REGIONE LAZIO: ZINGARETTI CANDIDATO, MA SOTTO IL CONTROLLO DEL PARTITO

 

 

Il Pd ha rotto gli indugi, battendo sul tempo gli avversari dell’altra parte. «Sono in campo e a disposizione per questo progetto». Così il presidente uscente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha ufficializzato la sua candidatura al secondo mandato.
 
In realtà, nel corso di un dibattito durato meno di due ore, il dato saliente riporta alla constatazione di una scelta che mette Zingaretti in stato di subalternità alla maggioranza del partito. Lo stesso Marco Miccoli, intervenuto alla fine della succinta discussione, ha sancito il suo riallineamento al quadro della dirigenza renziana. Ciò ha per altro obbligato il segretario regionale, Fabio Melilli, a correggere l’iniziale fervore da lui posto a sostegno della ricandidatura di Zingaretti.
 
«Sono pronto a rilanciare una grande sfida che ricostruisce una maggioranza più larga e plurale», ha detto l’interessato nel corso della direzione del Pd regionale. Nel 2013 Zingaretti era sostenuto da Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, Partito Socialista Italiano, Lista Zingaretti e Centro Democratico. Oggi il panorama politico è profondamente mutato e non è affatto chiaro su quali forze il governatore uscente potrà contare. In ogni caso la candidatura è stata ufficializzata dalla direzione regionale del Pd, che ha dato l’ok unanime alle relazioni di Zingaretti e Melilli. Quest’ultimo ha spiegato che nei prossimi giorni organizzerà un incontro di sintesi con il gruppo consiliare della Pisana alla presenza dello stesso governatore uscente.
 
Sta di fatto che nel giro di pochi mesi la linea della pura continuità del governo regionale, con gli stessi protagonisti e la stessa architettura politica, si è capovolta nella assunzione di un impegno diretto a coinvolgere altre forze giudicate necessarie, dal centro moderato ai rappresentanti del civismo, per dare più respiro e quindi più consistenza alla coalizione di centrosinistra. Ora Zingaretti ha il compito di riscrivere l’agenda o la logica su cui ha fatto perno in questi anni, anzitutto abbandonando la pretesa di posporre il contributo del partito alla sua solitaria e incontrastata leadership.