Ma Roma è davvero irrappresentabile?

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Per gentile concessione dell'autore, lo pubblichiamo dopo essere stato pubblicato ieri sul Messaggero.

Ma Roma è davvero irrappresentabile? Roma, città-rete e città-arcipelago, lazzarona, spettrale, paludosa, resiliente, verace, ingannevole, santa, blasfema, bellissima e (ad altezza d’uomo) anche bruttissima, sembra sottrarsi a qualsiasi tentativo di ingabbiarla in una rappresentazione. Ci hanno  provato scrittori, cronisti, poeti, etc. Forse quello che ci è andato più vicino è il cinquecentesco Francisco Quevedo, contemplando il Tevere: “Nella tua grandezza… solo il fuggitivo permane e dura”. E ora ci prova temerariamente Vittorio Giacopini con questo romanzo terminale, franante, miasmatico, che non poteva che intitolarsi Roma (Il Saggiatore, pp.416, euro 21), usando una lingua anch’essa debordante. Ci è  riuscito? Sì e no.

Si comincia subito con una discarica, con  un interminabile elenco di oggetti:  copertoni, ombrelli, bende, carrozzine,  cessi,  scheletri di camioncini.. E si capisce subito che Giacopini per descrivere la città barocca usa tutti gli artifici e le figure retoriche del barocco (declinato in un senso ancor più  manieristico, cioè intellettualistico): enumerazioni, iperboli, metafore, digressioni, ossimori. L’impressione è che a volte la pagina del romanzo sia come soffocata da se stessa. Forse per riprodurre il magma della città senza esserne sopraffatti occorreva lo specchio che usa Perseo per sconfiggere la pietrificante Medusa. Altrimenti il magma della città eterna può appesantire la scrittura e renderla opaca. Di che parla?  Il protagonista, l’ “abominevole” Lucio Giacomo Lunfardi, custode di un archivio sulle malefatte della città (delle quali  cui sono tutti complici: aguzzini e vittime), intende  alluvionarla facendo esplodere i ponti e i muraglioni sabaudi, e aiutandosi con una banda sgangherata. Il romanzo è intessuto di prestiti e citazioni, esplicite o implicite: molto Dante, molto jazz, poi Gadda, Joyce e un omaggio a Remo Remotti. Ispirata la pagina sul bombardamento fecale, sulla pioggia di escrementi  degli   storni (ossessiva  nel libro la presenza degli uccelli: piccioni, gabbiani, cornacchie), una “broda o fanghiglia, fetida glassa o manna, giù dal cielo, ma manna-merda” e ovunque “un guano ancora tiepido, fumante”. Giacopini  racconta mezzo secolo di storia italiana nel palcoscenico romano, dagli anni di piombo (ricostruiti con verosimiglianza e con il respiro di un’epica da straccioni) agli assalti di oggi contro i migranti a Tor Sapienza.  Verso il finale, prima che l’eternal city venga cancellata e ridotta a una immensa marana miasmatica,  leggiamo un brano fondamentale per capire il “carattere” dei romani, “attenti, scettici, menefreghisti e grevi, paraculi”.

Le statue di San Giovanni, alte sul Laterano, troneggianti e  finto-solenni, quasi spaventapasseri, “santi sospesi a mezz’aria nel cielo”, o “inutili soldatini tutti di fila”,  un tempo dovevano meravigliare   i pellegrini che giungevano sulla via Appia ( e generare deferenza). Ma oggi “chi se le fila più ste statue eminenti? Stanno e ristanno lì, senza motivo. Attorno e sotto di loro: Roma la vacca”. Appunto. Questa è Roma, che subito trasforma lo stupore in plebea indifferenza, e che certo -  nella sua apocalisse sempre rinviata -  sopravviverà all’inondazione  dell’iracondo,  rancoroso Lunfardi, così come a tutti noi.