Considerazioni critiche sulle prospettive dell'Ulivo 2.0

In questi giorni “infuria” il dibattito sull'Ulivo 2.0, sul ritorno del prodismo, (il rovescio della moneta che dall'altro lato ha avuto il berlusconismo), che, attraverso il concetto, che sa un po' di malato, della contaminazione ha collaborato alla cancellazione della presenza organizzata dei cattolici in politica, sul centrosinistra (senza trattino) inteso non come alleanza ma come identità costruita a tavolino non esistendo nella comunità – un ogm insomma –, su quel totem o vitello d'oro che, per venticinque anni ha eroso la democrazia integrale, che porta il nome di governabilità ad oltranza.
 
Si tratta di un dibattito dai tratti vecchi come lo schema politico che interpreta, quello destra/sinistra della così detta “seconda repubblica”, bipolarista, maggioritaria, “all'americana” in salsa italica, calato come una camicia di forza sulle culture politiche, e come una mannaia sull'Italia e particolarmente avverso proprio ai cattolici.
 
Una sorta di “Bar del Progresso” torna a cercare di riaprire i battenti e lo fa con una martellante campagna pubblicitaria che evita, però, di indicare i risultati realizzati, ossia partiti senza identià diventati scatole per comitati elettorali, sempre più bulimici e  personali, populismi cresciuti grazie a progetti politici calati dall'alto, leggi elettorali che progressivamente hanno limitato la possibilità di libera espressione del cittadino riducendolo vieppiù ad una funzione notarile, visioni radicali e ultralberiste che hanno innescato una vera e propria crisi antropologica scalzando la persona, cercando di negarne la stessa ecologia umana, dalla sua centralità col rischio di una riedizione di uno Stato etico dedito non tanto a doveri e diritti ma a poco civili desideri, leaders diventati più che altro sciamani desiderosi di dimostrare, in un legame diretto col popolo, cancellando ogni corpo intermedio, potenza e taumaturgici riti, classe dirigente sempre più improvvisata, anche perchè sono saltati i meccanismi di formazione sostituiti dall'illusione di scelte dirette, ma fedele al capo, che si adegua così all'immagine creata da quell'efficace, alto-borghese, campagna antipolitica legata al brand “casta”.
 
Soprattutto non viene sufficientemente ricordato un grande ed estremo risultato che porta una data precisa, 4 dicembre 2016 ossia il referendum cotituzionale: il popolo italiano è andato in un'altra direzione che è poi quella della Carta Costituzionale.
 
Chi contesta potrebbe dire che il risultato referendario si è legato a vicende politiche contingenti: vero in parte, ma può essere la democratica espressione di quanto prodotto per venticinque anni unitosi alla chiara difesa della Costituzione, estremo argine alla costruzione di una politica ed una Repubblica che non piacciono.
 
Gli italiani potevano astenersi causa delusione, come stanno facendo da tante tornate elettorali ormai, hanno invece massicciamente votato, questo avrà un significato, no? E quanti hanno sbagliato previsione pensando di cavalcare la brutta riforma, tanti per convinzione, troppi per tattica, sono stati superati da un popolo che si è espresso: molti, anche appartenenti al mondo cattolico, si sono affrettati a fare richiami comunque ad una unità per coprire tale divergenza vertice/base, a limitare la portata di questo voto, spacciandolo in fine come una semplice vittoria di un sedicente conservatorismo contro il progresso.
 
Viene in mente un sonetto del buon Trilussa:
 
Er Caffè del Progresso
è una bottega bassa, così scura
ch'ogni avventore è l'ombra de se stesso.
Nessuno fiata. Tutti hanno paura
de di' un pensiero che nun è permesso.
Perfino la specchiera,
tutt'ammuffìta da l'ummidità,
è diventata nera
e nun rispecchia più la verità.
Io stesso, quanno provo
de guardamme ner vetro,
me cerco e nun me trovo...
Com'è amaro l'espresso 
ar Caffè der Progresso!
 
Di fronte, dunque, alla riedizione di tutto ciò potrebbe essere opportuno, più che discutere su meccanismi di autoconservazione (listone, area, campo, alleanze, ecc...) fare un appello che inzia con la parola “basta” e si conclude con un punto esclamativo, tanto per metterci un po' di veemenza. Torniamo al campo aperto di una democrazia integrale.
 
Ed i cattolici? Si potrebbe ricordare che lo schema destra/sinistra, la divisione tra chi lotta contro la crisi antropologica e chi a favore di politiche sociali migliori come quelle migratorie, sono in realtà estranee ad una visione ed una cultura che non le contempla (nel secondo caso porta in realtà a sintesi essendo l'una posizione necessaria all'altra e viceversa), che sono state usate per dividere e cancellare, che è necessario far ripartire una sana riflessione, fondata sull'amicizia come virtù civica, sulla ricostruzione di una triplice autonomia di analisi, valutazione ed azione declinata nel tempo dato senza perdere troppo tempo tra conservatori e progressisti (che sono altro rispetto a chi fa riferimento al popolarismo, all'idea democratico cristiana), nei convegni degli ultimi sei mesi della legislatura organizzati da chi per cinque anni quella visione e quella cultura non l'ha rappresentata.
 
Tanto si potrebbe ricordare, ma credo sia sufficiente rifarsi all'intervista del Cardinal Bassetti, Presidente della CEI, apparsa su “La Repubblica” il 30 luglio scorso.