I NUOVI DOROTEI

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Il punto debole della discussione sul governo è che, esaurito l’effetto delle elezioni, si propone alternativamente un assetto o l’altro a prescindere dalla qualità della proposta. La responsabilità è del Movimento Cinque Stelle, visto che Di Maio è pronto a stringere accordi, indifferentemente, sia con la Lega (in via principale) che con il Pd (in via subordinata). Neppure Scalfari si erge a bacchettare un approccio tanto disinvolto quanto improbabile.
 
Si dice che il Pd dovrebbe abbandonare il suo voluto isolamento. Ora, con tutta evidenza, pesa dalle parti del Nazareno la dura sconfitta del 4 marzo. Come reagire, non è facile stabilirlo a tavolino. Tuttavia le circostanze potrebbero indurre il partito di Renzi - la leadership, solo in parte dissimulata, rimanda sempre all’ex Presidente del Consiglio - a svolgere una funzione più penetrante, in qualche modo decisiva. Ma su quali basi? E per quale prospettiva? L’accordo più plausibile, quello con Di Maio, appare comunque un azzardo poco maneggevole: davvero il Pd rischierebbe la dissoluzione.
 
Dunque, la crisi che si vorrebbe prossima alla svolta potrebbe trascinarsi ancora per settimane. Miracoli non ne può fare, il Presidente della Repubblica. Poco si giustifica, infatti, il sovraccarico di speranze riposte nel lavoro di ascolto e persuasione di Mattarella. I suoi margini di manovra, a meno di repentine correzioni di linea da parte del tandem grillo-leghista, restano molto esigui. I principali commentatori ripetono da giorni che l’ipotesi più probabile è un incarico esplorativo affidato a uno dei Presidenti delle Assemblee (Fico o Casellati). Per fare cosa, non è dato di saperlo. Ecco perché la situazione politica trattiene in sé qualcosa d’indefinito e arrischiato, non paragonabile con altre vicende del passato.
 
Intanto l’ultima fotografia, scattata ieri al Vinitaly di Verona, non lascia intravedere un cambio di passo: i cosiddetti vincitori non mutano indirizzo. Solo Di Maio, alzando di qualche decibel la polemica con il centrodestra, dà segno di volersi smarcare dalla trattativa con Salvini. Il suo appello, quasi con toni accorati, chiama in causa (per realismo) il Pd. Il cerchio sembra chiudersi, ma solo nella mente di fantasiosi acrobati del programmismo senza politica. I nuovi dorotei.