Droga, mafie e jihad: il lato oscuro del Sahara che minaccia il Mediterraneo

 

 

Il cinema si è servito, spesso, del deserto del Sahara come di un abbagliante paesaggio da cartolina, una meraviglia naturale perfetta per esaltare le riprese cinematografiche. Tra i tanti deserti nel mondo, è il più vasto. Oceani di sabbia, popoli nomadi e piste in terra battuta che collegano sperduti villaggi ad antiche città. Da sempre le regioni del Sahara e il Sahel offrono atmosfere magiche, affascinanti, ma negli ultimi anni sono diventate anche un rifugio sicuro per bande criminali e gruppi terroristici come Al-Qaeda nel Maghreb.

Siamo in quel pezzo del puzzle africano compreso tra Algeria del sud, Mali e Mauritania del nord, Marocco e Sahara Occidentale. Terre aride, estreme, dove narcotrafficanti e islamisti radicali hanno stretto tra loro un’alleanza che, approfittando dell’isolamento e della povertà delle popolazioni locali, fa prosperare il traffici di ogni genere.

Dall’espansione dell’Isis al ruolo delle mafie, dalle attività del Fronte Polisario al ritorno alle armi dei Tuareg. Il deserto del Sahara è un crocevia di traffici di armi, droga e esseri umani. A questo mare di sabbia “dove il narco-jihadismo si salda alle mafie internazionali”, i giornalisti Massimiliano Boccolini e Alessio Postiglione, dedicano il loro ultimo libro: Sahara, deserto di mafie e jihad. Come narcos, separatisti e Califfi minacciano il Mediterraneo (Castelvecchi, pp. 192, Euro 18.50).

Per loro, “i problemi dell’Italia nascono qui, anche se nessuno ne parla: in un lembo fra deserto e Golfo di Guinea, dove s’incontrano narcos sudamericani e narco-jihadisti”. Com’è stato possibile, si chiedono gli autori, che movimenti di liberazione d’ispirazione marxista-terzomondista, a cui andavano le simpatie dell’Occidente, si siano trasformati in jihadisti e, poi, in mafiosi? “Le mafie – sostengono – sono attori politici e lo jihadismo è funzionale alla legittimazione sociale dei criminali”. Il volume spiega tutto questo, partendo dal racconto di alcune storie di cronaca, come il sequestro Urru e i casi Bonatti e Calonego-Cacace. Tessere del mosaico del terrore.

I due autori, infatti, rivelano quali siano le dinamiche economiche che hanno costituito un pericoloso asse “narcojihadista”, con Califfi e fondamentalisti a fare affari con boss di Cosa Nostra o sudamericani. Le varie articolazioni di al Qaida o dell’Isis sono veri e propri terminali di un network planetario mafioso. Il libro, in modo particolare, svela – anche attraverso una esclusiva intervista al Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti – quali siano le connessione con le mafie internazionali, Italia compresa, a partire da camorra e ‘ndrangheta, sottoscrittori occulti, forse, di un nuovo “lodo Moro”.

Il volume come si evince chiaramente dal titolo si focalizza sulla regione del Sahara e analizza soprattutto la nascente criminalità della regione che tra traffico di droga e migranti sta assumendo un ruolo sempre più importante non solo nel nord Africa ma, per via dei suoi riflessi sociali ed economici, anche in Europa. Gli autori, infatti, illustrano minuziosamente le ragioni che hanno fatto del più famoso deserto del mondo un crocevia della nuova criminalità che gestendo la tratta dei migranti provoca forti ripercussioni sui paesi più meridionali d’Europa, Italia e Grecia in primis, con ripercussioni su tutto il Vecchio continente.

Vasto spazio è dedicato dagli autori proprio ai risvolti che questa nascente criminalità ha nelle vicende italiane, molto interessante la meticolosa e attenta ricostruzione fatta nei riguardi degli italiani rapiti nel Sahara che non sono certo stati dei semplici casi di cronaca come invece si potrebbe pensare superficialmente ma che, come documentano bene i due autori, sono strettamente legati a dinamiche molto più complesse.

Solo leggendo questo libro è possibile capire come sia possibile che ogni giorno migliaia di migranti senza documenti ma carichi di speranze attraversino migliaia di chilometri di deserto, con la complicità di trafficanti e miliziani di vario tipo, partendo dall’Africa sub-sahariana fino ad arrivare alle coste libiche ma anche tunisine e algerine, con la caduta del regime di Muammar Gheddafi sullo sfondo che insieme alla guerra in Mali ha alimentato questo caos e con il Marocco, unico baluardo di stabilità nella regione, che lotta contro i separatisti del suo Sahara che cercano di minarne lo sviluppo economico e la stabilità.

Molto importante anche la parte relativa al Fronte Polisario, forse ancora poco conosciuto in Italia ma che sta assumendo un’importanza sempre più crescente in un’area instabile e che a breve potrebbe diventare un attore di primo piano in queste vicende.

Ma il libro non pecca di determinismo economico. “Per il petrolio uccidi, ma ti uccidi per una idea”. Se le élite mafiose fanno affari – e quelli che oggi sventolano la bandiera nera del Califfo fino a pochi anni fa agitavano il “Libro verde” di Gheddafi o di altre utopie marxiste-terzomondiste, notano gli autori – la manovalanza crede realmente in questa visione distorta, assassina e messianica della religione. Per questo risulta particolarmente affascinante l’analisi, da parte di Boccolini e Postiglione, del perché una certa versione distorta dell’Islam sia uguale al populismo che affligge l’Occidente.