Oltre le tenebre

 

 

Francesco Scoppola
(Osservatore Romano)
 
«Un uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico». Con queste parole Paolo VI salutò Aldo Moro al rito di suffragio a San Giovanni. Quarant’anni dopo possiamo tornare a quei giorni tragici con le sue stesse parole, nelle lettere private dirette alla famiglia, alla moglie Eleonora, ai figli Maria Fida, Anna, Agnese, Giovanni, al nipote Luca, non con le dichiarazioni pubbliche mediate, manipolate ed estrapolate.
 
«Siate forti e pregate per me». «Non voglio fare lamentele e accetto da Dio il mio destino». «Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi». «Ho tentato tutto ed ora sia fatta la volontà di Dio, credo di tornare a voi in un’altra forma». «Credo non sarà facile imparare a guardare e a parlare con Dio e con i propri cari. Ma c’è speranza diversa da questa?». «Mentre lasciamo tutto, resta l’amore». «Vorrei avere la fede che avete tu e la nonna, per immaginare i cori degli angeli che mi conducono dalla terra al cielo. Ma io sono molto più rozzo. Ho solo capito in questi giorni che vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Gesù Cristo per la salvezza del mondo». «Vorrei capire, con i miei occhi mortali, come si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo».
 
Moltissime sono le analisi pubblicate su Aldo Moro: da quelle tentate nell’immediatezza del suo ritrovamento a quelle più meditate e recenti, ma una storia credibile e condivisibile di quei fatti non è ancora stata scritta, malgrado la mole e l’autorevolezza degli studi che si sono succeduti. La bibliografia è sterminata. C’è da considerare la presenza di molte ragioni per spiegare perché si è riacceso questo sacrosanto interesse generale, questo grido che è anche sete di giustizia (ma non di patibolo): capire e conoscere, scrivere la propria storia, specie nei disastri maggiori, non serve certo a operare vendette. Serve a riprendere il cammino, a guardarsi dai pericoli presenti e futuri. A procedere per quanto possibile in sicurezza e in pace, con la necessaria consapevolezza dei fatti accaduti e dei sacrifici che le scelte virtuose comportano.
Occorre riandare alle idee che hanno guidato Moro e ricordare che sono appena trascorsi i settantacinque anni dalla fondazione della Democrazia cristiana. Il 19 marzo 1943, a Roma, in casa di Giuseppe Spataro, viene discusso e approvato alla presenza del giovane Moro il documento che De Gasperi aveva curato personalmente, Le idee ricostruttive della democrazia cristiana, considerato l’atto di fondazione ufficiale del partito.
 
Le strade della pace sono quelle della giustizia e la pace è anche ricomposizione delle fratture che in Italia sono particolarmente radicate. Dai principi che hanno mosso Moro si può meglio comprendere quali siano state, in conclusione, le «motivazioni» di coloro che lo volevano morto. Moro comprende che il partito comunista di Enrico Berlinguer può essere sottratto ed è già uscito o sta uscendo dalla sfera di influenza sovietica, e con lungimiranza vuole favorire questo processo di logoramento del clima o meglio della cappa che ha alimentato e alimenta da decenni la Guerra fredda e la corsa agli armamenti, migliorando le condizioni di governabilità.
 
Siamo a una capacità di costruire il futuro, non solo immediato, per lo più sconosciuta in politica. Mediatore, armonizzatore, Moro è l’ideatore del principio di democrazia consociativa. La solidarietà nazionale viene da lui intesa come seconda fase della realizzazione dell’unità d’Italia. Ma non lo comprendono e non lo seguono i suoi numerosi detrattori, interni ed esteri. Fallito il tentativo di screditarlo con le accuse di scandali e tangenti, viene rapito alla vigilia del suo grande accordo popolare inclusivo, in parlamento.
 
In breve la storia gli darà ragione, con la fine dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino, con l’affioramento delle contraddizioni dell’imperialismo industriale delle multinazionali e del capitalismo globalizzato, con l’evidenza della guerra infinita e con il terrorismo correlato, ma troppo tardi. Moro ha dimostrato una capacità di anticipazione, di ascolto e di servizio che, fraintesa dalla miopia politica dominante e in piena coerenza con il senso della testimonianza radicato nella fede cristiana, lo ha esposto — non certo di proposito ma con suo grande dolore e sconforto — alla prova inconfutabile e incontrovertibile della disponibilità al sacrificio totale di sé. Con questo testamento deve dopo di lui misurarsi il corso del presente lungo lo stesso stretto sentiero da lui percorso: quello dell’itinerario di un martire laico e cristiano.