La Germania in cerca di un governo

 

 

(http://www.treccani.it)

 

«È meglio non governare che governare nel modo sbagliato».
Un’affermazione netta quella di Christian Lindner, leader dei liberali del Freien Demokratischen Partei (FDP), che così ha annunciato l’esito negativo delle trattative per la formazione del nuovo governo tedesco. A oltre due mesi dalle elezioni per il rinnovo del Bundestag, in Germania non c’è dunque un accordo sul futuro esecutivo e Berlino si trova a sperimentare una situazione di incertezza e un rischio di instabilità politica a cui non è abituata.
 
La ‘fusione’ del nero dei cristiano-democratici (CDU), del giallo dei liberali (FDP) e del verde dei Verdi – da cui l’appellativo ‘coalizione Giamaica’ per via dei colori della bandiera dello Stato caraibico – non è andata a buon fine: troppe le divergenze tra le parti coinvolte nei negoziati, impossibile – nelle parole di Lindner – scendere a «compromessi sui principi e su ciò per cui si è lavorato come partito per quattro anni», inaccettabile per il leader liberale abbandonare gli elettori sostenendo scelte politiche di cui non si è convinti. Così Angela Merkel – in predicato di assumere per la quarta volta l’incarico di cancelliera – è costretta a cercare nuove soluzioni e, con tutta probabilità, anche nuovi interlocutori.
 
Durante i negoziati, i diversi partiti avevano portato avanti le loro istanze: da una parte la CSU, partito cristiano-democratico bavarese ‘gemello’ della CDU, si era fatta promotrice di una linea più dura in materia di accoglienza dei migranti, anche con l’obiettivo – ha osservato in una sua analisi Judy Dempsey – di contrastare l’ascesa dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD) e di consolidare il suo consenso in vista delle elezioni in Baviera del 2018. Dall’altra parte i Verdi – ha rilevato ancora la Dempsey – avevano evidenziato l’esigenza di politiche più audaci in materia ambientale, mentre i liberali avevano posto l’accento sulla necessità di investimenti per la digitalizzazione e di procedere a una strutturata riforma fiscale.
Le condizioni per un’intesa – hanno dichiarato CDU e Verdi – c’erano tutte e su diverse questioni chiave l’FDP sarebbe anche riuscita a far valere le sue posizioni: alla fine però, il tavolo è saltato, e le carte sono state rimescolate. Quanto effettivamente inconciliabili fossero le diverse priorità e quanto invece ci sia di componente strategica, non è facile da comprendere: in un articolo pubblicato su Deutsche Welle, il giornalista Jefferson Chase ha osservato come Lindner abbia assunto le redini del suo partito poco dopo la disfatta elettorale del settembre 2013, quando l’FDP – reduce dall’esperienza di governo accanto alla CDU di Angela Merkel – non riuscì per la prima volta in sessantaquattro anni di storia postbellica della Germania a entrare nel Bundestag, rimanendo sotto la soglia di sbarramento del 5%. Il ricordo di quel fallimento elettorale, da molti percepito come la reazione dell’elettorato a una ‘perdita d’identità’ dei liberali durante l’esperienza di governo, è ancora vivo nella memoria di Lindner, che è riuscito a incrementare notevolmente il consenso del partito portandolo nelle consultazioni dello scorso settembre al 10,7%: inquadrata la questione in tale prospettiva, non è dunque improbabile che il leader dell’FDP abbia ritenuto potenzialmente più dannosa per il partito l’ipotesi del ‘compromesso a tutti i costi’ piuttosto che l’incertezza politica legata alla chiusura delle trattative sulla coalizione Giamaica.
 
Dopo il fallimento dei negoziati sul governo nella serata di domenica 19 novembre, il presidente federale Frank-Walter Steinmeier ha incontrato lunedì Angela Merkel, martedì i leader di Verdi e liberali e giovedì Martin Schulz, candidato alla cancelleria per i socialdemocratici della SPD nelle elezioni di settembre: obiettivo dichiarato, quello di sbloccare l’impasse. Il capo dello Stato ha per il momento escluso il ricorso al voto anticipato, sollecitando le forze politiche elette al Bundestag a non lesinare gli sforzi per giungere alla formazione del governo. A tal proposito, Steinmeier ha peraltro voluto sottolineare come la responsabilità di dare al Paese un nuovo governo debba essere inquadrata un’ottica più ampia, che supera i confini tedeschi e interessa in particolare i vicini europei, perché dagli equilibri che si instaureranno a Berlino dipenderà anche il futuro dell’UE.
 
Allo stato attuale, a meno di radicali novità, la strada per la coalizione Giamaica sembra difficilmente percorribile. Quanto invece alla proposta di un governo di minoranza dei cristiano-democratici, la Merkel si era inizialmente dimostrata scettica, discostandosi anche dalle posizioni del presidente federale: rispetto a tale ipotesi, la cancelliera aveva infatti dichiarato di preferire una nuova tornata elettorale. Nella giornata di sabato tuttavia, la leader della CDU sembra aver cambiato parere sul voto, sostenendo che richiamare gli elettori alle urne sarebbe «semplicemente sbagliato». È possibile che tale nuovo orientamento derivi dalle evoluzioni che si sono registrate sul fronte socialdemocratico: all’indomani del voto di settembre infatti, la SPD – reduce da una pesante débâcle elettorale – aveva annunciato il ritorno all’opposizione, dopo aver partecipato con la CDU tra il 2013 e il 2017 a un governo di große koalition. Tale posizione, confermata anche dopo il fallimento delle trattative sulla coalizione Giamaica, sembrerebbe però essersi sfumata negli ultimi giorni, e l’eventualità di una nuova grande coalizione con i cristiano-democratici non sarebbe sgradita a diversi deputati ed esponenti del partito. Sul punto però, non mancano i distinguo: l’ala giovanile della SPD sembra infatti poco incline ad accettare una riedizione del governo CDU-SPD e durante il suo congresso ha invitato Schulz a orientare il partito più a sinistra.
 
 Nuovi sviluppi si attendono per giovedì, quando il presidente Steinmeier incontrerà Angela Merkel, Martin Schulz e il leader della CSU Horst Seehofer. La preoccupazione di un ritorno alle urne riguarda essenzialmente il rischio che – a fronte di un mancato accordo – gli elettori decidano di premiare ulteriormente AfD, che nell’ultima tornata elettorale si è aggiudicata il 12,6% dei voti e 94 seggi al Bundestag, diventando il terzo partito del Paese. Anche Bruxelles ha però lo sguardo rivolto verso la Germania: in una fase politicamente complessa, segnata dai delicati negoziati sulla Brexit, l’incertezza tedesca non aiuta. E anche Emmanuel Macron, che dalla Merkel cerca una sponda per la sua proposta di rilancio dell’UE, attende che l’impasse a Berlino sia risolta.