Perché il folle treno del centrosinistra è arrivato alla sua ultima stazione possibile

 

 

(AGI)

Più che una coalizione sembra un treno lanciato a tutta velocità contro il muro. Se oggi in direzione Matteo Renzi non invertirà la rotta, accettando almeno qualcuna delle condizioni dettate dalle forze di sinistra, da Mdp a Campo progressista, invece di una alleanza si presenterà alle urne una galassia di sigle. 

Gli appelli all'unità di domenica

Forse proprio per questo domenica è stata una giornata di appelli alla responsabilità, e dunque all’unità del centrosinistra, per evitare la vittoria del centrodestra. Il primo a lanciare il suo richiamo è stato Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista, che ha chiesto di evitare “un’altra Sicilia: non possiamo non fare di tutto per unire”. Poco dopo di lui Walter Veltroni, fondatore e ideatore del Pd, che ha chiesto una vocazione maggioritaria che “non sia isolamento”, una capacità di inclusione per far nascere uno schieramento per vincere.

Il Pd deve incluedere, l'Mdp non porre veti

La sinistra ha il dovere di unirsi, dunque il Pd deve includere e Mdp non deve porre veti su Renzi, perché il pericolo è quello di una destra ‘anni Trenta’. Infine Dario Franceschini, socio di maggioranza del Pd, che ha voluto cocciutamente individuare nelle parole dei molti intervenuti ieri dei “segnali positivi” per cui ora “è possibile lavorare su ciò che ci unisce: abbiamo tutti il dovere di provarci”. Ma le chance di evitare il muro sul quale si infrangerebbe l’eventuale unità del centrosinistra sono poche. Laura Boldrini, intervenuta a Campo progressista, mostra tutto il suo scetticismo: non vedo le condizioni per una alleanza con il Pd, ammette. Pierluigi Bersani smentisce persino un possibile accordo di desistenza in alcuni collegi. Mdp, Si e Possibile annunciano per il 2 dicembre la nascita di una nuova proposta.

L'ultima stazione della folle corsa del treno del centrosinistra

Insomma, il treno accelera, oggi c’è l’ultima stazione possibile, quella della direzione Pd. Difficilmente Matteo Renzi potrà fare marcia indietro sul jobs act ora, come gli hanno chiesto da sinistra: sarebbe una sconfessione di uno dei fondamenti del suo governo. Di certo rilancerà la palla delle aperture alla coalizione nel campo avverso, assicurando di non avere veti da porre ma di non poterne neppure accettare. Ma se accettasse le due condizioni minime poste da sinistra, il varo di ius soli e biotestamento entro la fine della legislatura, questo potrebbe essere il nuovo segnale di una possibile apertura di dialogo. Se invece chiudesse fin da oggi sui due provvedimenti, la divisione almeno in tre tronconi del centrosinistra (Pd, Mdp e Campo progressista) sarebbe inevitabile.