ORFEO NUOVO DIRETTORE RAI : ALTRA SPALLATA AL SERVIZIO PUBBLICO ?

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Non è un mistero che Mario Orfeo, già direttore del TG1, non esente a suo tempo da critiche diffuse circa la linea editoriale intrapresa dal notiziario principale del servizio pubblico, apparsa troppo sbilanciata a favore del Pd, sia un soggetto molto vicino all’ex premier Matteo Renzi.

Stavolta, però, una volta designato neo-direttore generale della Rai, dovrà fare i conti col problema politico derivato dal fallito accordo sulla legge elettorale, il quale si è verificato simultaneamente alle decisioni sui vertici aziendali di Viale Mazzini. Non dimenticando, se possibile, la sonora sconfitta accusata dai democratici al referendum di sei mesi fa. Tenendo inoltre conto, presumiamo, del buon risultato ottenuto dal centro-destra (in alcuni casi a trazione salviniana) alle amministrative dell’11 giugno 2017. Nino Rizzo Nervo, decano dell’ambiente Rai e attuale funzionario di Palazzo Chigi, uomo proposto da Gentiloni, come era lecito attendersi, di fronte alla volontà e allo strapotere politico di Renzi nel suo partito, non ha avuto alcuna chance. Programmato, scientifico. Ora bisognerà appurare quanto questa scelta – tanto banale quanto scontata – nuocerà agli ascolti della rete e soprattutto, quante altre polemiche provocherà.

Con l’effimero proposito – più volte dichiarato nel corso degli ultimi mesi – di sottrarre l’azienda dai “tentacoli” dei partiti, il segretario Pd si appresta a rottamare il modello misto direzione-cda accentrando su sé stesso tutti i poteri come se la Rai fosse un soggetto privato. Indubbiamente, il recente avvicinamento del Pd a Berlusconi (dato, in quest’estate 2017, al 15% abbondante) è giunto nel momento più idoneo per operare alcune scelte : un’informazione televisiva di matrice in apparenza moderata e modellata secondo la linea di un governo che in quanto a programmi ha quasi emulato l’epopea del Polo delle Libertà, riscuoterà certamente il silenzio-assenso dei forzisti.

Tuttavia, le decisioni del 9 giugno in relazione alla nuova Rai andranno inevitabilmente incontro all’ostilità (per altro già espressa dal Presidente della Commissione Vigilanza Fico, il quale ha tacciato Orfeo di “non essere al di sopra delle parti”) dei Cinque Stelle, della Lega e della Sinistra di Bersani e Pisapia, gruppi dichiaratamente fuori dai giochi di potere del “palazzo”. Di fatto, c’è una società civile che non si è affatto riconosciuta nelle riforme referendarie proposte dalla coppia Renzi-Boschi e non ha scordato lo sbilanciamento del TG1 a favore del SI con la macroscopica differenza di spazio attribuito alle ragioni del Pd rispetto a quelle degli altri partiti (alcune fonti parlarono del 64% contro il 36%), compresi quelli minori, che a suo tempo accusarono il neo-dg di essere propagatore del “pensiero unico dei dem” nonché totalmente asservito alla volontà politica del leader fiorentino.

Come nella peggiore tradizione della Tv pubblica, dunque, sembra essere continuato il “repulisti” iniziato circa un anno fa che e certificò l’allontanamento o la fuga di alcuni giornalisti in disaccordo con le politiche del Pd (Floris, Giannini, Berlinguer, Porro) e che Renato Brunetta definì come “l’epurazione delle pochissime tracce di dissenso rimaste a Viale Mazzini e Saxa Rubra.” Come non pensare, inoltre, alla epica renzizzazione di una rete storicamente plasmata sul modello della vecchia sinistra come Rai Tre? L’ultimo siluramento è stato quello di Campo Dall’Orto, una volta delegato con poteri speciali, sfiduciato dal Cda e ritenuto oggi non più affidabile dai vertici di Via del Nazareno. Analogamente a quanto accaduto e continua ad accadere, la Rai – a dispetto del canone pubblico obbligatorio, dell’indipendenza deontologica dei giornalisti e dei contestatissimi mega-compensi dei conduttori – continua ad essere oggetto di un  toto-designazioni degno della Prima Repubblica, ancorchè un modello lontanissimo dal vituperato sistema digitale rivolto a tutti secondo schemi proiettati verso il futuro dell’informazione.