LA BUONA POLITICA HA BISOGNO DEL CRISTIANESIMO

 

 

 Alessandro Corneli 
(Servire l'Italia)
 

 “Maestro per il futuro”: questa, e altre analoghe espressioni comunemente adoperate per definire

Luigi Sturzo, e molti altri grand’uomini, può apparire generica, buona da spendere in molte occasioni,
specie se celebrative. Ma è giustificata quando si riesce a specificarla in profondità. Infatti, senza
scavare in profondità non si creano città imperiture ma, al massimo, dei campeggi. In alcuni punti
sintetizzo i miei approfondimenti.
Primo punto. Il processo di beatificazione di Luigi Sturzo non modifica il suo status attuale: la
sua anima immortale, secondo noi credenti, già gode della visione beatifica di Dio. Quindi la
beatificazione, nella visione della chiesa cattolica, si ancora a una precisa interpretazione del
cristianesimo. Quale?
Secondo punto. Il cristianesimo è una religione del fare. Il Vangelo, prima fonte di ispirazione di
Sturzo, è pieno di fatti. Lo dimostra Gesù, instancabile nel fare, ma soprattutto attraverso le sue
parabole. A nessuno che mediti il vangelo sarà sfuggito che le parabole partono da fatti: Gesù
dapprima si riferisce a “qualcuno che ha fatto qualcosa”, poi conclude: “e allora io vi dico che…”.
Prima i fatti, le opere, poi le parole. Sappiamo tutti che il Dio della Genesi prima fa e poi si rivela.
Rivelazione, infatti, è la velazione, cioè l’interpretazione autentica dei fatti che segue i fatti stessi,
non è velazione come nascondimento dei fatti. Il cristianesimo non è una religione misterica o per
iniziati.
Postilla. San Paolo, altro gigante del fare, pure assegnando alla fede un ruolo centrale, fonda questa
fede interamente su un fatto. Dice: “se Cristo non fosse risorto, la nostra fede sarebbe vana”. Quindi
parte da un fatto, di cui peraltro non era stato testimone.
Terzo punto. Il metodo sturziano è applicazione del metodo evangelico. Prima i fatti. “avevo sete
e mi avete dato da bere”, dice Gesù. Che è cosa ben diversa dal dire: “avevo sete e avete fatto un
convegno sulle risorse idriche”. Aggiungerei: metodo francescano.
Quarto punto. Eccoci giunti al bivio: parliamo di Sturzo al passato o al futuro? Sbaglieremmo a
considerare il libro di Giovanni Palladino come un omaggio allo Sturzo del passato. È invece un
invito appassionato, vissuto in prima persona durante questi ultimi 22 anni, a considerarlo la
piattaforma del nostro futuro. Perché questo è il significato che la chiesa cattolica attribuisce al
processo di beatificazione: proiettare nel futuro la vita esemplare dei santi così da far sentire meno
soli i cristiani. Oggi, la solitudine del cristiano è grande.
Quinto punto. Nella mia post-fazione che Giovanni ha avuto la cortesia di inserire nel libro che
oggi commentiamo, ho scritto: “l’esilio di don Luigi Sturzo è l’esilio del cristianesimo”, cioè
l’espulsione del cristianesimo dalla cultura e, quindi, dalla politica.
 
Una espulsione non fortuita ma perseguita con cura e abbondanza di mezzi che ha come obiettivo
finale l’espulsione di Dio dalla vita dell’uomo. Per questo motivo don Sturzo ripeteva: “io non sono
un politico, sono un sacerdote”.
Sesto punto. L’esercizio sacerdotale non prescindeva dalla cultura sociologica, giuridica,
istituzionale ed economica. Il Vangelo è pieno di attenzione per la vita economica, per i bisogni
quotidiani dell’essere umano. Questo spiega perché si voglia allontanare il cristianesimo dalla vita
civile e ci fa comprendere la grande intuizione di Leone XIII: non a caso, dopo il Vangelo, Sturzo
afferma che la sua fonte di ispirazione è la Reum Novarum. L’obiettivo di quel pontefice era di
bloccare la scristianizzazione di massa. Sturzo trovò il meccanismo, adatto ai tempi, per contribuire
al raggiungimento di questo scopo. Ma lo fece con metodo.
Settimo punto. Vediamo la differenza tra allora e oggi se vogliamo fare di Sturzo il punto di
partenza per cambiare il futuro.
o Allora: sul piano politico: richiesta del suffragio universale, uomini e donne, e la
legittimità della partecipazione di tutti alle scelte politiche attraverso la creazione di uno
strumento adatto al tempo e al luogo: il partito popolare.
o Oggi: è in atto la fuga dai seggi elettorali. Ci basta il dato sull’assenteismo o sulla sfiducia
generalizzata nei confronti dei partiti per ottenere consenso?
o Allora: gli italiani emigravano.
o Oggi: gli italiani fanno pochi figli e ci sono cinque-sei milioni di immigrati.
o Allora: lo stato era centralistico e Sturzo propose l’autonomismo a vari livelli.
o Oggi: lo stato centrale è inefficiente e depotenziato, le autonomie si sono rivelate in molti
casi insoddisfacenti. Che cosa proponiamo al riguardo? Come rivediamo il ruolo dello
stato e delle autonomie?
o Allora: Sturzo vide i mali dell’intreccio tra politica e affari, corruzione inclusa.
o Oggi: non basta riferirsi all’onestà. Occorre ripensare in termini istituzionali il ruolo
dello stato, delle imprese, del mercato, dei meccanismi di controllo. Come? Quali sono
le nostre proposte che, pur ispirandosi ai principi sturziani, siano adatte al presente, cioè
al futuro? E potrei continuare con la scuola, la previdenza, il fisco, ecc. Ricordo solo che
Gesù respingeva chi diceva “signore, signore…”, guardando ancora una volta ai fatti,
alle azioni concrete. Allo stesso modo, oggi non possiamo fermarci a dire “Sturzo,
Sturzo…”.
Ottavo punto. Torna a proposito il principio sturziano che Giovanni Palladino ci ricorda sempre:
“non si fa buona politica senza buona cultura”. Anzitutto la buona politica non è solo quella fatta da
persone oneste. In secondo luogo la cultura è fatta sia dalla conoscenza dei problemi sia dalla
conoscenza dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa: carente la prima e quasi del tutto assente
la seconda. Allora lo studio del pensiero sturziano e della Dottrina Sociale della Chiesa sono
propedeutici, non esaurienti. Tale studio deve essere di orientamento alle proposte, ma queste devono
essere tali da mobilitare non solo la massa degli astenuti ma anche chi va a votare quegli stessi partiti
in cui non ha fiducia.
Nono punto. Dobbiamo puntare a una cultura per l’azione, e un’azione intrisa di cultura sturziana.
Abbiamo degli esempi a livello locale: dalla Sicilia alla Calabria al Veneto e molti altri di cui
ignoriamo l’esistenza perché non sono comunicati, cioè non diventano fatti messi in comune. Anche
attraverso la rete.