IL TRIENNIO DI JOBS ACT TIRA LE SOMME : SOLO 2 LAVORATORI SU 10 RISULTANO STABILI

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Le cifre non mentono. E allora, visto che la legislatura si avvia verso la conclusione e il governo a trazione Pd ha fatto del Jobs Act il suo cavallo di battaglia ribadendo a più riprese che la manovra sul lavoro (relativa all’ormai lontano 2014) è stato l’elemento di maggior successo, proviamo ad analizzare alcuni dati forniti dall’Inps.

Senza dubbio, la decontribuzione a favore delle imprese ha avuto effetti decisivi, ma la stessa ha progressivamente diminuito il suo impatto sull’assunzione di nuovi lavoratori. Così, se nel 2015 i contratti a tempo indeterminato raggiunsero la modica cifra di quasi un milione, nel 2016 sono diventati solamente 83 mila. Un crollo verticale, andato (presumibilmente) di pari passo con la diminuzione decrescente dei benefici erogati a favore dei datori di lavoro. Sempre secondo l’Inps, durante il primo trimestre 2017 sono stati assunti circa 320 mila lavoratori, ma solo 17 mila di questi a tempo indeterminato. Rispetto a queste cifre scaturisce un’ulteriore elemento, dal quale risulta che la media complessiva, estesa a tutto il primo semestre 2017, è di 2 a 10 : solo 2 lavoratori su 10 hanno beneficiato di un contratto stabile. Tutti gli altri neo-impiegati sono precari.  

Correlando le cifre sopra citate al tasso variabile di disoccupazione del paese nel corso del triennio, si registra che all’inizio del 2014 quello generale era al 13% (al 43% quello dei giovani) e attualmente, anno 2017, è sceso all’11,2 % (al 34,2% quello giovanile). Tito Boeri ha affermato che questi numeri sono stati determinati dal cosiddetto “esonero contributivo” – compreso nella Legge di Stabilità – dando modo alle imprese di risparmiare sia sui lavoratori assunti a tempo indeterminato, sia su quelli a termine. Sarà interessante sapere a che punto saranno i conti dello Stato una volta esaurito il piano di esonero fiscale per le aziende, e soprattutto, come si comporterà il nuovo esecutivo di fronte alle richieste di Confindustria, la quale ha nuovamente invocato significative esenzioni contributive. Fermo restando che la struttura attuale del mercato del lavoro italiano sta favorendo le fasce di età degli over 50 (gli stessi, vicini o lontani dalla pensione, continuano a mantenere il posto) e la diminuzione degli orari ha dato una spinta significativa ai risparmi delle imprese, saremo noi a giudicare le politiche sul welfare attuate dal governo uscente. Nella primavera del 2018 la parola passa agli elettori.