Colombia, la pace fragile

 

 

 Luis Badilla
 
Il 2 ottobre 2016 un referendum popolare voluto dal Presidente della Colombia Manuel Santos ha respinto con 6.431.376 voti (50,21 %) gli Accordi di pace negoziati e firmati dal governo di Bogotá con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc), la più antica formazione guerrigliera della regione latinoamericana. Un negoziato difficile, complesso e delicato ha generato, dopo quattro anni di trattative a La Habana, un corposo documento che ha sancito la fine di una guerra interna durata 52 anni. I “sì” del referendum, e cioè i voti a sostegno dell'Accordo sono stati 6.377.482 voti (49,78 %). La differenza è stata di 53.894 voti. I votanti sono stati in tutto 13.053.364. Gli astenuti 21 milioni (62,6%, la percentuale più alta negli ultimi 22 anni).

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La sconfitta del Presidente Santos, che aveva voluto il referendum senza nessuno obbligo di legge, neanche costituzionale, ha portato subito governo e Farc ad un nuovo negoziato per accogliere la maggior parte delle critiche delle opposizioni. Alla fine, dopo qualche mese, il Parlamento colombiano ha approvato con tutti i sigilli della legalità l’Accordo di pace che ora, con il sostegno dell’ONU e numerosi altri Paesi latinoamericani, si applica con audacia ed efficacia. Si tratta di un percorso di pace non facile ma senza alternativa. Si sa, come spesso ha detto Papa Francesco, che è più facile vincere una guerra che vincere la pace, in particolare quando - come nell’esperienza colombiana – intorno ai negoziati, voluti e desiderati dalla stragrande maggioranza della nazione, si sono incrociati potenti interessi contrari alle trattative de La Habana. 
Equesti negoziati non piacevano, e non piacciono ai narcotrafficanti, a quanti – persone e governi – nel conflitto interno colombiano da anni trovano terreno fertile per il commercio legale e illegali d’armi o per alimentare la delinquenza mafiosa colombiana che opera nelle grandi città e che da decenni lucra con il racket, con i sequestri a scopo di estorsione nonché con il traffico domestico di piccole dosi di cocaina. 

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L'opinione di una buona parte del mondo cattolico, e soprattutto di migliaia e migliaia di membri di gruppi religiosi informali, spesso pentecostali ed evangelici, strettamente legati a gruppi religiosi simili negli Stati Uniti, si è mobilitata e ha votato “no” (agli Accordi) per palesare un rifiuto politico al governo del Presidente Santos. 
Nella campagna elettorale referendaria, la destra, guidata dall'ex Presidente Alvaro Uribe, è riuscita con una certa abilità e insistenza, grazia a ingenti risorse economiche, a introdurre nel dibattito pubblico la questione del “gender”. La questione non era pertinente con il referendum, ma sollevarla è stata una mossa che è servita e dimostrata efficace per battere il “sì”. 
Il pretesto sono state alcune proposte dell’allora Ministra per la Pubblica istruzione, Gina Parody, su rilevanti questioni di educazione sessuale. In tali proposte ministeriali molti hanno volute leggere una deriva “genderista” del governo: sulla base di tale presunta deriva, il Centro Democratico dell’ex Presidente Uribe ha orchestrato con grande abilità una campagna contraria all’Accordo pace. Gli argomenti a sostegno del “no” riguardavano l’ideologia del gender, le unioni omosessuali e la possibilità di adozione da parte di coppie omosessuali.
Non potendo mobilitare l'opinione pubblica contro le buone ragioni della pace, e dunque non potendo propagandare la continuazione della guerra, le destre colombiane – quelle politiche e quelle che sanno navigare molto bene nel mondo delle sette (spesso usate in chiave anti-cattolica) – hanno così creato una confusione gigantesca: una massiccia campagna pubblicitaria caratterizzata da investimenti milionari ha lanciato messaggi per far passare le idee che il “no” servisse a fermare un governo che si proponeva imporre il pensiero unico dei sostenitori del gender. 
La stessa Chiesa cattolica, che non aveva dato nessun indicazione di voto, si è ritrovata in seria difficoltà poiché, essendo naturalmente contraria all’ideologia del gender, non è riuscita a trovare i modi e le parole per distinguere i contenuti in ballo. Alcuni vescovi si sono pronunciati contro gli Accordi pace, altri hanno assunto posizioni più possibiliste. Ciò che da subito è apparto chiaro è che la Chiesa non ha inviato un messaggio chiaro e univoco e ciò è risultato sconcertante, creando disorientamento negli elettori. Perché? Semplicemente perché per oltre 30 anni l’episcopato colombiano si è battuto perché i politici aprissero un negoziato con le Farc e trovassero i punti di accordo, pur minimi, per firmare la pace. Non solo. La Chiesa colombiana, il Comitato permanente dell’episcopato e numerosi vescovi, avevano preso parte in prima persona nelle diverse fasi del negoziato a La Habana. Dato il contesto, non si è compresa la decisione di “non dare indicazione di voto” per il referendum. Il Centro Democratico di Uribe e diverse comunità cristiane informali hanno sfruttato questa situazione facendo passare un messaggio falso ma efficace: la gerarchia cattolica – hanno insinuato – ha grossi dubbi sull’esito delle trattative di pace con le Farc.

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In occasione dell’apertura dell’annuale «Expocatólica», nell’autunno scorso a Bogotá, l’arcivescovo della capitale della Colombia, il cardinale Rubén Salazar Gómez, ha lanciato un ulteriore accorato appello in favore di una pace rapida e duratura. «Come Chiesa – ha detto – abbiamo chiesto il raggiungimento rapido della pace, la firma di un cessate-il-fuoco definitivo, la fine del conflitto armato, per sancire la pace. Per questo esorto tutti i protagonisti affinché il processo non venga ritardato. Non posso giudicare quanto accade in questo momento. Chiedo soltanto di non posticipare questa firma. Il governo ha ricevuto i contributi necessari per migliorare l’accordo con le Farc. Sono testimone dell’atteggiamento di apertura da parte del governo (del presidente Santos) che ha accolto bisogni e richieste di diverse correnti di pensiero nonché di diverse organizzazioni politiche. So che non sarà facile ma si deve raggiungere la firma definitiva».
Ora, nonostante i non pochi passaggi confusi che in un qualche modo hanno oscurato l’importanza storica della fine della guerra interna tra governo e Farc (durata oltre mezzo secolo), gradualmente e non senza criticità si è aperta nel Paese la fase della riconciliazione, basata su criteri di verità e giustizia. Solo da qui si potrà transitare veramente verso la pace finale, quella autentica e duratura. In questo contesto va letto il prossimo viaggio di Papa Francesco in Colombia, dal 6 al 10 settembre prossimo. In questa dimensione c’è tutta la rilevanza e tutto il significato di questo gesto del Santo Padre. Non è secondario notare che Francesco abbia deciso di conferire notevole importanza ad alcuni eventi del programma, nella città di Villavicencio, dedicati alla riconciliazione tra i colombiani e con il creato.