L’uscita dal Global Compact sulle migrazioni. Gli Stati Uniti e il mito dell’autosufficienza

 

 

Giuseppe Fiorentino
(Osservatore Romano)
 

Un impegno per «una migrazione sicura, ordinata e regolare». È questa l’idea che anima le Nazioni Unite nel tentativo di definire un patto globale per gestire al meglio, e su scala internazionale, il grande flusso di profughi e migranti. È un impegno dettato dalla necessità di rispondere efficacemente a un fenomeno sempre più complesso e che quindi richiede iniziative sempre più articolare. Ma soprattutto è un impegno dettato dal buon senso, per quanto resti ancora un progetto da realizzare.

Eppure anche una semplice enunciazione di intenti, come quella alla base del Global Compact sulle migrazioni, è stata giudicata dalla amministrazione statunitense incoerente con le proprie politiche. Washington, in poche parole, ha scelto di uscire dal patto ancor prima che questo trovi concretezza. Ha scelto di non far valere la sua enorme influenza per giungere a un accordo, previsto per il prossimo anno, che avrebbe potuto tenere conto anche dei suoi interessi. Ha scelto la chiusura, ignorando che una questione globale non può che essere affrontata in senso multilaterale.

«Solo gli statunitensi possono decidere della loro politica sulle migrazioni» ha detto l’ambasciatore all’Onu annunciando l’iniziativa dell’amministrazione Trump. Ormai le decisioni dettate dal principio dell’America first cominciano a essere numerose, e sono rimasti delusi quanti pensavano che, una volta alla Casa Bianca, il presidente avrebbe abbandonato i toni da campagna elettorale per assumere una linea più morbida. Dalla rinuncia all’accordo di Parigi sul clima all’uscita dall’Unesco, dalla minaccia di rivedere l’intesa sul nucleare iraniano alla denuncia di trattati commerciali, quali la Trans-Pacific Partnership, l’isolazionismo statunitense sembra scoprire frontiere sempre nuove. E dopo l’uscita dal Global Compact, potrebbe essere la volta del riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, con un’iniziativa unilaterale che alcuni osservatori già valutano come un colpo senza precedenti al già complicatissimo processo di pace con i palestinesi.

Nelle sue scelte il presidente Trump è indubbiamente fedele alla promesse elettorali, ma c’è da chiedersi se alla lunga questo atteggiamento paghi davvero. Perché, in generale, la chiusura lascia campo aperto alla concorrenza e non solo nelle questioni umanitarie.

Dal punto di vista economico, ad esempio, la Cina, con gli accordi già raggiunti o in via di definizione nel resto dell’Asia, in Europa, in Africa e in America latina, potrebbe approfittare del vuoto lasciato dagli Stati Uniti e ambire alla leadership mondiale. Costringendo Washington all’inedito ruolo dell’inseguitore che, a proprie spese, scopre come in questo mondo sempre più interdipendente l’autosufficienza sia ormai solo un mito e come nessuno possa fare a meno degli altri.

 
(5 Dicembre 2017)