LA POLITICA COME ATTO DI AMORE IN DON LUIGI STURZO

 

 

(Servire L'Italia)

Il paradosso di don Luigi Sturzo è quello di essere un sacerdote apostolo della carità nella politica. Don Luigi Sturzo, che ha avuto una concezione profondamente morale della vita politica, ha vissuto una spiritualità incarnata nel contesto sociale del suo tempo ed ha esercitato la sua carità pastorale attraverso un impegno culturale, sociale e politico d’ampio respiro. La carità, intesa come virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio, costituisce il principio unificante dell’attività pastorale in campo sociale di don Sturzo, che risente dell’influsso del magistero di Leone XIII. 

La Rerum Novarum si conclude con un solenne richiamo alla carità “signora e regina di tutte le virtù”. Il Papa parla della “carità cristiana che compendia in sé tutto il Vangelo” come del “più sicuro antidoto contro l’orgoglio e l’egoismo”. Luigi Sturzo sentì come una sua missione quella di introdurre la carità nella vita pubblica nella convinzione che la carità cristiana non può ridursi alla beneficenza o all’elemosina, ma deve essere l’anima della riforma della moderna società democratica nelle quale le persone sono chiamate a partecipare responsabilmente alla vita sociale per realizzare il bene comune. La carità cristiana, per Sturzo non può essere dissociata dalla ricerca della virtù cardinale della giustizia la quale è determinata dall’amore verso prossimo, che a sua volta è generato dall’amore verso Dio. Da queste premesse Sturzo concepirà la politica come dovere morale e atto d’amore. L’amore considerato come il cemento che dà coesione e armonia alla vita sociale non sopprime per Sturzo la dialettica politica, ma la corregge, la eleva e la perfeziona.

Don Luigi Sturzo concepì la sua attività sociale e politica come esigenza e manifestazione dell’amore cristiano strettamente collegato con la giustizia, considerato non come un valore astratto, ma come il principio ispiratore dell’azione concreta. Nell’articolo Il nostro programma pubblicato su La Croce di Costantino del 16 dicembre 1900 scrive: “(...) non basta che la società umana si fondi sul diritto e sul dovere: vi è qualche altra cosa che rende belli l’uno e l’altro, ed è l’amore fraterno. Tutti dobbiamo amarci come fratelli, e questo amore, consacrato e nobilitato dalla religione cristiana, ci fa non solo rispettare i diritti altrui e osservare i nostri doveri, ma anche comunicare agli altri i nostri beni fino al sacrificio. Il male è che per la cattiva natura non si vogliono riconoscere i diritti degli altri e osservare i nostri doveri; e che invece di amarci, spesso ci invidiamo e inganniamo. E quando questo male diviene un fatto sociale, …si arriva, come è oggi, all’oppressione sistematica, costante, legale dei deboli e dei poveri da parte dei forti e dei ricchi. 

Ci vuole pertanto un mutamento nella società, animato dalla religione, che riconosce e santifica i diritti e i doveri di tutti e benedice come primo comandamento l’amore”.L’amore di Sturzo per i poveri non è un epidermico sentimento di filantropia, né dettato da un superficiale sentimentalismo, ma è un amore consapevolmente cristiano che è fondato come scrive lo stesso Sturzo: sulla “fratellanza comune per la divina paternità”. L’amore cristiano per Sturzo non è dissociato dalla ricerca della giustizia. Ai “rimedi empirici di una carità mal intesa” nel senso della beneficenza, egli sostituisce l’impegno per la giustizia: “Occorre invece giustizia - scrive nel saggio Conservatori cattolici e democratici cristiani pubblicato nel 1900 -, perché nella sproporzione attuale fra gli individui e la società sono stati violati i diritti che sorgono dalla civile convivenza, lasciando gli individui in balia di sé stessi, lottanti in una lotta diseguale per avere un posto meno infelice nell’umana società. La carità cristiana, l’amore del prossimo sarà l’anima di tutta la riforma sociale, aggiungendo quello che non appartiene alla giustizia, ma è solamente esplicazione di una vita cristiana. Però, per l’ordine sociale violato occorre anzitutto la giustizia riparatrice”. Per Sturzo è impossibile rompere la spirale dell’odio e dell’egoismo e praticare una vera giustizia sia nei rapporti individuali che in quelli sociali, senza un profondo sentimento religioso, che spinga all’amore del prossimo: “Predicare la giustizia e non destare vivo il sentimento della religione in tutte le classi è inutile, è tempo perso, è un’irrisione […]. E non basta la giustizia; carità ci vuole, amore vicendevole, amore e non odio. […] La religione predica l’amore fra gli uomini, ma l’amore fra gli uomini è legge bilaterale, è l’unione dei fratelli, è il celebre non fare agli altri, quello che non vorresti che fosse fatto a te stesso; è la ragione vera del cristiano come dice San Giovanni: «noi sappiamo che siamo trasportati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli; chi non ama è nella morte»”.

Per Sturzo la giustizia è precisata e determinata dall’amore verso prossimo, che a sua volta è generato dall’amore verso Dio. Sturzo preferisce parlare di “amore” piuttosto che di “carità” o associa il termine “carità” con quello di “amore” per evitare la riduzione della carità alla beneficenza secondo un’accezione ancora oggi comune. Egli quindi non solo non dissocia la carità dalla giustizia ma collega queste due virtù. In una conferenza, tenuta il 25 maggio 1902 al circolo cattolico di Palermo e ripetuta un anno dopo a Torino, egli dice: “La giustizia (…) è una virtù basata sopra un principio fondamentale della natura umana, precisato e determinato dai rapporti che ci legano ai nostri simili, l’amore del prossimo; il quale amore, nella sua ragione intrinseca, non è utilità che viene da noi, non è simpatia di sentimento, non attrazione di cuori, ma uguaglianza di natura razionale, di principio e di finalità che ha necessario rapporto con Dio; l’amore di Dio genera l’amore del prossimo”. 

 
Se Luigi Sturzo più portato all’impegno concreto, accentua l’unione fra giustizia e carità, il fratello Mario, arrivato al sacerdozio dopo gli studi universitari di giurisprudenza e più portato all’analisi teorica, in una lettera al fratello di poco posteriore alla citata conferenza tenuta a Palermo nel maggio del 1902, gli scrive: “(…) scrivo per farti notare una inesattezza nel tuo discorso, che vorrei corretta sugli estratti, corretta ad ogni costo, (…). La giustizia non può confondersi con la carità; sono due virtù distinte; (…). La giustizia non so se possa rigorosamente dirsi basata sull’amore del prossimo; ma essa parrebbe invece basata sul debito cioè sui rapporti fissati dalla natura e dalle convenzioni, che danno a ciascuno il diritto e perciò a ciascuno il dovere… Onde, secondo me, potrebbe aversi giustizia senza carità! Prestare perché si riconosce il debito, ma non perché si ama”. 
 
Mentre Mario Sturzo insiste di più sulla distinzione fra carità e giustizia presa soprattutto in senso giuridico, Luigi, personalità irruente e sintetica, portato più all’azione pratica che alla riflessione teorica, soprattutto nelle conferenze a carattere propagandistico, non si preoccupa di distinguere sempre fra le due virtù. Luigi non corresse il testo della conferenza come gli aveva suggerito il fratello maggiore, anche se preciserà in una delle sue più famose opere della maturità che la carità va intesa non nel senso della virtù morale della beneficenza, ma in quello della virtù teologale della carità. “I teologi - scriverà nell’opera La vera vita -, guardando il carattere dell’obbligazione dei nostri rapporti verso il prossimo, distinguono quel che è dovuto per giustizia da quel che è dovuto per carità; l’analisi porta ad una differenziazione fra le due virtù, ma in questo caso, la carità non è presa nel suo valore universale di amore soprannaturale a Dio e al prossimo (incluso sé stesso come parte della figliolanza divina); ma come virtù morale di fare del bene agli altri (beneficenza). 
 
I laici han preferito alla parola carità (in senso stretto) quella di filantropia, per togliervi il senso tradizionale cristiano. Da un punto di vista superiore e comprensivo, ogni atto di bene verso il prossimo, anche quello dovuto per giustizia, deve essere animato dall’amore e quindi, oggettivamente parlando, comprende la carità. La giustizia (non nel senso giuridico, ma in quello etico e soprannaturale) è anche essa animata e vivificata dall’amore”. 
 
Il compito di “informare” cristianamente la vita sociale e politica, per Sturzo, appartiene soprattutto ai laici cristiani che, attraverso il proprio impegno vissuto attuano gli insegnamenti sociali della Chiesa, elaborando una sintesi creativa fra fede e storia, che trova il suo fulcro nell’amore naturale vivificato dalla grazia divina. In un articolo pubblicato nel 1925 Sturzo, in polemica con coloro che sostenevano un “dualismo fra etica e politica, tra Vangelo e società umana” e limitavano la “legge dell’amore” alla vita privata, scrive: “È vero che molti oggi, anche cristianelli annacquati posano a fieri censori di coloro che si occupano della vita pubblica; e definiscono la politica una sentina di mali, un elemento di corruzione, uno scatenamento di passioni; e quindi da starne lontani; costoro confondono il metodo cattivo con quella che è invece doverosa partecipazione del cittadino alla vita del proprio Paese. Invece la politica è per sé un bene: il far politica è, in genere, un atto di amore per la collettività; tante volte può essere anche un dovere per il cittadino. Il fare una buona o cattiva politica, dal punto di vista soggettivo di colui che la fa, dipende dalla rettitudine dell’intenzione, dalla bontà dei fini da raggiungere e dai mezzi onesti che si impiegano all’uopo. Il successo e il vantaggio reale possono anche mancare, ma la sostanza etica della bontà di una tale politica rimane. Così ragionano i cristiani di ogni tempo e di ogni paese. E con questo spirito, l’amore del prossimo in politica deve stare di casa, e non deve essere escluso come un estraneo: né mandato via facendolo saltare dalla finestra, come un intruso. E l’amore del prossimo non consiste né nelle parole, né nelle moine: ma nelle opere e nella verità”.
 
Sturzo che aveva invitato ad iniziare “la crociata dell’amore nella politica”, rispondendo poi all’obiezione che l’introduzione dell’amore cristiano avrebbe dovuto sopprimere la dialettica della vita politica, scriveva: “Qualcuno sorriderà a queste parole, pensando che anch’io sono un uomo politico; e crederà che l’amore cristiano dovrebbe far cadere i partiti politici. Ma i partiti politici rimangono, quando sono prodotti di idee, di tendenze, di correnti e di interessi. Forse l’amore fraterno sopprime le giuste accuse avanti ai tribunali, ovvero le controversie scientifiche, o le discussioni perfino nei concili dei vescovi? Il cristianesimo non sopprime la vita; la corregge, la eleva, la perfeziona. Si può essere di partito diverso, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno politico o economico, e pure amarsi cristianamente. Perché l’amore è anzitutto giustizia ed equità, è anche eguaglianza, è anche libertà, è rispetto degli altrui diritti, è esercizio del proprio dovere, è tolleranza, è sacrificio”. 
 
In un articolo, scritto durante l’esilio londinese nel 1938 e pubblicato in una delle più prestigiose riviste teologiche la Nouvelle Revue Théologique, Sturzo scriveva: “Ricevendo una delegazione di giovani belgi, - scriveva - il Papa Pio XI diceva loro che la politica bene intesa è una forma di carità. Questo principio è fondamentale in teologia morale, per quanto esso non lo sia, sfortunatamente, nella pratica, sia per quelli, talvolta i migliori, che si scansano dalla politica come da una cosa “sporca”, lasciandola ai cattivi (…); sia per quelli che, occupandosene, non si sentono più legati dalle leggi morali con le quali sarebbe assai difficile, per essi, fare della politica come la fa tutto il mondo (o meglio come la fa “il mondo”). Mi sembra necessario andare ancora più a fondo a ricercare fino a qual punto l’esercizio della politica possa diventare un dovere di giustizia, e quando, più generalmente, esso sia imposto dalla carità”.
 
Dopo aver sottoposto a vaglio critico le nozioni classiche di giustizia legale, distributiva e commutativa ed aver proposto di chiamare quella legale “giustizia comunitaria”, egli così conclude: “L’idea di politica come partecipazione del cittadino alla vita pubblica contiene due elementi: cooperare al bene comune nella misura delle proprie forze (carità) e adempiere all’ufficio, all’incarico, al mandato del quale si è stati investiti “giustizia comunitaria”. Infine in un articolo scritto nel 1942 che s’intitola: É la politica cosa sporca? Don Sturzo scrive: «La politica non è una cosa sporca? Pio XI, parlando dieci anni fa a dei giovani belgi, la definì «un atto di carità del prossimo». Infatti lavorare al bene di un paese, o di una provincia, o di una città, o di un partito, o di una classe (secondo il rango politico che uno assume) è fare del bene al prossimo riunito in uno Stato, o città, o provincia, o classe, o partito. Tutto sta nel modo di lavorare, nello scopo e nei mezzi. In ogni nostra attività noi incontriamo il prossimo: chi mai può vivere isolato? E i nostri rapporti con il prossimo sono di giustizia e di carità. La politica è carità […]».
 
La “carità politica”, che don Luigi Sturzo non solo ha teorizzato ma ha praticato in tutta la sua esistenza sacerdotale, si rivela di grande attualità, in un momento in cui assistiamo ad un assenteismo nel partecipare alle elezioni e a un disinteresse e a un disamore nei confronti della partecipazione politica da parte soprattutto delle giovani generazioni, ad un diffuso sentimento antipolitico e ad una crisi dello spirito di solidarietà fra individui, classi e nazioni. Il prendere sul serio il nucleo fondamentale del pensiero di don Luigi Sturzo come di altri esponenti del cattolicesimo sociale avrebbe forse evitato rigurgiti integralistici, illusorie fughe secolariste, ubriacature politiche, spiritualismi non si sa fino a che punto ingenui nel demonizzare la politica. L’importanza del contributo di Sturzo al problema del rapporto fra carità cristiana ed impegno politico non sta tanto nel fatto che egli abbia trovato delle formule magiche adatte ad ogni situazione e ad ogni ambiente e capaci di dipanare come d’incanto tutta una serie di questioni complesse, ma nell’aver indicato con la sua vita e con i suoi scritti una serie di orientamenti, che rimandano ad un impegno creativo e responsabile per realizzare una prassi politica animata dalla fede, vissuta come esigenza intrinseca dell’amore cristiano, in spirito di servizio e di dialogo con gli uomini del nostro tempo. Con la sua riflessione sui rapporti fra amore e giustizia in rapporto all’impegno socio-politico don Luigi Sturzo mostra una concezione profondamente morale della vita politica e sociale ispirata ai valori cristiani ed anticipa in questo campo le conclusioni del magistero ecclesiastico e alcune riflessioni teologiche attuali. Papa Paolo VI diceva che “la politica è la forma più alta ed esigete della carità”.
 
Nel n. 29 dell’Enciclica Deus Caritas est Benedetto XVI a proposito del compito dei laici che deve essere animato dalla carità precisa citando il n. 1939 del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Anche se le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai confondersi con l’attività dello Stato, resta tuttavia vero che la carità deve animare l’intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta come «carità sociale»”. Il termine “carità sociale”, che fu usato per la prima volta da Pio XI, nel Catechismo della Chiesa Cattolica viene usato in riferimento al principio di solidarietà coessenziale a quello di sussidiarietà. Esso è un’esigenza della fraternità umana e cristiana. Questi principi assieme a quello della centralità della persona umana e del bene comune sono tra i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa a cui don Luigi Sturzo ha sempre ispirato il suo pensiero e la sua azione. Papa Francesco nell’esortazione programmatica Evangelii Gaudium scrive: “La politica tanto denigrata è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità perché cerca il bene comune” (EG 205).
 Proprio perché Sturzo ha precorso e realizzato la dottrina sociale della Chiesa oggi il suo pensiero è ancora attuale.