IL PD S’INTERROGA SUL FUTURO DELL’ECONOMIA ROMANA

 

 

 

Ieri il Pd ha celebrato nella prestigiosa cornice del Tempio di Adriano gli “Stati generali dello sviluppo economico”, cui hanno aderito organizzazioni di categoria e sindacati, per dare vita a un confronto a tutto campo sulle questioni relative al declino della città di Roma. 

L’iniziativa ha messo in evidenza, già nell’introduzione di Augusto Gregori, tra i più stretti collaboratori del segretario Casu, la mancanza di un’analisi rigorosa della “questione romana”. Senza un pensiero che sorregga lo sforzo diretto a superare le difficoltà, insorte con l’ultima crisi finanziaria mondiale, ogni prospettiva di rilancio della capitale può andare incontro a un inevitabile fallimento. 

Se una parola d’ordine è risuonata nel corso dell’ampia discussione, questa evocava qualcosa di antico e di nobile: lo sviluppo, come si diceva una volta, quando cioè la politica si armava di ragioni intrise di cultura e strategia, non vive fuori da una logica di programmazione. Il riformismo ha bisogno di riscoprire questo elemento vitale dell’azione pubblica. A Roma, invece, manca da anni lo spirito di programmazione.

Sì tratta di un giudizio corretto. Tuttavia il convegno, senza ulteriori approfondimenti, potrebbe risultare sterile. Anche l’analisi storica necessita di un supplemento di attenzione. Non va dimenticato, infatti, che nel biennio 2007-2008 Roma perdeva due grandi banche: Bnl (ora Paribas) e Capitalia (ora Unicredit). Il risparmio locale passava perciò sotto il controllo di player più forti, fuori dall’orbita metropolitana romana, fuori persino dall’orbita nazionale. In quel frangente il Campidoglio avrebbe dovuto sfoderare le unghie proprio a difesa dell’economia romana.

Dunque, bisogna riflettere bene sugli errori compiuti in passato, anche ammettendo serenamente le proprie responsabilità.