L’ULIVO 2.0, ovvero il dovere di una nuova stagione politica

Non penso che gli italiani troveranno frescura al riparo dei nostri dibattiti, ma mi fa piacere che almeno in ambienti dove la cultura politica non scompare mai, neanche in momenti di stallo come gli attuali (e non solo perché é agosto…, era in stallo anche a luglio e rischia di esserlo pure a settembre…), si stia facendo strada una riflessione sull’Ulivo di domani, sull’Ulivo 2.0, come dico scherzando ma non troppo, che parta da alcuni punti fermi e, certo, non abbia i colori della nostalgia (che é bella cosa ma non se diventa passatismo politico).
 
Direi che é inevitabile essere d’accordo con Dellai a cui mi lega una consuetudine politica non da oggi e perfino sia con Coriolano che con Brunelli, che esprimono esigenze a mio avviso comuni, esplicitate con diverse forme di priorità nei loro scritti. Spiego perché, col mio modesto parere, ovviamente.
 
Innanzitutto questa riflessione comune di nuova necessità di un Ulivo 2.0 non è contro alcuno. Nemmeno contro Renzi ovviamente. Anche se non si può ignorare che dopo quasi cinque anni dall’ascesa di Matteo Renzi (che non é Berlusconi, che non é un conservatore, che non é un avversario…) un bilancio andrebbe fatto e non basta ribattere che ha avuto un milione e duecentomila voti su quasi due milioni di votanti alle primarie del Pd: questo ci conferma che gode di grande popolarità ed ha un suo pubblico scelto di sostenitori. Non é poco, ma non é tutto, se si considera che il “secondo turno” delle primarie potrebbero essere le elezioni politiche e lí di certo voterebbero anche i non sostenitori, gli “an-tipatizzanti”, quelli, per intenderci, che hanno ampiamente rovesciato il voto del referendum istituzionale del 4 dicembre 2016, oppure gli hanno voltato le spalle in tutte le elezioni successive alle europee.
 
Questo vuol dire che Renzi deve farsi da parte? Certamente no, gode ancora di un meritato credito generale nel Paese quantomeno come volenteroso.
 
Ma Renzi deve riflettere sul fatto che la risposta alla crisi della politica come prestigio ed alla contiguità, anche nel partito, con soluzioni e proposte populiste ( e chi giustifica gli errori al G8, e chi fa la gara con M5stelle, a chi cancella più vitalizi e più attività della pubblica amministrazione, chi le spara grosse sull’immigrazione etc etc….) non può più essere il partito unico sostitutivo delle alleanze ( che non c’e più da tempo, non solo per via della legge elettorale proporzionale.), né la disintermediazione in combinato disposto col partito personale.
 
Questo armamentario non funziona più in un Paese che vota alle amministrative sempre il secondo arrivato contro il primo al ballottaggio, che non ha più freni inibitori nel rispetto e garbo istituzionale (ma anche della vita civile quotidiana…), in un sistema politico che premia al momento chi partecipa ( a parole) alla sofferenza dei cittadini senza indicare soluzioni piuttosto che chi ragiona per trovare compromessi, indicazioni serie di governo, momenti di unione sociale e civile.
 
Questa divaricazione tra il Paese reale del 2017 e il Renzi reale del 2013 che si ripete oggi, sta aumentando ed é questo che mi pare Brunelli segnali, non credo ispirato da Prodi, piuttosto angosciato dalla forbice che si allarga e dalla incomprensione della realtà attuale da parte di Renzi e dei suoi supporters. E d’altronde questa urgenza, rivolta al mondo cattolico, la si ritrova anche nella intervista della scorsa settimana del nuovo responsabile della CEI, Card. Bassetti.
 
Questa urgenza, ovviamente, come segnalano Coriolano e, soprattutto Dellai in maniera logica e condivisibile, non può e non deve generare una rincorsa nostalgica senza riflettere sul passato nobile ma anche sugli errori che portarono alla fine dell’Ulivo ed all’ambizioso tentativo della nascita del Pd, poiché una mera riproposizione di quella proposta sarebbe, come sempre nella storia, un pasticcio. 
 
Dunque sono d’accordo con Dellai, credo che poiché il PD fu un tentativo di ovviare alle fragilità delle alleanze multiple dell’Ulivo ma anche il Pd oggi mostra la corda e le sue fragilità (il “brand” stesso non funziona più direbbero gli esperti di marketing politico) tutti dovremmo fare un passo indietro per ripartire con maggiore lena dando vita a “cantieri” di riflessione con tempi, modalità e procedure concordate: c’é il PD che non può più vivere solo di pensiero comunicazionale e mediatico, c’e una sinistra che deve ritrovare una sua identità su idee e valori condivisi al di lá delle storie personali e c’é un centro fatto di associazionismo, classe dirigente, legami professionali e sociali che ha bisogno di non sentirsi ingabbiato in forme che non ha scelto, né invischiato in conflitti generazionali o personali che datano ormai decenni
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Poi c’é un arcipelago di liste civiche, associazioni, fondazioni, che negli anni hanno perso il gusto oltre che il filo di un “dibattito pubblico” (e qui le colpe o almeno il concorso di colpa, lo hanno anche alcuni pezzi di gerarchia ecclesiastica, il laicato cattolico, il volontariato laico…fare le scuole di politica senza la politica é una bella presunzion...).
 
Tutti questi terreni di impegno e confronto sono prossimi ed ancora raggiungibili da un lavoro comune di proposta politica ovvero di proposta di sviluppo della società civile italiana che voglia combattere il dilagante populismo e soprattutto l’idea che “ non ci sia più nulla da tentare”, ormai.
 
Non rifare l’Ulivo che é stato, dunque, ma riflettere sui nuovi con-tenuti di una società contemporanea, ovvero che accetta la sfida che i cambiamenti tecnologici e scientifici stanno portando e li inserisce in un quadro economico di sviluppo sostenibile, salvando e possibilmente migliorando le politiche sociali e di welfare.
 
L’Ulivo agiva in periodi precedenti la crisi economica che ha ormai quasi dieci anni e che non trova fine perché - a mio avviso - non é episodica come la crisi petrolifera degli anni settanta dello scorso secolo oppure la bolla dei titoli informatici di inizio anni duemila; con questa crisi, sistemica, dobbiamo fare i conti perché rimarrà con noi nel futuro ed avrà alti e bassi e noi dobbiamo costruire uno Stato moderno che sappia essere flessibile nelle mi-sure economiche e certo nelle garanzie dei diritti sociali costruendo il consenso della società attraverso anche una stagione dei doveri che vuol dire ricostruire le comunità.
 
Le piccole comunità, ma anche la comunità nazionale e quella casa Europea che può essere ancora timone e propulsione in campo mondiale (si pensi solo agli accordi di Parigi Cop 21 ed agli effetti su Trump, la Cina, La Russia di Putin).
 
Compiti come questi sono sono i compiti dell’Ulivo 2.0; e allora il piccolo cabotaggio, le battute, il Twitter letto e rilanciato dall'ufficio stampa e dai sostenitori non li demonizzo, ma non bastano a costruire una politica per il futuro.
 
Identificato il processo dei contenuti dovrà seguire la ricostruzione della comunità e questa per prima dovrà essere la comunità di chi rifiuta la conservazione e vuole costruire il nuovo, non solo difendersi da esso; questo postula alleanze, aperture e capacità di ri-mettersi in gioco.
 
Vale per Renzi, per Pisapia, per tutti noi che dobbiamo disincrostarci delle vecchie diatribe ed anche delle etichette di questi anni.
 
A mio avviso costruire un Ulivo 2.0 vale la pena per tutti, é un gioco “win-win”, aiuterebbe anche la destra a trovare una strada postberlusconiana e forse persino il M5S ad utilizzare energie sane per fare politica.
 
Ovviamente, a noi cattolici democratici riguarda molto perché é in gioco la nostra storia, come ad ogni tornante di svolta: interpretare il presente, essere avanguardia sociale nel futuro, indicare una strada di diritti e rispettivi doveri, fa parte del nostro DNA. E non é un caso che questo dibattito nasca ed abbia luogo nel nostro campo più che in altri, in questo periodo.
 
Con generosità, portiamo il dibattito fuori da noi e aiutiamo tutti a parteciparvi.