Memorie etrusche dalla necropoli di Tarquinia

 

 

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Non si può non averla vista, almeno una volta nella vita. E non si può certo restare indifferenti di fronte a uno spettacolo capace di ricongiungerci con le radici stesse della nostra storia. Quando si accede alle tombe ipogee della necropoli etrusca dei Monterozzi lo sbigottimento prevale su qualunque altra emozione, tale è la perizia delle pitture funebri che, nonostante i furti e i trafugamenti perpetrati nei secoli, sono giunte fino ai giorni nostri. I dipinti delle sepolture tarquiniesi costituiscono di fatto “la prima pagina della grande pittura italiana” (così infatti le definì Massimo Pallottino, padre dell’etruscologia): databili dal 530 circa al III secolo a.C., costituiscono un’incredibile antologia visiva degli usi e costumi etruschi, capace di testimoniare con dovizia di dettagli molti episodi della quotidianità e della vita di un tempo. Scene di caccia e pesca si alternano a banchetti e riti propiziatori; danze e giochi accompagnano raffigurazioni di animali esotici, gestualità e abitudini che fanno pensare all’opera di artisti provenienti anche dall’antica Grecia. Le rappresentazioni si susseguono da una tomba all’altra come parti di un film ancora incompleto, che inizia nella realtà e conduce mano mano in una dimensione “altra”, occulta e misteriosa.

La Necropoli dei Monterozzi, il cui nome si riferisce ai tumuli delle sepolture principesche del VII-VI secolo a.C. (purtroppo quasi completamente spianati da lavori agricoli in epoche successive), si trova a poca distanza dall’attuale abitato di Tarquinia, in provincia di Viterbo, e a pochi chilometri dal mare. Si estende per 750 ettari sopra un’altura, correndo parallela al Tirreno per 6 km, e rappresenta a oggi l’agglomerato cimiteriale più vasto riconducibile agli Etruschi. Le sepolture scavate nella roccia individuate fino a oggi sono circa 6000 e le più antiche risalgono addirittura al VII secolo a.C. Dimensione e planimetria cambiano a seconda della datazione: quelle di età arcaica e classica sono costituite da un ambiente unico, quadrangolare, pensato per ospitare la coppia maritale; quelle del periodo ellenistico sono invece destinate ad accogliere più persone e assumono dimensioni più importanti. Le camere decorate sono circa 200 e, come le dimore funebri a tumulo, appartenevano ovviamente ai ceti aristocratici.

Grazie alla presenza di questo ciclo monumentale di tombe dipinte, la necropoli tarquiniese è diventata Patrimonio dell’Umanità Unesco nel 2004, insieme a quella di Cerveteri. L’area attualmente aperta al pubblico, in località Calvario, è ubicata nella zona occidentale della collina: è facile riconoscere le tombe visitabili, grazie alla struttura “a casetta” che le protegge dagli eventi atmosferici. Per ammirarle, bisogna percorrere un breve corridoio a scale (dromos) che conduce in discesa fino alla camera funebre, ulteriormente protetta da umidità e vapore acqueo grazie a una barriera trasparente e isolante.

Gli accorgimenti a tutela del sito nulla tolgono alla forte impressione suscitata dai dipinti, che catapultano lo spettatore in un’epoca remota, per lo più ancora sconosciuta. Le raffigurazioni più antiche raccontano di una vita che continua dopo la morte, con le sue attività e le sue piacevolezze; le scene databili dal V secolo a.C. in poi testimoniano, invece, un sovvertimento della concezione dell’aldilà, che si popola progressivamente di figure mostruose e di personaggi riconducibili alla mitologia greca. Tra le sepolture meglio conservate, si segnalano: la tomba della Caccia e della Pesca, con la figura di un giovane tuffatore che trova un confronto interessante con lo stesso soggetto, più tardo, rinvenuto a Paestum; la tomba delle Leonesse o delle Pantere, scoperta nel 1873, con soffitto a scacchi bianchi e rossi; la tomba della Pulcella, purtroppo compromessa da asportazioni vandaliche nel 1963; la tomba dei Baccanti, con vivaci danze orgiastiche e leoni che divorano le prede; la tomba dei Leopardi, con le scene di un dinamico banchetto in cui si riconoscono tre coppie (una delle quali composta da soli uomini); la tomba di Polifemo o dell’Orco, costituita dai vani di due tombe contigue (poi unificate), con la scena dell’accecamento del ciclope; la tomba degli Auguri, con due rappresentazioni del Phersu, maschera dei ludi funebri etruschi; la tomba dei Tori, una delle più antiche; la tomba dei Cavalli o del Barone, che presenta una particolare finezza di esecuzione.

Intorno, la natura regna incontrastata: prati, poggi e colline verdeggianti sembrano voler placare il desiderio di conoscere meglio, di sapere di più. Su un luogo ancora troppo poco noto e valorizzato, eppure depredato in ogni epoca storica. E su un popolo, quello etrusco, che ha posto le basi della nostra civiltà.