La fine della madre. Nell’ultimo libro di Lucetta Scaraffia

 

 

Silvia Vegetti Finzi
(Osservatore Romano)

 

L’ultimo libro di Lucetta Scaraffia, La fine della madre (Neri Pozza, pagine 156, euro 12,50) coglie un problema epocale, rivelato dal calo allarmante della natalità, troppo spesso attribuito a una crisi contingente. Si tratta invece di una mutazione che comporta, scrive l’autrice, «trasformazioni antropologiche di vasta portata che stanno cambiando radicalmente il nostro modo di essere e le nostre società perché toccano punti nevralgici e profondi della condizione umana, a cominciare dalla generazione».

Una sfida che Scaraffia, docente di Storia contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma e autorevole voce femminile de «L’Osservatore Romano», affronta con argomentazioni radicali e complesse, coinvolgenti anche per chi non le condivide. Ci inducono infatti a riconoscere che qualsiasi scelta sulla procreazione modifica l’ordine delle generazioni, l’identità personale e le relazioni fondamentali, come quelle espresse dalla lingua e dal diritto. Negli atti pubblici di molti Paesi i sostantivi padre e madre sono stati sostituiti dall’espressione genitore di, che, «privilegiando il riconoscimento sociale e giuridico a scapito degli aspetti naturali della generazione, tende a equiparare la maternità alla paternità», svalutando un’identità femminile depotenziata della componente materna. Svalutazione che diviene cancellazione nella maternità surrogata, dove il noleggio dell’utero e l’impianto di gameti estranei alla gestante dividono l’unità materna in tre parti: la donatrice di materiale genetico, la madre portante, la committente. Non si tratta evidentemente di un intervento riparativo, ma sostitutivo, in contrasto con il principio giuridico che considera il corpo umano inviolabile e inalienabile. Termini come «consenso», «dono» e «rimborso spese» non giustificano un commercio dissimmetrico e iniquo, espressione di un diritto senza precedenti: il diritto a un figlio. Nessun riguardo invece per il diritto del figlio che, prima di nascere, può fruire soltanto dei diritti che vorremo concedergli.

In una ricostruzione storica, che sollecita la discussione, l’autrice attribuisce la crisi della maternità al convergere di due rivoluzioni, sessuale e femminista. Entrambe esprimono una morale individualista che, promuovendo la diffusione di contraccettivi sicuri, benché molto pesanti per l’organismo femminile, consente anche alle donne di esercitare una sessualità ludica, finalizzata al piacere, simile a quella maschile, ma riduttiva della ricchezza femminile. Nell’interruzione volontaria della gravidanza, che la legge affida all’autodeterminazione della donna, Scaraffia coglie una ulteriore conseguenza negativa: il misconoscimento della complementarità dei sessi nella generazione. Ma se la maternità non si afferma come reciprocità, dono gratuito, responsabilità condivisa, apertura al mondo, alla natura e al trascendente, l’umanità sarà meno umana. La libertà raggiunta con il controllo della fecondità si rivela illusoria quando al suo contrario, il desiderio di un figlio, si oppongono mille ostacoli. Non ultimo la mancanza di una cultura della maternità analoga a quella realizzata per secoli dall’arte sacra.

Con una scrittura appassionata e appassionante l’autrice intende scuoterci da una rassegnata accettazione dell’esistente. «È come se le donne», scrive, «avessero avuto paura dell’obiettivo alto che si erano proposte: quello di entrare con la loro differenza nel mondo maschile, per cambiarlo alla radice. Forse l’utopia più alta e più radicale tra quelle germinate, e fallite, nel Novecento».

Un fallimento che l’impegno di questo saggio denuncia e smentisce.

 

(3 gennaio 2018)