CRITICA ALLA CRITICA DEL PRODIANO BRUNELLI

La scuola bolognese, fucina della cultura cattolico progressista di rito prodiano, apre le ostilità con l'editoriale del "Regno" e anticipa la battaglia politica di settembre. Lo fa con un editoriale di Gianfranco Brunelli teso a contestare la strategia di Renzi, il suo attestarsi sulla linea del proporzionale, la chiusura verso l'area dei dissidenti a sinistra del Pd. In questo modo, a giudizio dell'editorialista, il centrosinistra è destinato a sicura sconfitta.
 
Sono argomentazioni ormai largamente diffuse, quelle di Brunelli; non aggiungono molto, anzi partono da una critica alla gestione del post-referendum, e non alle scelte legate a un referendum molto discusso per il contenuto delle modifiche costituzionali, che mostrano un deficit di riflessione sul renzismo allo stadio di maggiore successo: un deficit che suscita più di una perplessità.
 
In sostanza, non importa che la riforma costituzionale fosse oggetto di molte critiche, anche da parte di alcuni settori della intellettualità cattolica. Quel che conta, piuttosto, è lo sbandamento successivo, di cui ha dato prova e continua a far prova il Segretario Dem. E qui, in effetti, suona strana la critica, perché il solipsismo di Renzi (ovvero il rifiuto di erigere le alleanze a base del progetto politico) altro non è che la continuazione dopo la sconfitta (e malgrado ciò che essa ha significato) della cosiddetta vocazione maggioritaria.
 
Brunelli sorvola sull'errore che Renzi ha commesso per adempiere agli indirizzi di un riformismo "à la Duverger", in particolare espressione di ex dirigenti della FUCI anni '80, che esalta e radicalizza il tema della governabilità, evidentemente a scapito della rappresentanza e dunque del pluralismo democratico. Sembra questione accidentale, perché alla fine sovviene la preoccupazione decisiva, tutta legata alla esigenza di riunire in qualunque modo le diverse anime del centrosinistra. Insomma, il problema è rifare l'Ulivo.
 
Il paradosso è che il ritorno alla formula di elezione del prodismo avvenga senza scrupolo critico, come se l'antica aggregazione del centrosinistra non avesse inciampato, all'epoca, sulle incongruenze di una complicata collaborazione. In più, mentre l'Ulivo sanciva la volontà di mettere insieme il centro e la sinistra, Brunelli oggi fa a meno del centro: basta invece riannodare il dialogo, assumendone il carattere di vincolo ideologico, tra una sinistra più moderata e una sinistra più radicale.
 
Brunelli non si accorge che il suo "nuovo Ulivo" assomiglia, volente o nolente, alla coalizione voluta da Bersani nel 2013 (Pd+SeL). Gli elettori non gradirono quella proposta, non molto lontana da un aggiornamento alla buona - senza il pathos e la dialettica dell'immediato dopoguerra - del vecchio frontismo. Guarda caso nel 1948 l'alleanza di sinistra prese il 30 per cento, la stessa percentuale del 2013. Niente di nuovo sotto il sole, quando il sole splende all'insegna della identità e integrazione della sinistra.
 
Infine Brunelli, addebitandone sempre la responsabilità a Renzi, lancia l'allarme a riguardo di una possibile, o meglio inevitabile, crisi del sistema democratico dovuta al ripristino della proporzionale. Ciò nondimeno, al netto dei rischi di eccessiva frammentazione, il sistema elettorale proporzionale avrebbe il merito di non "costringere" Berlusconi a ricomporre il blocco di destra in ossequio allo schema (vincente) del 1994. Sembra quasi che rimettere indietro le lancette della politica italiana, con il Cavaliere alla guida della stessa ambigua coalizione - essa sì pericolosa per il buon funzionamento della democrazia dell'alternanza - non costituisse un serio motivo di preoccupazione.
 
In conclusione la sortita di Brunelli, destinata certamente a far discutere, anche per il significato di speciale rappresentazione della possibile (ri)discesa in campo di Prodi, abbisogna di un vero approfondimento critico. La 'novità' di Renzi, viziata in origine dal virus del potere per il potere, un po' come appariva il doroteismo agli occhi di Moro, non può o non deve essere contestata con un tuffo all'indietro, senza riconoscere i limiti di una esperienza fatalmente consumata dell'universo di centrosinistra.