Il barbiere dei poveri

 

Giampaolo Mattei
(L’Osservatore Romano - ed. settimanale)
 
 
«Mi viene facile pregare Giorgio il santo, sinceramente non sono portato a pregare altri politici ma con “lo straordinario” La Pira ho sempre fatto un’eccezione». La confidenza di Giulio Andreotti aprì l’intervista che il senatore a vita concesse dieci anni fa all’Osservatore Romano (6 dicembre 2007, pagina 4) proprio per ricordare «quel collega che ci ha sbattuto in faccia la santità nella quotidianità della politica dove la santità è forse più difficile che in altri settori della vita».
 
A quarant’anni dalla morte di La Pira — mentre la causa per la beatificazione procede speditamente, ha appena assicurato il cardinale arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori — ecco la pubblicazione dell’inedito carteggio con Andreotti. Ponti di paceè il titolo del libro in uscita per le edizioni Viverein, curato dal rogazionista Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia, e Roberto Rotondo. Con una significativa chiave di lettura suggerita, nell’introduzione al volume, dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana e diretto conoscitore dei risvolti dell’opera di La Pira.
 
Un carteggio che è anzitutto la storia di un’amicizia nata nel 1937 nell’ambito della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci), animata da Giovanni Battista Montini. Proprio da quel primo «entusiasmante incontro» Andreotti scelse di prendere le mosse per la sua testimonianza nella causa per la beatificazione dell’amico. Nelle lettere — raccolte con la collaborazione dell’Istituto Luigi Sturzo e del Comitato archivio Giulio Andreotti — sono presentate, in un serrato ordine del giorno, tutte le questioni più scottanti e concrete che, è interessante notare, non sono certo passate di moda. Si va dalle politiche sociali per il lavoro e la giustizia ai grandi temi del disarmo, della pace, fino ai nodi del Medio oriente e dei rapporti tra le superpotenze. Ma con al centro sempre la persona umana. Anzi, con al centro sempre Cristo. È esattamente da questa «ipotesi di lavoro» che parte sempre La Pira nei suoi colloqui, anche con le personalità non cristiane. Per questo, e lo confida apertamente, con Andreotti va sul sicuro quando si lancia nei suoi collegamenti di fede: sa di essere ben compreso.
 
Il carteggio con Andreotti si inserisce in un filone di iniziative che stanno riproponendo a tutto tondo l’attualità della testimonianza di La Pira: convegni, libri, romanzi, documentari e presentazioni di nuovi testi inediti. E dal rischio di annacquare, persino involontariamente, la forza esplosiva dello stile del «sindaco santo» metteva in guardia proprio Andreotti, con la sua concretezza. In realtà, rispose all’Osservatore Romano nell’intervista del 2007, «se uno pensasse di imitare La Pira sbaglierebbe: siamo tutti sordomuti nei confronti di quel modello di santità».
 
Oltretutto è un fatto assodato che non ci siano «santi comodi e La Pira ci ha stimolati, anche in modo brusco». Con lettere, biglietti e telegrammi — a getto continuo, in ogni direzione del mondo — il «professore» chiedeva a tutti, senza sconti, che non si perdesse mai di vista l’essenziale cristiano. Ricevere una comunicazione scritta di La Pira, confidava Andreotti, non era sempre «piacevole». E se al presidente del consiglio Amintore Fanfani arrivò a intimare, con un telegramma, di «cambiare la legge» per salvare i posti di lavoro degli operai perché «il Vangelo non lo possiamo cambiare», anche Andreotti fu «oggetto di telegrammi lapidari». Il senatore ricordava in particolare la reazione della moglie quando lesse le secche parole di La Pira che augurava alla famiglia Andreotti di non doversi mai trovare senza un tetto sulla testa: la questione urgente era infatti trovare una casa per gli sfollati di Firenze a ogni costo e il ministro della difesa Andreotti, secondo La Pira, avrebbe dovuto e potuto fare di più per i poveri.
 
Con la sua nota verve, Andreotti faceva notare come sorprendentemente i suoi interlocutori internazionali gli chiedessero notizie di La Pira che, persino nei posti più sperduti era già passato o era comunque conosciuto. «In un monastero thailandese di claustrali reduci dalla Cina, accampate ai margini del fiume Kwai, mi sentiti domandare da una suorina: “Come sta La Pira?”» disse al nostro giornale. Ma anche il re del Marocco, che insistette per testimoniare per la beatificazione, era un innamorato di La Pira, del quale lo colpivano soprattutto la coerenza e l’assoluta povertà della piccola cella monastica in cui viveva nel convento fiorentino di San Marco. E poi è un fatto che La Pira ebbe tra le mani il famoso rapporto Kruscev due anni prima che il mondo occidentale ne avesse conoscenza, tanta era la fiducia che tutti riponevano nel suo essere cristiano fino al midollo.
 
Tra i ricordi di Andreotti, lo rivela il carteggio, c’è poi «il La Pira costituente» e il La Pira letteralmente «saltellante tra i poveri: per tutti aveva una parola appropriata, un sorriso rassicurante». E il bello è che trascinava tutti, ma proprio tutti, nel servizio ai poveri. I giovani universitari Aldo Moro e Andreotti compresi. «A Roma, dopo la messa nella chiesa di San Girolamo della carità — ricordava Andreotti — si offriva una piccola colazione, si donavano vestiti, si creava un clima di amicizia confidente. La Pira ci chiedeva anche di fare barba e capelli ai nostri ospiti e noi, giovani e non tutti molto pratici, avevamo paura di procurare... incisioni! Ci incoraggiava dicendoci che se hai la carità puoi fare tutto».
 
Due politici cristiani come Andreotti e La Pira, che potrebbero apparire distanti anni luce, in realtà si capivano per la stessa formazione alla Fuci, certo. Ma perché la fede comune rendeva il confronto sempre facile e schietto, onesto anche laddove i giri della politica diventano provocatori. Eccone forse l’esempio più chiaro: «Caro Andreotti, ti scrivo questa lettera dal letto: è una lettera certo alquanto “curiosa”, un altro ministro si metterebbe a ridere leggendola; tu no, ne sono sicuro. Questo, anzi, è il punto di fondo che mi unisce a te, perché tu capisci una cosa di immenso valore storico: l’orazione dei monasteri di clausura». Nella lettera, datata 18 maggio 1965, La Pira lancia al ministro della difesa un’idea tanto «curiosa» quanto irrealizzabile, ma che va al cuore del rapporto di amicizia e stima che c’era tra i due: inserire nel bilancio «un “capitolo” per le armi efficacissime “nucleari” dell’orazione (delle cittadelle dell’orazione) in Italia e nel mondo».
 
Insomma, politica come vocazione e non come tornaconto; attenzione ai poveri e agli sfruttati; ricerca della pace internazionale con il dialogo sono i tre, attuali, insegnamenti di «Giorgio il santo», come lo chiamava Andreotti, auspicandone la canonizzazione. Perché, diceva, di un santo così c’è bisogno più che mai «nella vita politica». E il processo si è concluso dieci anni fa a livello diocesano e da poco la cosiddetta positio è stata consegnata alla Congregazione delle cause dei santi. «Speriamo che a breve possa passare all’esame dei consultori teologi» ha affermato il cardinale Betori. Annotando che «il Papa mi ha fatto il dono di saltare un altro passaggio, di solito previsto: quello di un esame della commissione dei consultori storici, perché la posizione storica della vita di La Pira è ben conosciuta, non ha bisogno di ulteriori approfondimenti». Quindi, ha spiegato il porporato, «andremo direttamente all’esame dei teologi che dovranno accertare l’eroicità e le virtù di quest’uomo, per poi passare infine — l’ultimo passaggio — all’esame dei vescovi e dei cardinali che, appunto, presenteranno il loro votum al Papa. Sperando che possa avvenire quanto prima questo riconoscimento che porterà La Pira a essere riconosciuto come venerabile per tutta la Chiesa nel mondo».
 
(9 Novembre 2017)