LA BRUSCA FRENATA DI ZINGARETTI

 

 

La novità è che il “Codice Zingaretti” non funzione. Sembrava un miracolo, quello realizzato alla Pisana; contrariamente alle divisioni provocate da Renzi in campo nazionale, nel Lazio si andava uniti, con un centrosinistra in formato quasi classico, che inglobava pure Liberi e Forti. L’unico neo il diniego opposto alla Lorenzin, costretta a candidare Jean-Léonard Touadì: in verità, diniego incomprensibile e fallace, spiegabile solo alla luce di un messaggio “old left”, contro l’apertura al centro, di un leader impegnato a vincere con l’obiettivo, subito dopo, di convincere il Pd a cambiare linea.
 
In effetti così è stato. Zingaretti ha vinto, nel disastro generale, dando di sé e della sua operazione un’immagine solida, persuasiva, attraente. Per questo, un attimo dopo la vittoria, ha lanciato la sua opa sul Nazareno offrendo la disponibilità a candidarsi alle primarie. In pochi giorni il Presidente rieletto alla Regione Lazio è diventato il nuovo leader del rilancio o del riscatto di un partito demoralizzato, uscito con le ossa rotte dalle elezioni. Meno che nel Lazio, appunto.
 
In realtà, nel giro di poche settimane questa felice percezione di successo è svanita. Appena formata la Giunta regionale, con la sedia vuota riservata a LeU, si è giunti addirittura alla rottura: non un problema tecnico, legato al rinvio della nomina di un assessore, ma formalmente e sostanzialmente politico. La segreteria del partito ha sconfessato l’unico eletto in Consiglio regionale, aprendo un duro contenzioso con il Presidente: LeU sceglie di collocarsi all’opposizione. Insomma, addio Codice Zingaretti.
 
Non era mai avvenuto negli ultimi venticinque anni che una coalizione perdesse subito dopo il voto l’apporto di una sua componente politica. Per giunta, sul piano morale l’operazione compiuta da Zingaretti rivela tutta intera la fragilità d’impianto, definendo l’alleanza a sinistra come un espediente valido unicamente ai fini della conquista di una maggioranza, a prescindere dalla possibilità o volontà di governare insieme. Cosa resta, dunque? Se LeU è stata associata, con tanta enfasi, alla coalizione e poi questa subito di rompe, di quale vittoria si può parlare? È una questione molto seria, da cui può derivare - se già non è stato consumato - il fallimento di un progetto tanto ambizioso e tanto controverso.
 
Ora Zingaretti è più solo, circondato dal sospetto e dalla delusione, per i quali solitamente gli amici si trasformano in avversari a tempo di record, senza più l’aura del salvatore della patria. Adesso è presumibile che nel Pd si riapra il confronto, anche se la preoccupazione del gruppo dirigente è quello di non aggiungere altri spunti polemici, diretti o indiretti, nel quadro dell’analisi sulle ragioni complessive della sconfitta del 4 marzo. In ogni caso, il falso passo alla partenza assegna un brutto colpo al disegno zingarettiano. Perlomeno serve, qualora il Presidente rieletto alla Pisana confermi il suo legittimo desiderio di proporsi come leader nazionale, una pausa di riflessione e un diverso approccio al tema della ricostruzione del centrosinistra. Una strada in salita.