LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA È UNA VALIDA BARRIERA CONTRO IL DILAGARE DEL NEOLIBERISMO

 

 

Marco Vitale
(Servire l'Italia)

 Abbiamo vissuto a lungo le profonde incomprensioni che ci sono state tra la Chiesa e il moderno pensiero liberale, sui temi dell’economia. Inutile negarlo. Da parte della Chiesa - nei fatti, negli atteggiamenti informali, ma mai nelle encicliche! - si è a lungo coltivata una forte preferenza per le soluzioni di impronta collettivista e socialista, ed una profonda diffidenza verso il mercato, verso l’impresa e i suoi meccanismi. Da parte dell’economia liberale si è, invece, alimentata una grossolana ignoranza della DSC ed una sorta di disprezzo intellettuale della parola della Chiesa. Solo pochi spiriti veramente laici e liberi, come l’economista luterano Wilhelm Röpke, hanno avuto la forza morale e intellettuale di scrivere parole come queste: Non sarebbe una cattiva idea quella di scrivere la storia economica della nostra epoca cercandone i riflessi nei messaggi che la Santa Sede ha promulgato al mondo dall’inizio dell’era industriale, per applicare la dottrina sociale della Chiesa cristiana ai problemi posti dalla moderna società industriale.

Fondamentalmente questa dottrina sociale è rappresentata da una filosofia dell’uomo e della società immutabile come lo stesso insegnamento cristiano-umano, nato dal singolare connubio della filosofia antica con il cristianesimo. È stata questa dottrina a creare le basi sulle quali si è formata la cultura occidentale e a darci quei principi che non possiamo abbandonare senza rinunciare a questa cultura: cattolici o protestanti, fedeli o agnostici, se non vogliamo macchiarci di tradimento verso il patrimonio spirituale e morale dell’Occidente, dobbiamo considerare quei principi tanto incrollabili da non poterli nemmeno discutere” .

Allora perché continuare a insistere su antichi terni, totalmente superati dalla storia? Ma perché non leggete la Gaudium et Spes? Ma perché non leggere la Centesimus Annus, e soprattutto il fondamentale paragrafo 42? Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro autonomia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile? La risposta è ovviamente complessa.

Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d’impresa”, di “economia libera”. Ma se con “capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa(2) .Perché non ripartiamo da qui e non cerchiamo, partendo da qui, di affrontare insieme i problemi cruciali del nostro tempo, guardando a ciò che unisce e non a ciò che divide? Non vorrei essere frainteso. Il lavoro storico di recupero dei vecchi testi e il lavoro culturale per interconnetterli tra di loro, e con il nostro tempo, è prezioso. Ma accanto ad esso bisogna guardare al presente e al futuro, perché la casa brucia e i pericoli che incombono su di noi, sui nostri figli e sui nostri nipoti sono gravissimi.

Se il paragrafo 42 rappresenta la definitiva accettazione da parte della DSC dell’economia di impresa “e dell’economia libera” – dopo che grande strada era già stata percorsa, soprattutto dalla Rerum Novarum, dalla Mater et Magistra, dalla Gaudium et Spes e, per fortuna, questa acquisizione non è stata messa in dubbio dalla Centesimus Annus – l’ultima parte di questo paragrafo è profetica. In mancanza di un «solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale» e di «un centro etico e religioso», allora si fuoriesce dall’economia d’impresa o dall’economa libera e si entra in una giungla “capitalista” – per quel che vuol dire questo termine ambiguo – che impropriamente chiamiamo mercato.

Qui DSC ed Economia Sociale di Mercato coincidono. E qui entrambe condannano ciò che è avvenuto negli ultimi venti anni, perché ciò che il papa condanna è esattamente una lettura profetica di ciò che è avvenuto dopo il 1991. Sarebbe interessante, con questa chiave di lettura, approfondire alcuni interventi legislativi e di governo, per illustrare in concreto come la nostra Costituzione, come del resto quella tedesca, esprimono una barriera contro il dilagare del neoliberismo e dei servi che allo stesso si sono venduti. Ma mi limiterò a leggere le conclusioni che stesi dopo avere ottenuto, con un ricorso di cui sono stato primo firmatario, che la sciagurata legge contro le Banche Popolari, venisse sottoposta all’esame della Corte Costituzionale, per sospetta anticostituzionalità: “

La nostra Costituzione è un grande baluardo per resistere a ulteriori concentrazioni di potere finanziario, per una economia ed una finanza partecipativa dove c’è posto per i grandi e per i piccoli, per un’economia del libero intraprendere ma nel rispetto di diritti sovraordinati, in rapporto a quelli, pur legittimi, della buona finanza; per un’economia, una società, una cultura equilibrate che si oppongono all’uniformità ed omogeneizzazione tecnocratica per le quali solo le grandi dimensioni meritano rispetto. Ecco perché non perdono occasione per tentare di scardinarla.

Questa, e semplicemente questa, è la partita in gioco nel tentativo in atto di omogeneizzare e banalizzare tutte le nostre strutture bancarie, per sottoporle al pensiero unico di chi pensa che le banche popolari, e tutto il credito cooperativo, siano un’anomalia del sistema. Ed in effetti si tratta di un’anomalia rispetto al loro sistema. Ma il loro sistema è esattamente quello che i padri costituenti non volevano