Geografia del populismo?

 

 

Marco Percoco
(IL Mulino)
 

Non so se quella delle ultime elezioni sia stata davvero un’ondata populista senza precedenti nel panorama repubblicano italiano. Ho l’impressione, invece, che il populismo sia un tratto caratteristico della nostra politica pressocchè da sempre; probabilmente nessun partito ne è immune, sebbene con gradazioni diverse. E pure la letteratura internazionale che tenta di identificare le cause del voto populista, nel caso italiano, prende in considerazione gran parte dei partiti dell’arco costituzionale.

Dunque, più che di un’ondata di populismo, credo sia più corretto considerare il risultato elettorale recente come una sonora sconfitta dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese negli ultimi cinque anni.

E in ogni caso il populismo non è sempre un male: esso porta all’attenzione alcune questioni spesso trascurate e aiuta a comprendere la gabbia di regole che la politica spesso si impone, restringendo enormemente il suo raggio d’azione.

Qual è, allora, il contenuto informativo che queste elezioni ci consegnano? La risposta a questa domanda è semplice e complessa allo stesso tempo. La soverchiante presenza della Lega al Nord e quella, speculare, del Movimento 5 Stelle (M5s) al Sud ci mostra plasticamente la territorializzazione delle preferenze degli elettori. L’origine di queste preferenze è, paradossalmente, la stessa: la percenzione dell’assenza dello Stato, ovvero la mancanza di presa di alcuni partiti, rispetto ad alcune tematiche.

È stato scritto che l’elettorato settentrionale è stato ipnotizzato dai richiami anti-immigrazione della Lega di Salvini. La lotta a questo tema è stata condotta solo su un piano che pure si fatica a ritenere culturale. Le istanze leghiste e la loro ricezione da parte della gente sono state affrontate semplicemente tacciandole di razzismo. Non v’è dubbio che, in molti casi, la manifestazione esteriore e popolare di queste preferenze assuma gli sgradevoli tratti della xenofobia. Ma bisogna andare oltre e comprendere le cause più profonde di questo disagio, e proprio l’armamentario ideologico brandito da tutti gli ultimi governi ci offre la possibilità di comprendere, almeno parzialmente, le ragioni di questo fenomeno.

L’ingresso di manodopera straniera non specializzata nelle aree settentrionali del Paese ha comportato un incremento dell’offerta di lavoro, probabilmente producendo un aumento dell’occupazione, ma generando anche una pressione al ribasso dei salari. Questa situazione può essere positiva per le classi più agiate e per le imprese che eventualmente impiegano lavoratori non specializzati, ma è un chiaro peggioramento per chi si trovava nel segmento di mercato del lavoro non specializzato.  

Questa semplice analisi implica la ragionevolezza e l’efficienza della chiusura delle frontiere a chi, tra l’altro, sta ancora peggio dall’altro lato del Mediterraneo? No, qui si intende solo dimostrare come una politica di redistribuzione del reddito e degli eventuali benefici dell’immigrazione fosse necessaria per contenere la variazione (reale o percepita) del benessere delle fasce più deboli. Si noti come la politica degli “80 euro”, sebbene abbia finito per avvantaggiare soprattutto il Nord, non sia stata percepita come efficace o sufficiente al contenimento del malcontento.

Andando verso altre latitudini, la vulgata di questi giorni per spiegare l’enorme affermazione del M5s, vuole il Sud abitato da persone povere, legate all’assistenzialismo, dunque pigre e mendicanti una pioggia di aiuti statali. Nella consapevolezza di apparire ancora come una nota stonata, credo che questa visione debba essere respinta con forza. L’elettorale meridionale è lo stesso che ha sancito l’affermazione del Pd alle europee e a molte elezioni locali e regionali. Non può, quindi, essere descritto a tinte fosche e luminose in funzione dei risultati.

Gli elettori si sono ribellati invece a due fonti di disagio, dopo aver dato mandato pieno agli ultimi governi per la loro risoluzione.

 

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