Marcia antimafia: il Pd ha necessità di spiegare bene il perché della non adesione.

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Sulla marcia contro il picchiatore Spada e contro la mafia ad Ostia, il Pd ha dichiarato la sua indisponibilità ad accogliere l’appello della Raggi.

In effetti, anche se proposta come marcia silenziosa e senza bandiera, essa si qualifica a prima vista come un’iniziativa dei grillini, non slegata dalla campagna elettorale per il ballottaggio. Non ha torto il Pd a denunciare il carattere equivoco dell’iniziativa: poco istituzionale e molto di parte. D’altronde, vista l’assoluta mancanza di dialettica tra amministrazione capitolina e partito (M5S), rifiutandosi i grillini di assumere un profilo di partito organizzato, ne discende che la Raggi appare muoversi anche in questa circostanza come sindaco e come leader di partito.

Dunque, il Pd ha buone ragioni per distinguersi dalla proposta del Sindaco. Tuttavia s’impone una riflessione sul modo con il quale il partito cardine dell’area riformista presenta le sue ragioni, che poi diventano “di fatto” le ragioni di tutto il centrosinistra. E la riflessione, molto semplice, è questa: se la Raggi sbaglia, cosa contrappone il Pd?

La sensazione è che oltre il rifiuto, e lo sdegno a malapena contenuto, non ci sia altro. Invece il Pd avrebbe dovuto rilanciare immediatamente, sfidando il sindaco a fare della marcia una proposta realmente unitaria. Era impossibile chiedere la convocazione urgente della conferenza dei capigruppo capitolini e in quella sede chiedere l’approvazione di un appello unitario, così da costringere i Cinque Stelle a misurarsi con la democrazia del confronto (e non del soliloquio)? E questo non era anche il modo per stanare il centrodestra, e in particolare la Meloni, chiedendo di rompere formalmente con gli estremisti di Casa Pound?

Ecco, se non è il Pd a rivalutare la funzione delle assemblee elettive, ben difficilmente lo saranno altri; con il che, infine, molto si sciupa  della volontà di costruirsi come forza antipopulista, rispettosa della sostanza e al tempo stesso del metodo della democrazia. Per questo bisogna reinvestire nel discorso sul metodo della democrazia, perché a forza di cedere al dogma populista del “tutto prima e fuori dalle istituzioni” - secondo la formula retorica per la quale la politica si fa tra i cittadini, non in Parlamento o nei Consigli comunali - si accetta l’egemonia culturale del grillismo, contribuendo anche senza volerlo al degrado della vita politica.

Non dovrebbe essere  un azzardo ottenere che il Pd si faccia interprete di una politica di rigore e responsabilità, anche partendo dal basso, anche sfruttando nel contingente, in senso positivo, il caso di Ostia.