Il REFERENDUM DEL 22 OTTOBRE NEL LOMBARDO-VENETO: UN PRE-DIVORZIO DISASTROSO?

 

 

(Servire l'Italia)

 

Tra pochi giorni assisteremo al referendum consultivo sull’autonomia fiscale di due Regioni, la Lombardia e il Veneto, le più ricche d’Italia assieme all’Emilia Romagna. Queste tre Regioni sono perciò anche le maggiori contribuenti a beneficio delle casse dello Stato. Abbiamo già scritto, pochi giorni orsono, sul referendum Catalano. Una coincidenza temporale che potrebbe indurre qualche confusione: quello catalano è illegale e anti-costituzionale, quello lombardo-veneto è legale e costituzionalmente corretto; quello Catalano semina divisione e vecchi germi di Guerra Civile nelle 17 Regioni spagnole. 

Quello lombardo-veneto non dovrebbe far pensare ad una disfatta dell’Unità Nazionale. Ma se la nostra Unità Nazionale non è per ora direttamente attaccata come in Catalogna, molti degli argomenti utilizzati nella campagna referendaria del nostro più ricco nord sottolineano ragioni non trascurabili e assolutamente verosimili. Ragioni espresse spesso con toni aspri, che tolgono anche molto cemento alla malta già logora che ci tiene uniti nel momento, forse, più difficile dal dopo-guerra, per il futuro della nostra Nazione e per il destino dell’Europa. È, infatti, vero che centinaia di miliardi di tasse e imposte vengono sprecate in Italia da Istituzioni decotte e inefficienti. Come è anche vero che le Istituzioni centrali e locali sprecano molto meno al Nord che al Centro-Sud e raccolgono solo una frazione di una imposizione fiscale ormai arrivata oltre i limiti superiori di sopportazione del sistema-Paese. Ma è pur vero che 2,5 miliardi di tasse, astutamente eluse da Google in Italia, non si recuperano senza il concorso di una Europa più forte, che non sia progressivamente indebolita anche dalle divisioni interne degli Stati membri. Nonostante gli sprechi e a causa degli sprechi la qualità della vita del centro-sud è sempre più modesta. 

L’Organizzazione Europea per la Cooperazione e lo Sviluppo ci informa circa l’enorme divario quantitativo e qualitativo tra la scuola della provincia di Bolzano e quella della Campania. I campani cedono un anno di vantaggio a favore degli studenti altoatesini. Per non parlare del basso livello dei laureati del sud. Oramai considerazioni del genere sono passate dal campo delle scienze statistiche al genere para-letterario del luogo comune. Occorre rimediare e il tempo che rimane per farlo è ormai pochissimo. Rafforzare le autonomie locali per salvaguardare le eccellenze territoriali è, allora, una strada percorribile, necessaria è ineluttabile? L’art.118 della Costituzione ci direbbe di sì. 

Articolo 118:
  Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. 
 I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.  La legge statale disciplina forme di coordinamento fra Stato e Regioni nelle materie di cui alle lettere b) e h) del secondo comma dell'articolo 117, e disciplina inoltre forme di intesa e coordinamento nella materia della tutela dei beni culturali.
 Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. 

Il principio di sussidiarietà è dunque chiamato in campo dal referendum di fine ottobre, anche se non come principale vessillo rappresentativo. I toni alquanto rozzi che vengono usati sui media nascondono molto bene questo possibile alto riferimento giuridico e politico. Nel caso del lombardo-veneto si tratta di una pretesa sussidiarietà verticale diretta verso il basso: dalle Istituzioni dello Stato a quelle regionali. 

Ma, come riflesso, per le comunità del sud, con mezzi e capacità ridotte e con le Istituzioni più vicine al cittadino (Enti Locali) più inefficienti, forse varrebbe la pena considerare il percorso inverso: una sussidiarietà verticale diretta verso l’alto. Verso, cioè, organi centrali più lontani dai “condizionamenti locali”. Anche se, nel centro-sud, le Istituzioni Statali non si rivelano poi così tanto lontane dai “condizionamenti locali” come si vorrebbe. La campagna referendaria pone, poi, in discussione argomenti tali che implicano una sussidiarietà senza solidarietà. Questa deriva “massimalista” sembra poter divenire padre e madre di un arbitrio costituzionale, che pare sciogliere nell’acido della vendicativa recriminazione ogni alito di ragione circa l’esistenza di uno Stato. La negazione di uno Stato non importa quanto giustificata dai fatti e dalle statistiche, che vedono il centro-sud “rapinare” il nord operoso. Calcoli elementari possono testimoniare che se il nord-Italia ricco cessasse di “foraggiare” il sud “sprecone e corrotto”, la tenuta dei conti dello Stato si reggerebbe, per paradosso, solo su un ulteriore aumento della tassazione generale. 

Dovrebbe aumentare sempre di più il montante per poter compensare ciò che di questo rimarrebbe, in forza dell’esito referendario, nelle Regioni stufe di essere “rapinate”. Sarebbe perciò per il nord una “vittoria di Pirro”. Una strada senza sbocchi, anzi, con conseguenze feconde di altri più vasti disastri. C’è da considerare probabile un conseguente indebolimento della voce Italiana in EU e dell’EU stessa sui mercati mondiali. Un indebolimento che, con molta probabilità, soffrirebbe specialmente il nord Italiano: ecco un’altra conseguenza paradossale. Per non parlare della crisi dell’ordine pubblico che ne seguirebbe. A meno di credere che di fronte al fatto compiuto post- referendario, a favore del nord, le Istituzioni del centro-sud, miracolosamente, possano diventare in un sol giorno sia provvide, che prudenti, sia efficienti, che efficaci. Come non si può credere che, a urne chiuse, non solo la Sicilia, ma anche la Sardegna e… la Val d’Aosta, come le provincie di Trento e Bolzano si convincano a convertirsi volontariamente allo statuto ordinario, permettendo di far recuperare allo Stato gran parte di ciò che esso perderebbe con l’autonomia del lombardo-veneto. Altre “autonomie” oltre la loro non sono sostenibili di certo, come esse non sono ormai più giustificabili, dopo molto più di mezzo secolo di privilegi strappati con le minacce di secessione o con le bombe sotto i tralicci dell’Enel. Non si può neanche sperare che potrebbe essere proprio l’esito referendario a favorire processi strutturali di riforme profonde, vitali per il mantenimento in vita di una Nazione lacerata: una politica fiscale migliorata, o anche una riforma dell’art. 114 e dell’art.117 della Costituzione. Cioè una migliore divisione del lavoro Stato-Regioni, in un quadro di iniziative di grandi imprese federali europee, progettate, eseguite e gestite a livello sovranazionale. 

Riforme sostanziali che renderebbero possibili delle utili, quanto virtuali e temporanee, autonomie regionali, alle quali affidare il nostro miglior sviluppo. Autonomie virtuali regionali e pluriregionali internazionali si potrebbero realizzare, di volta in volta, in occasione della nascita di grandi imprese federali europee, che potrebbero interessare certamente i territori del nord-Italia, più vivaci industrialmente e finanziariamente, ma anche le eccellenze territoriali che al sud non mancano. In sintesi: renderebbe di più al nord, invece della maggior autonomia regionale che il referendum chiede, lo smantellamento delle già esistenti realtà regionali a statuto speciale, la completa ridefinizione delle competenze regionali, l’eliminazione di ogni concorrenza StatoRegioni, la surroga a livello statale e sovra-statale, quanto più profonda possibile, laddove non abbia avuto successo la sussidiarietà verticale verso il basso (cioè ovunque al centro-sud). Occorre perciò riflettere se non sia peggio per il nord trattenere sul proprio territorio imposte e tasse, invece di stimolare l’EU affinché si creino le condizioni per numerose grandi imprese federali europee, che possano fungere da selettore, di volta in volta, delle migliori efficienze regionali di vari Stati-membri. Verrebbe prodotta, così, molta più concreta ricchezza, la quale ricadrebbe, in gran parte, proprio sulle regioni virtuali del nord, più capaci, in pectore, protagoniste delle varie grandi imprese federali europee. 

Questa necessaria innovazione, di cui si vede vivere oggi qualche primo esempio, dopo i primi ormai storici e dimenticati fasti dell’Euratom, dovrà essere immancabilmente incardinata, in modo permanente, nell’immediato futuro dell’EU (si può ben immaginare, come già detto, che tali processi virtuosi coinvolgerebbero specialmente il nord-Italia). Occorrerebbe riflettere se non sia meglio, per il nord, come per il sud, avere un unico disegno fiscale europeo, una sola Istituzione operativa EU per lo sviluppo territoriale europeo, un compensativo piano Marshall per le zone dell’EU afflitte da endemico sottosviluppo. Avere una sola difesa, una sola legge bancaria, amministrativa e del diritto civile. Il desiderio del nord di ottenere un divorzio dalla solidarietà nazionale è certo giustificato da molte ragioni, ma è probabile sia una falsa speranza quella di ottenere nuove condizioni ad esso più favorevoli. È probabile che non ci sia da guadagnare dal voler lasciare alla sua già avanzata agonia gran parte dell’Italia del centro – sud. Territori sfavoriti talora complici del proprio destino, ma anche vittime del proprio storico sottosviluppo sociale, Istituzionale ed economico. Sarebbe, invece, entusiasmante che il nord d’Italia operoso favorisse un referendum sui generis, magari esteso oltre i confini nazionali, proprio sulla necessità non solo di riforme delle Istituzioni nazionali e locali, ma anche di quelle europee, perché si favoriscano le Grandi Imprese Federali Europee, vero futuro regionale del continente. Il nostro nord potrebbe così far conoscere il proprio valore politico, oltre che economico e finanziario. Potrebbe mostrarsi pronto alla sussidiarietà, corroborata dalla solidarietà. Essere, perciò, un efficiente motore non solo economico e finanziario, ma anche politico di livello internazionale, livello che oggi appare essere necessario, se non indispensabile.