Newman ed Edith Stein. Maestri perché testimoni

 

 

Michele Marchetto
(Osservatore Romano)
 
In un gustoso saggio su L’età vittoriana nella letteratura (1913), Gilbert Chesterton scrive che John Henry Newman (1801-1890) «non ha seguaci nella sua epoca, ma tantissimi nella nostra». Osservazione quanto mai azzeccata, considerato il sostanziale isolamento del cardinale inglese nel panorama filosofico-teologico del suo tempo e le non poche incomprensioni sia con la Chiesa anglicana sia con quella cattolica. La conferma viene anche dalla sua spesso discutibile collocazione nelle storie della filosofia, oltre che dall’ammissione di autorevoli interpreti che il Newman filosofo è sottostimato. 
 
In realtà, egli filosofava da cristiano in un mondo sempre meno cristiano, in cui si andava diffondendo la convinzione che fosse impossibile insegnare qualcosa di certo sulle questioni di fede. Ciò che allontana Newman dal suo tempo è ciò che più lo avvicina a chi interpreta il nostro tempo. La sua forza consiste nel fatto che è attraverso di lui che giungiamo a pensatori come Taylor, Lonergan, Polanyi, Gadamer, Ricoeur, Husserl, e non viceversa. Così giungiamo anche a Edith Stein (1891-1942), che di Newman tradusse l’Idea of a University e una serie di lettere e parti dei diari precedenti alla conversione (1923-1925). 
 
Sul confronto fra Newman e Stein fa ora il punto il volume Maestri perché testimoni. Pensare il futuro con John Henry Newman ed Edith Stein (Roma, Las-Lup, 2017, pagine 393, euro 27), curato da Patrizia Manganaro e da chi scrive, che presenta gli atti del convegno internazionale tenutosi il 19 e 20 gennaio 2017 all’Istituto universitario salesiano di Venezia, al quale hanno partecipato studiosi di fama mondiale, come Ian Ker, Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, Angela Ales Bello e John F. Crosby. 
 
Il libro, impreziosito dagli interventi dei rettori dell’Università pontificia salesiana e della Pontificia università lateranense, e particolarmente ricco di stimoli, ha l’ambizione di essere il primo tentativo sistematico e scientificamente rilevante di tracciare una pista di riflessione per approfondire il dialogo ideale fra il beato inglese e la santa patrona d’Europa. E lo fa sia guardando agli oggettivi e documentati punti di contatto fra i due, sia evidenziandone differenze, con il risultato di offrire al lettore e allo studioso strumenti efficaci per riflettere sui grandi temi con cui essi si sono misurati: la verità, il rapporto fra la fede e la ragione, la persona, la coscienza, la trascendenza, l’educazione.
 
Fu il padre gesuita Erich Przywara (1889-1972) a promuovere l’incontro di Stein con Newman, nel contesto di una serie di iniziative che, nella Germania sconvolta dalla guerra, fecero parlare di una «santa primavera cattolica». Ne emerge subito l’affinità spirituale fra i due, segnata dalla sofferta conversione al cattolicesimo — l’uno dall’anglicanesimo, l’altra dall’ebraismo — l’abbandono della propria casa e del proprio popolo per una destinazione ignota, motivato da una «severa necessità». A muovere entrambi è una rigorosa e tenace ricerca della verità, la questione filosofica e religiosa fondamentale, insieme intellettuale e morale: per Stein, l’«unica preghiera», per Newman, l’apertura del cuore, se non dell’intelletto (Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz).
A essere coinvolta è tutta la persona: nel personalismo di Newman, infatti, si combinano soggettività e oggettività, cuore e intelletto, esperienza e verità, la prospettiva in prima e in terza persona, la visione dell’uomo personalista e quella cosmologica, per usare categorie proprie della concezione di Giovanni Paolo II(John F. Crosby). 
 
In questa sintesi troviamo uno dei caratteri di fondo della disposizione filosofica di Newman, il pensare per polarità: «Non può un aspetto della Rivelazione escludere gli altri o oscurarne un altro; il cristianesimo è a un tempo un complesso di dogmi, un culto e una dottrina etica; è esoterico ed essoterico; è indulgenza e rigorismo; è luce e tenebra, è amore ed è anche timore» (Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana). È singolare che Stein riconosca con grande lucidità questo tratto della fede di Newman, così simile alla sua: ricca dell’esperienza del mondo, eppure fondata sulla modestia e sull’ascesi, perfino sull’accettazione profonda dell’insuccesso esteriore.
 
La suggestione delle opposizioni polari si riconosce anche nel carattere fenomenologico della filosofia di Stein. Ciò che nel cardinale inglese si configura come una disposizione interiore, un personale modo di pensare, in lei si presenta come un vero e proprio metodo, mutuato e rielaborato a partire dal maestro Husserl. Nonostante le differenze, tuttavia è indubbio che entrambi penetrano nella profondità più nascosta, ma decisiva ed essenziale, della persona: nell’uno, l’«infinito abisso di esistenza», nell’altra, il «nucleo» della personalità, «anima dell’anima» (Angela Ales Bello). 
 
La coscienza è centrale per entrambi, per quanto in forme diverse: in senso fenomenologico in Stein, «luce interiore che illumina il flusso del vivere», rischiarandolo per l’io vivente; in senso morale in Newman, come «eco della voce di Dio», «vicario di Cristo», non priva anch’essa di una connotazione fenomenologica. In virtù del «sentire» di cui la persona ha coscienza, infatti, l’esistenza di sé e l’esistenza di Dio si attestano a vicenda come auto-evidenti: il sé è testimone di un altro che, agostinianamente, lo abita (Giovanni Solari). 
Nella misura in cui la complessa struttura della persona, unitaria e molteplice, è immagine delle tre persone divine, l’antropologia di Stein compie poi una straordinaria sintesi di analisi fenomenologica, riflessione metafisica e teologia trinitaria, non priva di problematicità, soprattutto nel definire il rapporto fra coscienza e trascendenza (Leonardo Messinese), e nel pensare la molteplicità nell’unità dell’essere (Markus Krienke). 
Il plesso persona-coscienza-trascendenza che emerge dagli atti del convegno veneziano, non è altro che la declinazione del rapporto circolare fra fede e ragione, secondo la riflessione della Fides et ratio, dove Newman e Stein sono elencati insieme a Rosmini, Maritain, Gilson, ai pensatori orientali, ma anche ai Padri e a Tommaso d’Aquino. Il legame teorico fra filosofia e teologia ne è la traduzione epistemologica, che si rivela particolarmente feconda nella sfera della formazione della persona, prefigurando importanti novità: un nuovo umanesimo, che intreccia antropologia, ontologia ed etica; una nuova indagine sul nesso fra coscienza e trascendenza, che supera il soggettivismo moderno; una nuova idea e una nuova pratica dell’umano nell’ambito della «formazione» (Patrizia Manganaro). Sia in Newman sia in Stein la filosofia è disposizione interiore e funzione formativa della personalità. Tuttavia, nell’una essa trova nella fenomenologia e nel tomismo una giustificazione teoretica tale da tradursi in metodo rigoroso e fondato, pur senza perdere il senso di un compito per la vita; nell’altro è «l’espressione del vivere di una persona, del suo spirito creativo e delle sue certezze fondamentali», maturata in base all’intuizione, sollecitata dall’esperienza del concreto, e al cosiddetto «teaching of facts» (Michele Marchetto). 
 
È facendo leva su questa «logica del concreto», tipica dell’approccio del cardinale inglese, oltre che sulle idee di entropatia e di interpersonalità, elaborate da Stein, che si possono individuare le basi di una pedagogia «forte», che assuma la coscienza come perno della pratica educativa, e l’etica e l’antropologia come punti di riferimento della scienza pedagogica (Christian Vecchiet). Il che non è privo di criticità, se la più alta delle istituzioni formative, l’università, solo indirettamente si fa carico della formazione morale, per quanto non possa sottrarsi a misurarsi con la Verità, come entrambi evidenziano. 
 
Per Newman, in particolare, rispetto all’università, la Chiesa è chiamata a vigilare che essa sia sempre fedele alla Verità, di cui la coscienza è un raggio, spesso oscurato e confuso, nel cuore dell’uomo. Su di essa la Chiesa esercita una funzione «maieutica», che ne sollecita l’apertura interiore alla Verità, perché la persona umana ne sia testimone (Hermann Geissler). Nell’idea di Newman si tratta di una Chiesa «molto carismatica», via media fra clericalismo e laicismo, fedele al Concilio Vaticano II e, insieme, all’idea di fondo del Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana: la Chiesa cambia per essere se stessa, non per essere diversa (Ian Ker).
 
(3 Novembre 2017)