Cristianesimo e Cina. Un incontro fecondo

 

 

Paul Richard Gallagher
(Osservatore Romano)
 
A livello internazionale, oggi più che mai, la Cina continentale è al centro dell’interesse politico, economico e culturale. La Cina si considera un crocevia di sviluppo, grazie a progetti tanto importanti come la nuova via della Seta, la New Silk Road, («una cintura, una via», one belt, one road). In politica estera, sta chiaramente adottando un nuovo approccio agli equilibri esistenti nei rapporti internazionali e sta anche consolidando la sua presenza nei paesi in via di sviluppo. In politica interna, la Cina sta promuovendo programmi a lungo termine volti a dare a un numero considerevole di cittadini la possibilità di superare la povertà. Al tempo stesso, il sistema culturale cinese è impegnato a dare un forte impulso nelle aree della ricerca scientifica e tecnologica. 
 
Va anche osservato che la Cina sta affrontando la sfida globale insistendo sulla sua propria identità, per mezzo di un modello economico, politico e culturale che cerca di dare “caratteristiche cinesi” alla globalizzazione. In tal modo, il Regno di Mezzo, il Middle Kingdom, cerca di riacquistare una posizione centrale nel mondo, secondo quello che già era il modo di vedere le cose di Matteo Ricci, quando disegnò una cartina geografica completa di tutti i paesi del mondo per i cinesi. Quella fu la prima grande cartina del mondo in lingua cinese; la sua sesta edizione fu commissionata dall’imperatore stesso nel 1608. In questo contesto, anche a livello religioso, la parola chiave che viene costantemente ripetuta e proposta all’attenzione generale, è il termine “cinesizzazione”. 
 
Dato che ci troviamo nella Pontificia università Gregoriana, vorrei fare un’altra considerazione. In questo luogo è naturale ricordare, con profonda ammirazione, lo straordinario contributo che molti gesuiti, attraverso i secoli, hanno dato alla riscoperta della cultura cinese, consentendoci così di passare dall’impatto iniziale con un mondo così lontano a un incontro con il patrimonio scientifico, tecnico, filosofico e morale dell’Occidente. È stata una straordinaria avventura umana ed ecclesiale, guidata da uno spirito profondamente missionario, che ha ispirato molti membri della Società di Gesù, come pure di altri ordini religiosi, a partire per il continente asiatico e, in particolare, per la Cina.
 
A questo punto, vorrei fare riferimento alla dinamica del discernimento in relazione con il compito dell’evangelizzazione. Il discernimento ci consente non solo di comprendere sempre più a fondo la Parola di Dio ma anche di proclamarla, evitando al tempo stesso due pericoli piuttosto comuni. Il primo è quello del proselitismo, che misura il successo di una missione in termini di numeri piuttosto che in base alla qualità della scelta di chi entra in contatto con l’esperienza cristiana. Il secondo è quello di una proclamazione astratta della fede, che non tiene conto della complessa natura sociale e culturale dei contesti umani ai quali il messaggio del Vangelo è rivolto. 
 
Entrambi gli atteggiamenti scalfiscono appena la superficie di un autentico compito missionario, perché non riescono a cogliere le coordinate spazio-tempo che rendono possibile una feconda inculturazione della fede. Comunque, si dovrebbe poter discernere un orizzonte ancora più vasto nella missione ad gentes, ossia quello verticale del primato della grazia di Dio, che precede l’operato umano e anima la storia dei popoli dal di dentro. Anche in Cina Dio è già presente e operante nella cultura e nella vita del popolo cinese. 
 
Alla luce di queste brevi considerazioni, risulta chiaro che oggi la missione della Chiesa in Cina è di essere «pienamente cattolica e autenticamente cinese», rendendo il Vangelo di Gesù accessibile a tutti e mettendolo al servizio del bene comune. Inoltre, nel corso del tempo, i rapporti tra la Cina e la Chiesa cattolica hanno attraversato fasi diverse, alternando momenti di feconda cooperazione con altri di grande incomprensione e ostilità, che hanno portato, a volte, a situazioni in cui la comunità dei fedeli ha sperimentato grandi sofferenze. 
 
Tuttavia, esaminando la questione attentamente, il metodo che in passato ha reso possibile un incontro fecondo tra il “mondo cristiano” e il “mondo cinese” è stato quello dell’inculturazione della fede attraverso l’esperienza concreta della conoscenza, la cultura artistica e l’amicizia con il popolo cinese. A tale proposito, ancora esemplare è l’impegno di missionari come Alessandro Valignano, Matteo Ricci, Giuseppe Castiglione e molti altri, che vollero aprire la strada a un cattolicesimo con “forme cinesi”, solidamente radicato nel cuore stesso del Regno di Mezzo, al fine di proclamare il Vangelo di Gesù Cristo da una prospettiva totalmente cinese. 
 
Pertanto, nel considerare la missione e la riflessione teologica, emergono due espressioni o, più precisamente, due principi che dovrebbero interagire tra loro, vale a dire “cinesizzazione” a “inculturazione”. Sono convito che un’importante sfida intellettuale e pastorale nasce in modo quasi naturale dall’accostamento di questi due termini, che indicano due visioni reali del mondo. A partire da queste due visioni si dovrebbero poter trovare le coordinate di un’autentica presenza cristiana in Cina, che potrebbe presentare la natura speciale e la novità del Vangelo in un contesto profondamente radicato nella specifica identità della secolare cultura cinese. Nel suo trattato sull’amicizia, fratel Matteo Ricci ha detto: «Prima d’impegnarsi in un’amicizia, si deve osservare; dopo essersi impegnati, ci si deve fidare». 
 
L’universalità della Chiesa cattolica, con la sua naturale apertura a tutti i popoli, può offrire un contributo in termini d’ispirazione morale e spirituale al grande sforzo di dialogo tra la Cina e il mondo contemporaneo, facendolo proprio attraverso la comunità cattolica cinese, che è completamente integrata nel dinamismo storico e attuale della terra di Confucio.