Riconoscersi: la lezione del conflitto in Catalogna

 

 

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a questione dell’indipendenza catalana sta agitando la Spagna e la tensione si riverbera sul resto dell’Europa. L’attenzione mediatica è aumentata lungo il mese di settembre, in vista del contestato referendum del 1° ottobre, quando ci siamo trovati di fronte a immagini che hanno colpito se non allarmato l’opinione pubblica in tutto il mondo, con l’inevitabile seguito di polemiche, anche a colpi di fake news, sulle violenze e sul numero dei feriti. Nel momento in cui scriviamo lo svolgersi degli avvenimenti registra un crescente inasprimento dello scontro piuttosto che l’apertura di un dialogo. In ogni caso, quali che siano i suoi sviluppi, questa vicenda offre un’occasione per una riflessione più di fondo.

Al di là di alcune prese di posizione piuttosto evidentemente strumentali a favore dell’una o dell’altra parte, a molti livelli prevale una sensazione di sconcerto e perplessità di fronte a qualcosa a cui si assiste, ma di cui si faticano a mettere a fuoco le coordinate. La questione catalana non è una sorpresa in sé: la sua esistenza è ben nota e negli anni più recenti è stata a più riprese oggetto dell’attenzione della Rivista (cfr nota a fine articolo). Non è una novità nemmeno il fatto che l’Europa sia attraversata da spinte indipendentistiche, la cui lista non è corta. Ciò che colpisce è come la situazione sia montata esponenzialmente, il modo incerto e goffo con cui i diversi protagonisti la stanno gestendo, l’ambigua posizione dell’Unione Europea, che si nasconde dietro la non ingerenza nelle questioni interne. Tutto sembra avvitarsi in un blocco da cui non si intravedono vie di uscita, se non al prezzo di ulteriori lacerazioni.

Rivendicazioni

Sia il Governo catalano sia quello spagnolo si esprimono attraverso il linguaggio del diritto, in riferimento a una giustizia intesa in senso giuridico: da una parte ci si richiama al diritto di autodeterminazione dei popoli, dall’altra al rispetto della legalità costituzionale. I fatti però mostrano come questa sia solo una parte del problema. Le voci dei militanti e della gente comune parlano infatti un linguaggio diverso, quello del sentirsi o non sentirsi “a casa”. Il registro giuridico non basta: per comprendere la situazione occorre passare a quello del riconoscimento, che permette di tenere insieme il piano delle norme, quello delle rivendicazioni economiche e quello delle dinamiche sociali e culturali. In quanto sta accadendo a Barcellona tocchiamo la potenza che si nasconde nella richiesta collettiva di riconoscimento della propria identità – e quindi della propria differenza –, ma anche la forza di un legame che discende dai fatti e dalla storia della penisola iberica, con tutte le sue contraddizioni e traversie.

La chiave del riconoscimento ci permette di accostare le vicende catalane a molte altre in cui risuonano gli stessi temi, sebbene si snodino su piani assai diversi. Nel discorso tenuto a Firenze il 22 settembre 2017 sul tema della Brexit, il primo ministro britannico Theresa May ha usato espressioni straordinariamente simili a quelle degli indipendentisti catalani: «Il Regno Unito non si è mai sentito completamente a casa nell’Unione Europea». La questione interseca poi il complesso nodo delle relazioni di genere in molti ambiti: per il riconoscimento delle differenze non basta una equiparazione sul piano giuridico o retributivo, per quanto indispensabile. Infine, il riconoscimento è cruciale in una innumerevole serie di conflitti interpersonali: come mostrano le esperienze della mediazione in campo familiare o penale, ciò che le vittime cercano è il riconoscimento della sofferenza ingiusta che patiscono, ben più di un risarcimento monetario o di una condanna del colpevole.

Non intendiamo qui analizzare nei dettagli la vicenda catalana, ma cogliere lo stimolo che essa ci offre ad approfondire questa dimensione cruciale dei conflitti sociali e politici del mondo contemporaneo, di cui l’opinione pubblica sembra stentare a prendere piena consapevolezza. Le categorie di analisi sono fondamentali per una corretta comprensione dei problemi e quindi per la ricerca di soluzioni davvero efficaci. Proveremo perciò a dialogare con alcuni spunti offerti dalla sociologia e dalla filosofia, che ci sono d’aiuto per interpretare i conflitti sociali senza rimanere schiacciati sulla cronaca.

La lotta per il riconoscimento

È dall’inizio del nuovo millennio che la ricerca sociologica e politologica registra il ribaltamento degli assi del conflitto sociale, politico e culturale: le moderne lotte politiche, che nei due secoli precedenti riguardavano principalmente questioni redistributive, sono diventate prima di tutto e soprattutto lotte di riconoscimento (cfr Fraser N. – Honneth A., Redistribuzione o riconoscimento? Una controversia politico-filosofica, Meltemi, Roma 2007 [ed. or. 2003]). Questo vale a diversi livelli. Sono lotte per il riconoscimento quelle delle minoranze linguistiche, culturali, etniche o religiose, quelle basate sul genere e l’orientamento sessuale; lo sono quelle delle vittime che non si sentono considerate nel processo penale e quelle di chi compie lavori gravosi e trascurati; sono lotte per il riconoscimento quelle che prendono di mira le discriminazioni nell’accesso alle posizioni di potere, in politica come nelle imprese, e ci sono componenti di riconoscimento anche in molte rivendicazioni salariali. Sono frequenti infine le richieste di riconoscimento pubblico di situazioni singolari, pur non codificabili.

Queste lotte riguardano la tutela dell’identità di singoli o gruppi e, soprattutto, la possibilità di attuare liberamente le proprie aspirazioni: si rivendica la disponibilità di uno spazio a prescindere da come lo si riempirà. La negazione di questa possibilità è percepita come una umiliazione e la reazione assume spesso il colore della vendetta o i toni della violenza. Non è difficile rintracciare nelle vicende catalane un caso esemplare di questa dinamica, e non solo negli accenti rivendicativi di molti militanti. Lo rivela il fatto che tra i catalani la percentuale di quanti ritengono di avere il “diritto di decidere” è nettamente più elevata di quanti sono a favore dell’indipendenza. Il divieto di celebrare il referendum (con le azioni repressive che ne sono seguite) è stato percepito come una compressione di questo diritto di autodeterminazione e quindi come un’(ulteriore) umiliazione.

Facendo riferimento alla formulazione classica di che cosa sia la giustizia, “dare a ciascuno il suo”, nel caso delle lotte per il riconoscimento il conflitto non riguarda soltanto la determinazione quantitativa del “suo” che deve essere dato a “ciascuno”: qui entra in gioco la componente della minaccia dell’identità, e il piano simbolico-relazionale si salda a quello economico. La dinamica è bidirezionale. Ad esempio, nel mondo del lavoro, la rivendicazione di un livello salariale adeguato – pensiamo alle lotte per il salario minimo nei Paesi dove questo è definito per legge, ad esempio negli Stati Uniti durante la presidenza Obama – esprime in termini monetari una richiesta che è anche di riconoscimento e tutela della propria dignità personale. In modo speculare, è indubbio che le rivendicazioni indipendentiste catalane nell’ultimo decennio veicolino anche l’attesa di un cambiamento economico da parte degli strati della popolazione più colpiti dalla crisi economica. Almeno per una parte di coloro che la propugnano, l’indipendenza della Catalogna rappresenta l’occasione congiunta di affermare una identità culturale e di rimettere radicalmente in discussione la struttura delle disuguaglianze sociali. L’analisi dei conflitti sociali contemporanei ci impone così di elaborare una concezione bidimensionale della giustizia, che intrecci i registri e i linguaggi della redistribuzione e del riconoscimento. Come integrarli resta al momento un problema senza soluzioni generali già sperimentate.

Senza via d’uscita?

Proprio perché toccano il registro della soggettività, sulle lotte per il riconoscimento aleggia il timore che possano dare luogo a pretese senza limite, a una dinamica che gli studiosi chiamano di “cattivo infinito”. Questo vale in particolare quando si entra nel campo delle risorse pubbliche da destinare alla tutela di quelli che vengono presentati come nuovi diritti da riconoscere. Ad esempio, a quale livello di personalizzazione è giusto arrivare nella predisposizione dei menu delle mense scolastiche in una società sempre più fortemente multireligiosa e multiculturale? Quale tutela meritano le posizioni minoritarie in materia di sanità, dalla questione delle trasfusioni a quella dei vaccini, al rifiuto di essere visitati da un medico di genere diverso dal proprio? Oltre che sulla salute pubblica, la risposta a queste domande ha un impatto sull’organizzazione del sistema sanitario e la relativa spesa.

Anche se la supposta illimitatezza delle pretese nei fatti non è estrema quanto si paventa, in un contesto di forte individualismo la questione resta di non poco conto, anche alla luce dell’indebolimento delle istituzioni sociali – tipicamente quelle politiche ai vari livelli – a cui è affidata la mediazione tra pretese di riconoscimento e la determinazione di priorità e criteri di allocazione delle risorse. Preoccupazioni sulla effettiva capacità sociale di gestire queste problematiche nascono anche di fronte ai circuiti di autoreferenzialità resi possibili dalle nuove tecnologie digitali: sui social network la differenza è molto spesso oggetto di derisione o disprezzo anziché di riconoscimento.

Dinamiche di questo genere sono probabilmente all’opera anche nella vicenda catalana. Lo denuncia la situazione di stallo apertasi dopo il referendum: le due parti, a livello sociale, politico e anche istituzionale, non sembrano riuscire a sganciarsi dalla continua riaffermazione della propria posizione, proposta di fatto come qualcosa di non negoziabile. L’impressione è di un muro contro muro, o di un dialogo tra sordi, non di rado accompagnata da una presentazione caricaturale o denigratoria delle posizioni della controparte.

Da una parte ci si richiama alla storia, dall’altra alla legalità. Ma nessuna di queste prospettive è sufficiente da sola a risolvere la questione, anche se ciascuna è portatrice di elementi di chiarezza. Per incontrarsi, devono però abbandonare la pretesa di assolutezza e smettere di presentarsi come monoliti. La storia è sempre più sfaccettata di quanto appaia quando viene ricostruita attraverso processi ideologici di “nazionalizzazione”, da cui né Spagna né Catalogna sono esenti. Dal canto suo, il diritto non si risolve con l’esercizio della forza e quindi con la coercizione, dovendo lasciare continuamente aperto lo spazio dell’elaborazione normativa.

Le dinamiche di riconoscimento giocano un ruolo fondamentale anche come fattori di stallo comunicativo. Una dichiarazione di indipendenza è un’affermazione di identità che trancia un legame, non riconoscendolo più come un valore, ma essa stessa resta appesa al riconoscimento (in questo caso internazionale), senza il quale rimane vuota. Anche il richiamo alla Costituzione parla il linguaggio del riconoscimento. Almeno in uno Stato democratico – quale la Spagna indubitabilmente è –, la forza della Costituzione riposa in ultima analisi sul fatto che i cittadini ne riconoscano il valore in quanto si riconoscono nella storia comune che l’ha prodotta. È nel percorso storico che da secoli lega la Catalogna al resto della Spagna – non senza problemi e conflitti – che si radica l’elaborazione dell’attuale Costituzione spagnola, comprese le misure di tutela delle differenze culturali e delle autonomie regionali che ne discendono. Inevitabilmente, per coloro che non vi si riconoscono (più), il richiamo alla legalità costituzionale risulterà debole, specie quando sembra che alcuni brandiscano la Costituzione come una clava.

Il rischio del primo passo

Ma il riconoscimento entra in gioco anche come possibile catalizzatore di sblocco. Il dialogo, da molti invocato come unica possibile via di uscita, può avvenire in vari modi, ma non può fare a meno del riconoscimento della reciproca legittimità delle parti, per quel tanto che basta a sedersi allo stesso tavolo, magari con l’aiuto di un mediatore. Fin tanto che gli interlocutori non si riconoscono come tali, nessun dialogo può partire: è quanto insegnano tutti i tentativi di risoluzione dei conflitti attraverso processi di mediazione, a prescindere dal loro esito finale. Senza il riconoscimento della legittimità dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) come rappresentante dei palestinesi da parte israeliana, e senza il riconoscimento del diritto di Israele a esistere da parte palestinese, Rabin e Arafat non avrebbero raggiunto quelli che sono noti come Accordi di Oslo nel 1993.

La riflessione del filosofo francese Paul Ricoeur, in particolare nel volume Percorsi del riconoscimento (Cortina, Milano 2005), termina proprio con la considerazione delle esperienze riuscite di mutuo riconoscimento, significativamente chiamate «stati di pace». Non è una prospettiva irenica e utopica: si tratta piuttosto di situazioni in cui si sperimenta concretamente che la “lotta per il riconoscimento” non è destinata inevitabilmente a essere perpetua; e una risoluzione del conflitto, pur nella costante fragilità, può essere raggiunta. Quando questo accade, ciò che si prova accende il desiderio di sperimentarlo ancora, sostenendo la ricerca di ulteriori mutui riconoscimenti.

La chiave, secondo Ricoeur, è uscire da una prospettiva in cui qualunque scambio o dialogo ha una funzione puramente strumentale, una valenza solo commerciale o strategica, per assumere il rischio di compiere un primo passo senza garanzia previa di un contraccambio. Detto in altri termini, si tratta di compiere qualcosa che si colloca nell’ordine del gratuito, di fare un dono. Questo termine – lo evidenzia una ricca letteratura – va usato con poca retorica e grande cautela, liberandolo da tutto ciò che richiama il circuito dell’obbligo a restituire, che rende il dono un succedaneo del commercio o uno strumento per vincolare la libertà degli altri: non tutti i doni, infatti, sono gratuiti!

Quando il dono – o il primo passo in cui si mette in gioco qualcosa di sé – è davvero dell’ordine del gratuito, genera gratitudine e apre lo spazio a un percorso di fiducia: dal dono nella sua concretezza l’attenzione si sposta sulla relazione di libertà e reciprocità che esso istituisce tra colui che dona e colui che riceve, tra gratuità e gratitudine. La giustizia, per tornare all’espressione classica, si manifesta nella sua pienezza di relazione tra i soggetti legati dal verbo “dare”, al di là dell’oggettività e della materialità del “suo” che viene dato. Le due identità possono incontrarsi e riconoscersi, e il riconoscimento – dato e ricevuto – può diventare riconoscenza. Il legame è così stretto che il francese utilizza la stessa parola per entrambi i concetti: reconnaissance. Per dirlo con le parole di Ricoeur: «Non è forse nella mia identità più autentica che io chiedo di essere riconosciuto? E se, per fortuna, mi capita di esserlo, la mia gratitudine non va forse rivolta a tutti coloro i quali, in una maniera o nell’altra, hanno riconosciuto la mia identità riconoscendomi?» (p. 5).

L’esperienza della riconoscenza come gratuità reciproca che non vincola la libertà è fortunatamente frequente nell’ambito delle relazioni interpersonali: è il legame affettivo a offrire il terreno su cui muovere il primo passo di riconoscimento dato e ricevuto, verso l’uscita dalla logica dello scambio degli equivalenti. Per molti versi, le istituzioni universalistiche tipiche degli Stati nazionali del XIX e del XX secolo, dalla democrazia rappresentativa ai sistemi di welfare, riuscivano a riprodurre una dinamica analoga a livello collettivo, cioè dell’intera cittadinanza. Il sistema funzionava sulla base di due assunti, per lo più impliciti, entrati oggi entrambi in crisi.

Il primo implicito è la base di riconoscimento reciproco fornita dall’identità nazionale: non a caso il modello della democrazia liberale ottocentesca fatica a riconoscere le minoranze – che siano linguistiche, culturali e religiose – e a gestire le differenze, a partire da quelle di genere. Le rivendicazioni identitarie delle minoranze, ma soprattutto il passaggio a società fortemente multiculturali sgretolano questo assunto. Un discorso analogo vale per il secondo implicito, che è la compressione sistematica dell’individualità personale in modo da costringere ciascuno all’interno dello standard del cittadino; in quanto finzione giuridica, non è né alto né basso, né maschio né femmina, né vegano né celiaco, né praticante di alcuna religione. Se lo è, il fatto resta privato e non legittima la richiesta di un pasto speciale: la mensa fornisce lo stesso cibo a tutti e il menù è scritto in una sola lingua. Le lotte per il riconoscimento degli ultimi decenni non possono che mandare in frantumi questo assunto.

Una ricerca che ci coinvolge

Affievolite due istanze di mediazione potenti come l’identità nazionale e quella di cittadino, il sistema si imballa e abbiamo l’impressione che si stia tornando indietro. Dove cercare allora un terreno sufficientemente sicuro da rendere accettabile il rischio del primo passo che può avviare la dinamica del riconoscimento-riconoscenza? Spagna e Catalogna faticano decisamente a trovarlo. Se la pace sociale e il bene comune della loro popolazione sono la prima posta in gioco nel conflitto in corso, trovare nuove basi di riconoscimento sarebbe la seconda, quella che interessa e interpella poi più da vicino chi non è spagnolo né catalano. È in corso una ricerca di cui potremo tutti beneficiare, a prescindere dall’esito della vicenda concreta.

Non è probabilmente un caso che la questione si ponga in Catalogna, la cui popolazione è composta per il 18% di stranieri e in cui tre quarti dei residenti ha almeno uno dei quattro nonni nato al di fuori dei confini regionali; quella catalana è una delle società più plurali dell’Europa occidentale, una società di identità complesse e meticce, come riconosce il Preambolo del suo Statuto: «La Catalogna si è andata costruendo nel corso del tempo grazie al contributo di molte generazioni, di molte tradizioni e culture, che nella sua terra hanno trovato accoglienza». Così non è un caso che la vicenda interessi un Paese come la Spagna, che storicamente nasce dalla fusione progressiva e non sempre lineare di una monarchia centralizzatrice (la corona di Castiglia) e di una di tipo confederale (la corona di Aragona), al cui interno si erano sviluppate le prime istituzioni catalane.

Spagna e Catalogna sono alle prese da secoli con la questione dell’articolazione delle identità, pur con risultati non sempre eclatanti, come l’espulsione degli ebrei nel 1492 e quella dei morisco (ultimi discendenti dei dominatori arabi) all’inizio del XVII secolo. In questa storia, con le sue luci e le sue ombre, e nelle identità che nel suo corso si sono forgiate, Spagna e Catalogna possono rintracciare gli strumenti per attraversare il conflitto che oggi le divide – l’una dall’altra e ciascuna al proprio interno –, per trasformarlo nel primo anello di un nuovo processo. Il loro successo sarà una lezione di grande importanza per molte altre società e istituzioni, non ultima l’Unione Europea.