M5S: quando i nodi verranno al pettine

 

 

Piergiorgio Corbetta
(Il Mulino)
 

Il risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle in questa tornata elettorale stupisce ancora di più di quello già sorprendentemente conquistato alla prima discesa in campo, cinque anni fa. Come hanno dimostrato gli studi del Cise, la storia elettorale europea insegna che i partiti “nuovi”, che riescono alla prima prova elettorale a conquistare molti voti intercettando la frustrazione dell’elettorato nei confronti dei partiti tradizionali e la voglia di cambiamento, alla seconda consultazione perdono sistematicamente voti (comprensibilmente quelli di coloro che sono rimasti delusi dal cambiamento che non è arrivato). Questo non è successo nel caso del M5s che, anzi, è avanzato di 7,2 punti percentuali rispetto al 2013 (dal 25,5% al 32,7%).

Come si spiega questo inatteso (per lo meno nella misura) e per alcuni versi incredibile successo? Possiamo dire che è capitato ai 5 Stelle l’opposto di quanto si verificò per il Pci di Berlinguer alla fine degli anni Settanta: il partito non più di lotta, ma non ancora di governo si trovò “in mezzo al guado” e subì una bruciante sconfitta alle elezioni del 1979 (-4%). Anche il Movimento 5 Stelle si trova in una situazione di evidente transizione: è passato in tempo brevissimo da partito “contro” il sistema, a partito - vorrei dire massimamente - di sistema, in quanto vuole essere di governo. Trasformazione anche visivamente rappresentata dal passaggio della leadership ribellistica e anarcoide di Grillo a quella compassata, sorridente e pacata di Di Maio. Ma invece che in mezzo al guado, il Movimento si è trovato in vetta a un colle, da dove si controllano sia la vallata di partenza sia quella di destinazione. L’operazione di mantenere tutto il capitale di voto di protesta e di agganciargli il nuovo voto di proposta governativa è perfettamente riuscita. Ma quanto potrà durare? (dal colle prima o poi si dovrà scendere).

Tutti i movimenti populisti nella storia sono nati sotto la spinta di un leader-profeta e si sono spenti quando il leader è uscito di scena. Il M5s cerca di trasformarsi per evitare questo destino, ma nel fare ciò perde i suoi caratteri originari. Era il partito del non-statuto, della disintermediazione, della non-organizzazione, dell’”uno vale uno”, era movimento; e si vede invece costretto a diventare partito come gli altri.

Questa trasformazione non potrà non porgli nel futuro (anche se non immediato, ora siamo sotto all’ubriacatura della vittoria) problemi seri. Sul piano interno e su quello esterno.

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