodo storico incastrato tra la fase culminante della guerra fredda e delle tensioni est-ovest e la piaga dolorosissima del terrorismo. Anche per il mondo delle autonomie sono stati anni complicati, con mutamenti vistosi e delicati.

Anni di lotte politiche, sullo sfondo di un postsessantotto che s’intrecciava con la crisi del primo centro-sinistra; anni in cui l’intreccio tra ambizioni rivoluzionarie giovanili e violenza di piazza lasciava tracce indelebili nella lotta politica quotidiana, mettendo a repentaglio la stabilità delle istituzioni e offuscando gli sforzi di rinnovamento, soprattutto per indirizzare lo Stato verso mete di maggiore giustizia e partecipazione democratica; anni, quindi, che nel nostro mondo portavano allo scoperto i nodi di una finanza locale oberata da aspettative e bisogni legati allo sviluppo di costose politiche di welfare.

Nel 1970 erano state create le Regioni dopo lunghi dibattiti in Parlamento e nelle piazze. Nel 1972, con i decreti delegati, lo Stato iniziava ad attribuire alle Regioni alcune funzioni basate su ambiti di appartenenza ministeriali, mentre nel 1975 era promulgata la legge delega n. 382 concernente le “Norme sull’ordinamento regionale e sull’organizzazione della pubblica amministrazione”. Successivamente, il DPR 616 avrebbe strutturato l’ordinamento con piena soddisfazione dei Comuni, sottratti all’ipotesi di subordinazione ai nuovi enti regionali.

In ogni caso, l’introduzione del regionalismo passava come grande conquista di democrazia. Finiva un’epoca, ne cominciava un’altra. Infatti, sempre nel 1972, una complessa riforma tributaria, voluta dal ministro delle Finanze Luigi Preti, cancellava nel quadro di nuove norme di razionalizzazione l’imposta di famiglia, accentrando la raccolta fiscale nelle mani dello Stato. Di colpo, su questa scia, i Comuni perdevano la loro autonomia impositiva, entrando nel regime di finanza derivata, con la conseguenza che gli enti locali avrebbero costruito – fino al ripristino dell’autonomia impositiva nel 1992 – i propri bilanci sulla base dei trasferimenti erariali. In tale contesto, molto prossimo a una vera e propria rivoluzione di sistema, scaturiva anche il rafforzamento della dialettica tra Stato e autonomie locali.

L’Anci sì trovò ad esercitare, mai come prima, un ruolo di fondamentale interlocutore nei rapporti con gli organi dello Stato e di governo, con gli apparati ministeriali, con il Parlamento. Si trattava ogni anno di definire l’entità dei trasferimenti, la loro distribuzione, gli eventuali correttivi e miglioramenti, magari con tagli da un lato e incentivi dall’altro, misurando anzitutto l’impatto dell’inflazione, che per altro superava il 20%. In tale contesto, dal momento che la finanziaria costituiva – come pure oggi, in qualche misura, costituisce – un momento delicatissimo per le sorti dei Comuni italiani, l’Anci s’incardinava al centro di una stabile procedura di negoziazione.

Nella relazione… Darida (Presidente uscente) puntava il dito sulla oggettiva carenze di risorse, che rendeva assai difficile il mestiere di sindaco e amministratore locale. Già due anni prima, nell’introduzione ai lavori del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana, il segretario politico, Amintore Fanfani, snocciolava i numeri della crisi degli enti locali. In particolare, a far scattare l’allarme tra le forze politiche, era l’alto livello d’indebitamento. In questa cornice, le battaglie autonomistiche sfociarono in una gigantesca operazione-verità per ripulire i bilanci dei Comuni, ponendo con i famosi decreti Stammati (ministro del Tesoro) del 1977 lo stock del debito locale a carico dell’erario, operazione che ai valori odierni potrebbe all’incirca corrispondere alla cifra per noi inavvicinabile, dati i vincoli di finanza pubblica, di 50 miliardi di euro.

In questo complesso quadro politico, istituzionale, sociale ed economico si inserisce la relazione di Clelio Darida che offre importanti spunti di riflessione anche rispetto al particolare momento che sta vivendo oggi il nostro Paese. Perché recuperare le tante suggestioni del passato ci aiuta a non perdere la visione d’insieme e a non disperdere un grande patrimonio di idee ed esperienze.