Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio

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Pubblichiamo l’intervento di S.E. Mons. Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e Segretario Personale del Papa emerito Benedetto XVI alla presentazione del volume di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI «Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio”. 

 

Prima di diventare Papa Benedetto XVI, Joseph Ratzinger crebbe tedesco, forse ancor di più bavarese. E tuttavia, per origini familiari, da bambino il suo sguardo sempre si volse al Salisburghese, all’Austria, avendo davanti agli occhi la cultura dell’antica Casa d’Asburgo, forse pensando anche a sua nonna originaria del Sudtirolo, oggi Italia. Gli attraversamenti di frontiera caratterizzano la sua vita, sempre sullo sfondo dell’orizzonte infinito della cattolicità. Dunque, sin dalla sua fanciullezza, la sua patria politica fu rappresentata non da frontiere, ma dall’Occidente nella sua interezza, e perfino nei giorni in cui la furia scatenata del totalitarismo tentò di precipitare il nostro continente nell’abisso.
 
Così non c’è da meravigliarsi che ben presto l’Europa divenne la passione politica del giovane studioso. E perciò nemmeno sorprende che il giovane Joseph Ratzinger fu affascinato da Konrad Adenauer e dalla politica risoluta con la quale il primo cancelliere della Germania del dopoguerra – contro tutte le lusinghe e le promesse dell’Unione Sovietica e dopo la «cesura di civiltà» della Germania sotto i nazionalsocialisti – impose nuovamente l’ancoraggio della nuova Repubblica Federale al sistema di valori liberale, proprio della storia giudaico-cristiana e dell’Occidente latino-occidentale.
 
Unicamente qui, in questa storia – come ben presto riconobbe Joseph Ratzinger – il Dio di Giacobbe era stato conosciuto non come il Dio che si adira, ma innanzitutto come colui che ama, che non costringe gli uomini, ma che cerca di conquistarli. Solo qui, solo in questo spazio culturale fu perciò scoperta, sviluppata e difesa quell’imparagonabile «Libertà del cristiano» della quale parlò Lutero 500 anni fa e che già mille anni prima aveva animato San Colombano: quella consapevolezza per cui «Si tollis libertatem, tollis dignitatem», parole che ancora oggi adornano la Cappella di San Colombano posta nelle fondamenta della Basilica di San Pietro. «Se togli la libertà, togli la dignità» fu il motto che guidò il grande missionario irlandese del VI secolo. In questo luogo – nelle “Grotte” sotto l’Altare papale, nella Confessio che Bernini edificò sopra la tomba di Pietro, Principe degli Apostoli – le parole di Colombano vengono perciò in certo qual modo a costituire parte integrante delle fondamenta del papato. Fu questo lo spirito con cui i monaci pellegrini irlandesi nel VI secolo cristianizzarono l’Europa occidentale, quasi rifondandola nel mezzo delle migrazioni dei popoli: di ciò Joseph Ratzinger fu persuaso da subito. Così il bel titolo del libro «Liberare la libertà» potrebbe quasi considerarsi un cantus firmus nella vita di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI.
 
 
Perché il Papa che proveniva dalla Germania come uomo, pensatore e docente maturò in certo qual modo «nell’epoca cattolica» del dopoguerra: nel tempo in cui Erich Przywara, il maestro di Josef Pieper, concepiva il suo «L’idea d’Europa», e quando Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi si assunsero il rischio di intraprendere una rifondazione dell’Europa dalle sue rovine, ovvero dell’eredità dell’Occidente carolingio. Fu in questo tempo che il giovane homo historicus Joseph Ratzinger, ben presto estremamente colto, quasi naturalmente divenne homo politicus. La sua idea più politica già allora venne a coincidere con il concetto teologico più importante del giovane sacerdote: ovvero la «verità», che più tardi egli inserì nel motto del suo stemma arcivescovile, nel quale egli esprime il desiderio di conquistare cooperatori proprio di questa verità. Perché «se ci distacchiamo dal concetto di verità, ci distacchiamo dalle fondamenta», spiegava nel febbraio del 2000 al suo biografo Peter Seewald, durante un soggiorno sul fatidico monte dell’Europa, Montecassino, la casa madre delle abbazie di San Benedetto; e continuava: «Quello sul fuoco è uno dei più significativi detti di Gesù sulla pace, ma mostra contemporaneamente che carica conflittuale abbia la pace autentica. Quanto la verità valga sofferenza e anche conflitti. Dimostra come non si possa accettare la menzogna pur di “vivere tranquilli”. Nessuno ha più il coraggio di dire che ciò che dice la fede è verità».
 
Cercare la verità e battersi per essa divenne così il filo rosso della vita di Joseph Ratzinger e di Benedetto XVI perché, di questo egli è convinto, essa non è una verità che si possa «avere o possedere», ma alla quale ci si può unicamente avvicinare: infatti, per la fede dei cristiani e conformemente alla loro comprensione della verità, essa è divenuta persona: in Gesù Cristo, nel quale Dio ha mostrato il suo volto. Questo convincimento fece perciò sì che il teologo cattolico divenisse un interlocutore particolarmente rispettato da Jürgen Habermas, il grande filosofo tedesco dichiaratamente «privo di orecchio religioso», e con il quale egli tuttavia conveniva sul fatto che il modello giudaico cristiano dell’uomo fatto a immagine di Dio determini il nucleo essenziale dell’Europa. Da questa «secolarità fondata teologicamente» – che per Josef Pieper caratterizza il nostro mondo occidentale – più tardi il costituzionalista Ernst-Wolfgang Böckenförde trasse la nota conclusione per cui «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non è in grado di garantire».
 
Il credente e il non credente si incontrerebbero e potrebbero farlo qui, «nel dubbio», che condividono ognuno a modo suo, affermava Ratzinger decenni prima, nel suo «Introduzione al cristianesimo» di ormai cinquant’anni fa. E tuttavia, nello spazio culturale dell’Europa, l’incontro fra credenti e non credenti è possibile non solo nel dubbio, ma allo stesso modo anche nella verità, come testimonia ancora una volta il dialogo fra Ratzinger e Habermas contenuto nel libro che oggi presentiamo. Per questo, però, con tanta più nettezza Papa Benedetto XVI intese anche mettere in rilievo le frontiere di questo spazio culturale unico rispetto a tutte le altre culture, come intrepidamente fece il 12 settembre 2006 nel suo famoso «Discorso di Ratisbona». In questo senso evidenziò come l’affermazione decisiva dell’argomentazione dell’imperatore Manuele II contro la conversione mediante violenza fosse, proprio partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, quella per cui «non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio». E concludeva: «È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori».
 
 
Quando, nella Prefazione al volume, Papa Francesco sottolinea che questi testi, insieme alla Opera omnia del suo predecessore, «possono aiutare tutti noi a comprendere il nostro presente e a trovare un solido orientamento per il futuro», quasi spontaneamente mi sono venute in mente le incisive parole pronunciate da Benedetto XVI per la difesa del diritto naturale il 22 settembre 2011 di fronte ai parlamentari della Repubblica Federale Tedesca riuniti nell’edificio del «Reichstag». Con esse intendo concludere questo mio breve intervento: «Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?», ha sentenziato una volta sant’Agostino” spiegava allora papa Benedetto ai parlamentari, da insegnante e docente, quale è sempre stato, e proseguì: «Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare sé stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente?».
 
La richiesta del saggio re Salomone al Dio di Giacobbe – «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (1Re 3,9) – resta dunque decisiva per i compiti e le sfide che oggi i politici e alla politica sono chiamati ad affrontare; perché quel “momento storico” del quale il Papa emerito parlò sei anni fa a Berlino, alla lunga non è ancora concluso.
 
Vi ringrazio per la vostra attenzione.