Dove sta andando Roma?

 

 

Strano Paese l’Italia. Davvero. Per tutta l’estate si è parlato, e scritto, di come si viva male nelle grandi città, in modo particolare quest’attenzione è stata direzionata alla nostra Capitale, Roma. La caput mundi, la città eterna, quella che ti avvolge e ti mozza il fiato appena la vivi, appena la respiri. Ora non è più così, troppe anomalie la pervadono, per utilizzare un eufemismo. Oggi l’immondizia, quella prodotta dai noi tutti, cittadini e non, avvolge la capitale senza che nessuno se ne preoccupi. Anzi, si può benissimo affermare che  il civis romanus, come direbbero i dotti, è assuefatto al pattume, quasi fosse un partner assiduo della propria quotidianità. La “bruttezza” è divenuta un modus vivendi. I ricchi vivono nel proprio habitat dorato, i poveri si rabbattano in quello da favelas di cui sentiamo tanto parlare in televisione. La favelas, ahinoi, è dentro di noi, quasi non ce ne accorgessimo; anzi immaginiamo, sempre, di essere all’avanguardia del mondo con il nostro saper vivere al di sopra di tutto e di tutti. Quasi in uno stato di incosciente superiorità culturale. Incuranti di tutto ciò che accade attorno a noi.

Ed ecco che il problema è la Raggi, la pentastellata imbalsamata secondo molti, prima era Marino, il chirurgo inviso, e prima ancora del “fascio” Alemanno. O, ancora prima, del comunista Veltroni. Ma il problema in realtà sono i romani, troppo snob da preoccuparsi di ciò che accade attorno a se, alla propria città, ma sempre pronti ad evidenziare le problematiche altrui. Manca quel senso civico che è la conditio sine qua non per generare il senso assoluto della bellezza. Una  bellezza che non è quella "grande" trasmessaci dal film, premio Oscar, di Sorrentino in tutte le più disparate salse e latitudini. Oggi avere una città sporca, non solo dal punto di vista letterale, dove il bello non esiste più, come fa poi ad avere degli adeguati valori solidali? Facile affermare che vi è il bisogno di essere accoglienti. Ma non si risolvono le problematiche con cotanta semplicità. Oggi ad ogni semaforo si litiga e si rischia la degenerazione; nelle discoteche si muore per un nonnulla.

Si parcheggia in doppia fila, quasi fosse un diritto divino; non si rispettano, insomma, le più elementari regole di civiltà. Se si vuole, si potrebbe continuare in eterno. Ma la cosa più evidente e sconvolgente, purtroppo, è che esiste una Roma centrale, quella turistica, dove vivono poche persone romane, in generale vivono poche persone, che non hanno collante con il resto della città, come se esistesse una città nella città. Vi è, quindi, una degenerazione sociale che non ha eguali, seppur Roma, nella sua storia millenaria, ha conosciute tante di quelle crisi. E se, infine, qualcuno provasse ad uscire dai confini dell’urbe coglierebbe immediatamente che le altre città, seppur più piccole, e quindi con difficoltà diverse, abbiano una qualità della vita decisamente migliore.

Dove è normale non buttare un mozzicone di sigaretta per terra e dove è del tutto abituale che l’autobus sia puntuale nella propria tabella di marcia. Ed ancora, dove sia presente il rispetto dell’altro e il senso profondo del vivere assieme, per se stessi e per i propri figli, il tutto in una dimensione più umana.  Caro cittadino romano come desideri proseguire? Vuoi tornare a cogliere una socialità perduta? Se sì, batti un colpo incominciando ad operare, nella quotidianità, con gesti semplici volti al rispetto di se stessi e degli altri. Sarà possibile tutto questo?