Quanto pesano i licenziamenti sulle casse Inps

 

 

L’Ufficio studi della Cgia mette in evidenza come nell’ultimo anno i licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo nel settore privato abbiano registrato una crescita percentuale del 26,5%. Le altre tipologie di licenziamento non hanno invece presentato evoluzioni così importanti. Se i licenziamenti complessivi sono saliti del 3,5%, quelli per giustificato motivo oggettivo aumentati del 4,6%, quelli per esodo incentivato, invece, sono diminuiti del 19%.

A questo punto va messo l’accento sul fatto che dal 2013, con l’introduzione della riforma Fornero, coloro che vengono licenziati hanno diritto all’indennità mensile di disoccupazione: una misura di sostegno al reddito con una durata massima di due anni, che costringe l’imprenditore che ha deciso di lasciare a casa il proprio dipendente al pagamento di una tassa cosiddetta di licenziamento. Quando viene a verificarsi questa situazione, il datore di lavoro deve versare all’Inps una somma pari al 41% del massimale mensile della Naspl per ogni anno di anzianità aziendale maturata negli ultimi 36 mesi.

“Se un’impresa contribuisce ad aumentare il numero dei disoccupati – ha detto il segretario della Cgia, Renato Mason – provoca dei costi sociali che in parte deve sostenere. Negli ultimi tempi, tuttavia, la questione ha assunto i contorni di un raggiro a carico di moltissime aziende e anche dello Stato, perché un numero sempre crescente di dipendenti non rispetta la norma e costringe gli imprenditori al licenziamento, così di conseguenza fa scattare la nuova Aspl (Naspl) in maniera impropria”. Secondo i dati della Cgia non sono pochi coloro che negli ultimi tempi hanno deciso di non recarsi più al lavoro senza dare alcuna comunicazione al proprio titolare.

Essendo stata introdotta nel marzo dello scorso anno l’obbligatorietà delle dimissioni on-line, se il dipendente “diserta” la presenza in cantiere in ufficio e non comunica telepaticamente la volontà di starsene definitivamente a casa, l’interruzione del rapporto di lavoro deve essere avviata dal titolare dell’azienda attraverso il licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo. Procedura che, in virtù della legge Fornero, consente al lavoratore “scorretto” di ricevere la Naspl, misura che non gli spetterebbe invece in caso di dimissioni volontarie.

“Questo astuto espediente – ha concluso il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo – sta creando un danno economico non indifferente. Non solo perché costringe il titolare dell’azienda a versare la tassa di licenziamento che può arrivare fino a 1.500 euro, ma anche alla collettività che deve farsi carico del costo della Naspl. Se quest’ultima viene erogata per tutti i due anni previsti dalla legge Fornero, il costo complessivo per le casse dell’Inps può arrivare fino a 20.000 euro a lavoratore”.