DA MARESCIALLO D’ITALIA A VICE-RE D’ETIOPIA. LA STRAGE DELLA COMUNITA’ CRISTIANA COPTA : CHI ERA RODOLFO GRAZIANI

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Quando nel 1935 Benito Mussolini lo nominò governatore in capo della Somalia, Rodolfo Graziani, già maresciallo d’Italia, attribuì ben più ampia facoltà d’azione all’esercito che si stava preparando a colonizzare alcuni territori etiopi, intorno ai quali – secondo i progetti del duce – sarebbe dovuto nascere il nuovo impero. Un impero che avrebbe ripercorso i fasti dell’Antica Roma e che, in quanto secolare vocazione italica, “spettava di diritto” al regime fascista.
 
Ma le cose non andarono proprio come lo Stato Maggiore aveva inizialmente pianificato. In realtà, Graziani utilizzò l’area geografica somala per “affacciarsi” più a nord, dove – fiancheggiato dall’allora sottosegretario alle colonie Alessandro Lessona – decise di estendere oltre misura le zone di occupazione e si pose come obiettivo quello di conquistare Harar, la seconda città per importanza dell’Etiopia. Alla guida della divisione Peloritana, Graziani fu il primo a usare armi chimiche contro la resistenza etiope, assoldando al contempo dei mercenari libici di fede musulmana per sterminare alcune comunità cristiane in armi, loro nemiche dichiarate. Oltre a compiere numerosi bombardamenti a tappeto sulle città di Harar, Giggiga e Dagambùr, il maresciallo italiano non esitò ad adottare una vera e propria strategia del terrore: senza riconoscere ai comandanti militari nemici il diritto di battersi per la difesa del proprio paese, fece giustiziare i capi della resistenza, di cui alcuni appartenenti alla comunità copta locale. Senza fare prigionieri. 
 
Di fatto, Mussolini stava progressivamente esprimendo la volontà di ampliare la campagna sino alla totale occupazione del Corno d’Africa, esercitando continue pressioni sui responsabili militari delle missioni, tra cui Badoglio e lo stesso Graziani. Solo durante la primavera del 1936, la manovra italiana, che arrivò a contare l’impiego di 400.000 soldati e un dispiego di mezzi epocale, cominciò a scalfire la resistenza del nemico, il quale, nonostante fosse mal equipaggiato (alcuni reparti non possedevano nemmeno le armi da fuoco) continuò a battersi con coraggio per diversi mesi, capitolando solo dopo aver subito pesantissimi attacchi aerei e il fuoco delle divisioni corazzate. E continuarono tutta una serie di esecuzioni sommarie ai danni dei miliziani locali che avevano partecipato alla guerra di resistenza. Il 5 maggio Addis Abeba era conquistata, ma tanta violenza, perpetrata indistintamente sia nei confronti delle milizie che nella popolazione civile etiope, non poteva non provocare ritorsioni : il 19 febbraio 1937, durante una cerimonia tenutasi nella stessa Addis Abeba, ebbe luogo un attentato che provocò alcune vittime e ferì seriamente Graziani, appena insignito con il titolo di vice-re d’Etiopia. Le rappresaglie furono terribili, e dietro suo ordine, per diversi giorni squadre militari italiane, affiancate da milizie libiche, assediarono e incendiarono interi villaggi provocando tra le 4.000 le 5.000 vittime, di cui almeno la metà appartenenti al clero cristiano locale. 
 
Quelle stragi, passate alla storia internazionale come “Graziani massacre”, facevano parte di un disegno che per un certo periodo la propaganda fascista avrebbe voluto far passare come una missione umanitaria rivolta a liberare la popolazione etiope da un regime schiavista, suscitando a tratti anche la benevolenza di una parte dell’opinione pubblica italiana. Al contrario, l’impresa si rivelò – col passare dei giorni – un autentico fallimento. Sul piano economico, infatti, questa non fu assolutamente redditizia : l’Etiopia era un paese povero, sia sotto l’aspetto delle risorse naturali che dal punto di vista degli insediamenti agricoli, non realizzabili a causa del clima. Oltre a pagare un altissimo prezzo in costi umanitari e in denaro, il regime, consapevole dei massacri compiuti, non riuscì neanche nell’intento di suscitare nella comunità internazionale la sensazione di aver acquisito lo status di grande potenza. Cosa che indusse Mussolini, di lì a poco, a riavvicinarsi alla Germania per stipulare un trattato d’amicizia, denominato Patto d’Acciaio.