IL MAESTRO NEGATO

 

 

Pubblichiamo l’intervento di Giampiero Cardillo, Presidente di SERVIRE L’ITALIA, fatto il 7 febbraio scorso nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati per la presentazione del libro di Giovanni Palladino DON LUIGI STURZO MAESTRO DI VERITÀ E DI LIBERTÀ (Ed. Rubbettino) 

 

L’ultima di copertina dei libri è la pagina riassuntiva più importante di tutti i libri moderni. Di solito è anche la pagina più letta sia di quelli che si sono acquistati, sia di quelli solo esaminati, ma che poi non abbiamo acquistato. In questa quarta di copertina l’autore sostiene di aver voluto raccontare la “genesi e la positiva conclusione della fase diocesana della causa di beatificazione di don Luigi Sturzo”. Ma nelle 240 pagine di questo testo non c’è solo la testimonianza di Giovanni Palladino, erede dell’esecutore testamentario di don Luigi. Non c’è solo la storia di una promessa fatta a suo padre Giuseppe, mantenuta mediante un impegno senza tregua durato più di vent’anni. C’è anche altro. È questo “altro” risulta di vivo interesse anche per chi, come noi, vive la storia di questo travagliato e confuso inizio del terzo millennio. La ricca documentazione che contiene contribuisce a fratturare il muro di omertosa misconoscenza subita da Sturzo, sia in vita che dopo la sua scomparsa. Pochi grandi uomini in Italia (Olivetti, Marotta, Ippolito, Natta…) hanno fatto così tanto concretamente e con un successo evidente, per poi subire un subdolo trattamento di “sepoltura” anticipata, quando erano ancora in vita e di condanna all’irrilevanza politica e culturale dopo morti. Subdolo trattamento perché don Luigi è stato qualche volta “usato”, ma solo dopo essere stato accuratamente denaturato: ridotto a una citazione sempre più rarefatta e oscura. Citato e forse mai letto. Conosciuto, ma evitato. Frequentato, ma sopportato. Ossequiato, ma anche deriso in segreto e nei fatti osteggiato. Contrastato, ma incompreso.

Celato dai nemici, ma anche dai troppi postumi custodi infedeli che avrebbero dovuto invece valorizzarlo, troppo spesso reclutati fra i nemici del suo pensiero e delle sue azioni. Anche di recente è stato dileggiato quando “sfruttato per assonanza”, ridotto a incomprensibili slogan storpi (es. “Liberi e …uguali”…). E tutto questo c’è in nuce o in chiaro in queste belle pagine, a mio parere. Palladino narra la sua impresa, ma ci presenta anche il maestro che ci è stato negato. Il maestro della Dottrina Sociale della Chiesa applicata esemplarmente. Un maestro di liberalismo moderno che non abbiamo potuto ben conoscere, giudicare, seguire (persino l’autore, figlio dell’ultimo fedele seguace di don Sturzo, confessa di averlo conosciuto solo durante la sua impresa di raccolta di testimonianze e di contatto con estimatori, spesso ben nascosti alle cronache politiche, civili, storiche e letterarie). In questi pochi minuti vorrei condividere con voi la risposta che mi sono dato circa il perché di tanto accanimento subito da don Sturzo da vivo e da morto, specialmente oggi. Sinteticamente: perché la sua vita, le sue opere, il suo complesso, coltissimo e difficilissimo insegnamento sono fascinosi, attrattivi, chiari, semplici, esemplificati concretamente e… “impossibili”, come lo sono il Vangelo e la Dottrina Sociale che ne deriva modernamente. Quando ti avvicini troppo alla sua figura e al suo pensiero esemplificato, non puoi fare a meno di subirne il particolare fascino aristocratico: l’aristocrazia del sapere e del saper fare concretamente bene il bene.

Ciò presuppone verità e carità, impegno e sacrificio, Fede e ragione, concretezza e caparbia determinazione, coraggio e misura, visione positiva del creato e sapienza dei limiti umani, ossequio della storia e capacità di scriverne un tratto del tutto nuovo, creativamente. Nessuno fu più “liberale” e “popolare”, allo stesso tempo, quanto lui. Eppure, o proprio per questo, fu osteggiato sia dai liberali che dai marxisti. Mons. Pennisi ha potuto affermare già quindici anni fa che Sturzo è oggi oggetto di una rapina opportunistica, di una strumentale riscoperta “politica” e non “storica”, ridotto a una miniera dalla quale ognuno può trarre quello che gli serve, in funzione del proprio progetto politico. Magari senza averlo neanche letto.

Questo libro, se fosse diffuso con metodi di marketing moderno, potrebbe essere un punto di partenza utile per chiudere la “miniera” agli avventurieri della politica, denunciare i finti amici sfruttatori del suo pensiero, incoraggiare nuovi e migliori interessati al liberalismo che promana dalla DSC, attualizzata. Alla fine della lettura di questo libro ognuno dovrebbe aver almeno compreso quanta verità ci sia nella riflessione di Toqueville sulla indipendenza religiosa e sulla libertà politica in democrazia: “…l’uomo… se egli ha fede, bisogna che serva, e se è libero, bisogna che creda”.

Rispetto a ciò che Sturzo diceva sulla libertà: “Se la libertà è violata in campo economico, è lesa anche in quello culturale, in quello politico e sociale e viceversa. Non c’è esempio nella storia di una libertà che stia in piedi da sola” (1958). Fede, servizio, libertà, cultura, azione politica. Una pentalogia indagata a fondo da don Sturzo. Tornerebbe utile, mi pare, soprattutto oggi quando si parla di libertà economica, ma anche di libertà scolastica, che Sturzo apprezzò esserci in America: “…perché qualsiasi ente o individuo può aprire o promuovere scuole di ogni ordine e grado o facoltà… Finché gli italiani non vinceranno la battaglia delle libertà scolastiche in tutti i gradi e per tutte le forme, resteranno sempre servi… dello stato, …dei partiti… di tutti…”.

In queste pagine c’è la possibilità di farsi un’idea sturziana circa ciò che sta accadendo nell’ormai marginale, sedicente e poco seducente elettoralmente “mondo politico e pre-politico cattolico”. L’idea della necessità di unità politica dei “cattolici” era estranea al pensiero politico sturziano che aborriva un partito “cattolico”, mentre era centrale in De Gasperi e la sua DC, pur nata nel ‘42 in piena guerra solo come partito “dei cattolici”. Nel primo dopoguerra, in piena guerra fredda però, Sturzo sopportò, con sofferenza mai celata, una deroga al suo credo politico, in nome delle necessità di “mobilitazione” sostenute anche dalla gerarchia della Chiesa. E la DC divenne “non un partito, ma un coacervo di partiti” destinato al collasso integrale; ma Sturzo seppe riconoscere, nel ‘59, che era “venuto il momento di una difesa suprema della nazione pericolante o aggredita, i cattolici han fatto tra i primi il loro dovere”.

Dal libro emerge anche l’indispensabilità per l’azione politica di privilegiare il lungo termine rispetto al breve e brevissimo tornaconto nei sondaggi di popolarità elettoralistica. Saper vedere lontano, conoscere e decidere, valutando le conseguenze future, è un’arte che caratterizza politici, imprenditori e amministratori solo di grande taglia e valore. Ai tempi di Sturzo non mancavano. Questo libro, che parla anche dei rapporti di don Luigi con altri giganti della sua epoca, ci interroga e ci indica la necessità di scovare le tracce di altrettanti giganti anche oggi. Tra i temi attualissimi rilevo la scelta sturziana della forma elettorale uninominale maggioritaria, con votazione al ballottaggio a otto giorni di distanza.

Una scelta del 1954, in contraddizione con quella proporzionalista da lui difesa dal 1919 in poi: “In fondo sono io che ho cambiato pensiero; sono le situazioni politiche del 1954 che sono diverse da quelle del 1919. Allora era necessario costituire un partito dinamico; dare la possibilità dell’alternativa al governo era l’unico modo di salvare il paese dal rivoluzionarismo dell’estrema sinistra e dal nascente fascismo della Val Padana; pertanto allora la proporzionale servì bene e i popolari poterono entrare in parlamento. Oggi la proporzionale è dannosa perché impedisce la formazione di un terzo partito omogeneo e valido da presentarsi come opposizione legale e come alternativa alla DC”.

Oggi, cosa penserebbe di suggerire Sturzo? Nel libro ci sono molti spunti di riflessione. Un ultimo tema che vorrei sottolineare, citato nel libro, è quello relativo al ruolo moderno dei “governi locali”. Avere chiara la visione di fondo: il Comune è produttore, non erogatore di servizi. C’è un dovere di produttività. Questo sostiene Marco Vitale, uno dei migliori seguaci operativi di don Sturzo, più volte presente nelle pagine di questo libro. Molti Comuni oggi sono di gran lunga tra i maggiori produttori nazionali. È un produttore non può che essere… produttivo. Una produttività di due specie: investimenti, funzionamento corretto dei servizi, urbanistica, in solido con la Regione, scuole, politica edilizia, etc.; poi c’è la produttività in senso stretto, riferita alla sua organizzazione interna del lavoro. Gli enti locali hanno un dividendo da assicurare: gli investimenti produttivi, motore di civiltà e progresso. Le città hanno un capitale da far fruttare: la loro storia e la loro memoria, le loro strutture. 

I Comuni debbono fare strategia, leggendo bene la realtà, i termini del problema, i punti forti e i punti deboli. Ecco un tema sturziano, trattato con la sua visione, sovrapponibile anche a quella di altre tradizioni a lui coeve, come quella di Salvemini o di Mario Cuomo: “Non è obbligo del governo fornire servizi, il suo obbligo è di assicurare che vengano forniti”. Una burocrazia che guidi di più e che remi di meno. Questi sono temi di oggi. In Sturzo ci sono straordinari elementi di riflessione per congrue risposte, progetti, programmi concreti. Da Sturzo sono nate e possono nascere convinzioni, posizioni e ricette moderne, utili per essere seguite. Utili e condivisibili al di qua e al di là dell’essere cattolici militanti. È, in sostanza, “solo un problema di Libertà”. Che nasce anche dalla conoscenza di maestri “negati” come è stato ed è per noi ancora Sturzo. Questo libro aiuta ad iniziare a pretendere e a prendere possesso di ciò che insegna don Luigi Sturzo ancora oggi.