Ricordo del Prof. Roberto Papini Presidente dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain

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Nelle prime ore del 12 gennaio 2018, nel giorno del suo 80° compleanno, è venuto a mancare improvvisamente all’affetto dei suoi cari e della intera comunità maritainiana mondiale, il Presidente dell’Istituto  Internazionale Jacques Maritain, professor Roberto Papini. 

Nato ad Ancona, laureato in Giurisprudenza all’Università di Macerata e in Relazioni internazionali all’Università di “Sciences Po” (Parigi), fonda insieme a un gruppo di intellettuali l’Istituto Internazionale Jacques Maritain a Gallarate (Varese) nell’aprile 1974, a un anno esatto dalla morte del filosofo francese. 

Segretario Generale dello stesso per 

40 anni (1974-2014), è stato docente di Scienza politica prima all’Università di Trieste e poi all’Università “Lumsa” di Roma. 

Nei 40 anni del suo Segretariato, il pensiero e l’opera del filosofo francese si è diffusa nei vari continenti, dall’Europa, al Nord America, all’America Latina, dove alcuni suoi volumi sono stati tradotti dalla Casa editrice “Club de Lectores” di Buenos Aires.

E’ stato Vicesegretario europeo della Democrazia cristiana giovanile negli anni ’60 a Parigi, tema approfondito da un volume sull’Internazionale Democristiana, poi tradotto in diverse lingue. 

Si è occupato di teoria della politica, dialogo interculturale e soprattutto delle tematiche legate ai diritti umani e al dialogo euro-mediterraneo. Di particolare rilievo è il testo che riprende la riflessione e gli scritti del filosofo francese tra le due guerre mondiali (“Scritti di guerra”, editore Studium).

Con impegno, perseveranza, amore e immense capacità lavorative si è dedicato all’Istituto e a Maritain, contribuendo a rendere attuale il pensiero del filosofo francese. Grazie al suo impegno per i giovani, per aver guardato al futuro delle nuove generazioni e al “Petit Cercle” Maritain, oggi l’Istituto continua la sua azione, anche grazie al contributo di giovani spiritualmente e culturalmente formati per le sfide del mondo contemporaneo.

Dopo la scomparsa di Piero Viotto, un’altra icona maritainiana che se ne va.

Nonostante i molti riconoscimenti pubblici, Papini non ha mai inseguito ruoli o responsabilità al di fuori della sfera d'impegno che aveva scelto di coltivare. Schivo, ma sempre informato; partecipe, ma con discrezione; buon oratore, ma non al punto di occupare a forza la scena: si è dimostrato più attento al disegno generale, in nome di un ideale accarezzato con equilibrio e costanza, che non al proprio obiettivo personale. Sapeva quanto fosse importante la politica e come risultasse decisivo l'apporto dei cristiani al suo corretto svolgimento. Ciò nondimeno, rimanendo in trincea come "intellettuale istituzionale", ha sempre evitato di trasferire la sua predisposizione all'analisi dei problemi della vita sociale nel campo specifico dell'attività di partito. Era convinto, in questo modo, di manifestare fedeltà a un altro canone politico, né superiore né inferiore, ma diverso.

Il seme che ha gettato sicuramente darà frutto.

 

In ricordo di Roberto Papini, vogliano riproporre un suo articolo apparsoil 13/04/2016 sul nostro giornale 

 

La scelta popolare di un terreno laico della politica consente un suo riposizionamento sul piano internazionale e quindi l’impegno per una Internazionale politica dei cattolici

 

Per lungo tempo lo scenario culturale dei cattolici europei era stato dominato da una risposta intransigente agli eventi del 1789, con la proposta di una società organica con gli elementi civili e religiosi fortemente integrati, espressione di un ordine assoluto, figura di “cristianità”. Alla fine dell’Ottocento, di fronte all’accentuarsi della questione sociale e alla stessa entrata in crisi degli ideali liberali e allo sviluppo del socialismo, Leone XIII aveva abbozzato un grande disegno rinnovatore in cui coesistevano assieme un ruolo pubblico della Chiesa ed una rinnovata presenza cattolica nel sociale. Conscio della fine di un’epoca – quella dell’assolutismo – e aiutato da una rilettura duttile della lezione tomista dello Stato, la Chiesa di Leone XIII iniziava un lento cammino che la porterà più tardi alla scelta per la democrazia, con i partiti di ispirazione cristiana nel secondo dopoguerra.

 

Ciò avviene già con Pio XII negli anni ’40 di fronte al pericolo mortale dei totalitarismi per la civiltà cristiana. I fondatori del Partito Popolare italiano, costituito subito dopo la fine del primo conflitto mondiale, erano già consci che il clima culturale di quegli anni, dominato da profondi rivolgimenti sociali e politici, dall’allargamento del suffragio, dalla crisi dei regimi liberali e dall’affermazione del socialismo e poi del fascismo, apriva nuovi terreni di sfida. Approfittando dell’apertura di Papa Benedetto XV, ritenevano giunto il momento della costituzione di un partito autonomo dei cattolici con caratteristiche proprie rispetto alla tradizione dei blocchi clerico moderati e quelle, fino ad allora prevalenti nell’esperienza europea, di partiti più o meno confessionali. A differenza della temperie culturale dell’epoca, distinguevano il piano laico del temporale da quello spirituale regolato dall’istituzione ecclesiastica e affermavano la aconfessionalità del partito, uscendo dalle sacche tradizionali della riforma della Chiesa e del suo ruolo nella società.

 

Nasceva così un partito moderno che aveva come referente principale non più l’istituzione ecclesiastica ma la società civile e lo Stato. Nello spettro dei partiti cattolici allora esistenti, le novità di questo nuovo modello di partito generano avversità ma anche simpatie. In altre parole, il Ppi “fa scuola”. Come scrive lo storico Jean Marie Mayeur: “E’ indispensabile insistere sull’influenza internazionale del Ppi durante la sua storia, pur breve. L’ideale popolare della volontà di fondare un partito di ispirazione democratico-cristiana non confessionale fece scuola in qualche modo. E’ sufficiente pensare al partito social popolare spagnolo, al partito democratico popolare in Francia, al partito popolare in Boemia” (Catholicisme social et democrazie chretienne, Paris, 1986). Si potrebbe anche aggiungere l’Unione democratica di Catalogna e il suo giornale “El Matì” al quale Sturzo collaborava regolarmente. La scelta “popolare” di un terreno laico della politica sul piano nazionale permetteva anche un suo posizionamento sul piano internazionale e quindi l’impegno per una Internazionale politica dei cattolici. Certo, non si trattava di un’operazione facile nel contesto di nazionalismi fortissimi e, soprattutto, di una Chiesa che considerava se stessa come la rappresentante naturale dei cattolici anche sul piano politico ed internazionale, sulla base dell’ecclesiologia dominante. Certo, si era già aperto un dibattito in molti Paesi sulla legittimità di una Internazionale cattolica distinta dalla Chiesa, ma non se ne erano tratte le necessarie conseguenze. Tale dibattito maturava nel contesto di una cultura cattolica, specie in Francia e in Germania, che cominciava a porre l’accento sulla distinzione tra temporale e spirituale grazie all’approfondimento della ricerca filosofica politica e sociale, dell’esegesi biblico-patristica, del diritto pubblico ecclesiastico, che venivano preparando una nuova auto comprensione, più spirituale e comunitaria della Chiesa stessa e del suo ruolo nella storia, processo che si formalizzerà però assai più tardi con il Concilio Vaticano II. Questa riflessione veniva progressivamente affrontando un nuovo rapporto tra cristianesimo e democrazia, la proposta di una “nuova cristianità” con caratteristiche proprie –principalmente l’accettazione del pluralismo – che si sarebbero più tardi espresse compiutamente in “Umanesimo integrale” di Jacques Maritain. Il più delle volte le Internazionali cattoliche (prima e durante il primo conflitto mondiale) venivano pensate soprattutto come organizzazioni vincolate alla Santa Sede e in grado di tutelare gli interessi specifici dei cattolici solo in particolari settori della vita nazionale ed internazionale, così la possibilità di creare un’Internazionale politica distinta dalla Chiesa veniva a toccare un terreno particolarmente sensibile.

 

Altri problemi erano sottesi a tale dibattito ed in particolare quello sul pluralismo e sulla stessa nozione di partito politico senza il cui chiarimento era difficile una Internazionale politica perché in una società organicamente cristiana non c’era spazio per un sistema di partiti competitivi. Il più delle volte si pensava ad una società composta da gruppi funzionali e società “naturali” che rappresentavano direttamente in sede politica gli interessi professionali e i partiti cattolici. Un partito cattolico non confessionale era ritenuto inconcepibile. Il Zentrum tedesco rappresentava in parte un’eccezione e ad esso guardava il Ppi. In questa prospettiva ancor più difficile era pensare ad una Internazionale confessionale pur formata da gruppi cattolici. La Chiesa stessa non era preparata ad accettare un’Internazionale politica che poteva quasi sembrarle una istituzione concorrente. E’ illuminante a questo proposito la risposta del cardinal Gasparri, Segretario di Stato della Santa Sede, ad Ernesto Bonaiuti che lo intervistava per il quotidiano “Il Messaggero” e che gli chiedeva un giudizio sul viaggio in Germania di una delegazione del Ppi guidata dallo stesso Sturzo nel 1921 per stabilire i contatti con il Zentrum e il Partito Popolare Bavarese (ma che oltre la Germania avrebbe dovuto toccare anche gruppi cattolici in Ungheria e in Austria dove però all’ultimo non fu possibile andare) al fine di costituire un’Internazionale popolare-bianca. Rispose Gasparri: “Il cattolicesimo è una Internazionale bianca che possiede i suoi adeguati ordini di discipline e di controlli. A che pro procurarle un duplicato di problematica efficienza, foriero di immancabile confusione?” (Pietro Scoppola, “La Chiesa e il fascismo”, Bari, 1971).

 

La domanda al cardinale veniva così introdotta: “colsi la palla al balzo e lanciai un’allusione all’argomento del giorno: l’Internazionale bianca. Sua Eminenza mi interruppe sulle labbra la frase: no. Noi non abbiamo aspettato gli ultimi, piuttosto incauti pronunciamenti del segretario politico del Partito Popolare nel campo rischiosissimo delle contese internazionali per fare intendere, con la prudenza che il caso richiedeva, come le autorità ufficiali dell’organismo cattolico, dalle più alte alle più modeste, dovevano gelosamente scindere le responsabilità e le sorti della società religiosa, a cui presiedono da quelle ambigue e precarie di un movimento cattolico che ostenta la sua aconfessionalità. Adesso osservai – dopo il viaggio di don Sturzo in quel di Berlino e in quel di Monaco – pioveranno richieste di istruzioni anche dagli episcopati di oltre confine…un bel guaio si profila all’orizzonte”. Naturalmente questa riserva della Chiesa cattolica contribuirà a creare una zona d’ombra e uno stato di insicurezza attorno e all’interno dell’Internazionale del cattolicesimo politico (Sipdic), ciò che le sarà fatale negli anni ’30 quando i totalitarismi invaderanno la scena europea. Coloro che potrebbero essere definiti come i maggiori promotori dell’Internazionale bianca, fin dall’inizio perseguono lo scopo di una reale Internazionale politica. Già nel primo congresso del Partito Popolare italiano, il 14 gennaio 1919 a Bologna, viene formulata una mozione finale in cui si esprime il voto di realizzare un collegamento tra i partiti cattolici. Nel dicembre dello stesso anno, il consiglio nazionale approva “l’opera che la direzione ha iniziato per un’intesa tra i partiti popolari cristiani degli altri Paesi, auspicando che tale interesse possa efficacemente integrare e rafforzare l’accordo tra le organizzazioni sindacali cristiane”. A questo fine sono stabiliti diversi contatti ma in seguito, non essendo ancora matura la situazione, si ripiegò su un’intesa dei gruppi popolari interparlamentari con lo scopo più limitato di coordinare l’azione dei gruppi parlamentari dei diversi Paesi. Il primo viaggio di Sturzo non è diretto verso la Francia, che pure era stata la culla della democrazia cristiana ma che fino al 1924 non avrà un vero partito democratico cristiano, ma verso la Germania dove il Zentrum costituiva il partito cattolico più importante in Europa. Inoltre Sturzo vedeva anche la necessità di stabilire contatti con la Germania pericolosamente isolata dopo il trattato di Versailles. In diverse interviste a giornali tedeschi, egli spiega lo scopo del viaggio. In quella del 22 settembre 1921, rilanciata al “Kolnische Zeitung” dal titolo significativo: “un partito Popolare internazionale” Sturzo afferma la necessità di giungere ad un Ufficio internazionale interparlamentare, ma non lascia cadere l’idea di una Internazionale politica. Riguardo al trattato di Versailles, subito dopo dichiara che il Ppi “ha sempre sottolineato ed affermato la sua opposizione allo spirito del trattato di Versailles” e che l’Italia si trova in una situazione di intermediario tra vincitori e vinti.

 

La sensibilità politica di Sturzo lo porta l’anno successivo ad un viaggio a Parigi dove pure presentò il suo progetto di Internazionale politica alla Camera e alla stampa, anche perché il suo viaggio in Germania era stato criticato da più parti come l’inizio di un’intesa italo-tedesca a scapito della Francia. Durante la Conferenza intergovernativa di Genova, sulle questioni economiche europee, tenutasi dal 10 al 19 maggio, cui parteciparono i maggiori leader politici europei, Sturzo ebbe modo di ribadire la volontà del Ppi di giungere ad una Internazionale popolare. Nel corso di una conferenza stampa nella redazione de “il cittadino” presenti inviati dei diversi giornali cattolici europei, Sturzo affermò la volontà di costituire “un’Internazionale politica la quale abbia come base i principi cristiani sociali, abbia come mira la valutazione dei problemi morali e dei problemi sociali nel campo delle varie nazioni e rilevi tutto il valore di un’economia basata sui principi di giustizia e di carità” (don Sturzo a Genova, “Il Popolo nuovo”, 14 maggio 1922). Negli anni 1921 e 1922, nonostante diversi contatti tra i vari partiti, non si ottennero progressi perché la polarizzazione tra vincitori e vinti era ancora troppo forte: i francesi e i belgi in particolare non erano disponibili ad accordi con i tedeschi. Nel 1924 Sturzo è costretto all’esilio e dedicherà ogni sforzo alla realizzazione del suo progetto. Nello stesso anno si costituisce in Francia una formazione politica democratica di ispirazione cristiana, il Partito democratico Popolare che lo accetta pienamente. D’intesa con Sturzo il Pdp manda un invito a tutti i partiti cristiani ad incontrarsi a Parigi il 12-13 dicembre per discutere la costituzione di una intesa (o Unione) interparlamentare o un Ufficio centrale di informazione. Sono presenti all’incontro i rappresentanti dei partiti di Francia, Italia, Belgio, Germania e Polonia. Molti altri mandano la loro adesione. I partiti adottano alla fine una soluzione minimalista, la costituzione di un Segretariato Internazionale dei partiti democratici di ispirazione cristiana (Sipdic) che risiederà a Parigi con lo scopo di preparare un’intesa permanente tra i partiti e i gruppi parlamentari cristiani, che però non vedrà mai la luce. La maggioranza di questi partiti è nata da una cultura del rifiuto delle istituzioni liberali e non ha sviluppato un vero progetto politico.

 

Ad essi è sottesa una teologia articolata in modo diverso (tra spiritualismo e tomismo e soprattutto con ecclesiologie non sempre coincidenti) ciò che contribuisce a concezioni diverse della politica ed anche a modi diversi di valutare i fascismi. Se si vuole arrivare ad una sintesi, sia pur limitata, si può dire che la maggioranza dei partiti che aderiscono al Sipdic sono abbastanza diversi dal Ppi, sono confessionali e cattolici (non vi sono protestanti) conservatori popolari (nel senso di volks), nazional-legittimisti, corporativi, non sempre veramente interessati alla questione democratica. Da qui le difficoltà del Sipdic che Gabriele De Rosa riassume così: “il mio giudizio (sui partiti aderenti al Sipdic) è piuttosto problematico: non era questione di cristianesimo o meno, in buona fede molti sceglievano la via dei pericolosi compromessi con il totalitarismo perché mancavano di convinzione democratica e fra di loro c’era anche troppa diffidenza verso quella democrazia che esigeva per vivere la razionalità politica e l’adesione al metodo della libertà. In breve vivevano ed operavano nel mondo moderno, ma con sospetto, forse per il permanere di un insegnamento ecclesiastico o di una dottrina cristiana fuori tempo. Essere sempre per il moderatismo, e illudersi che lì fosse la garanzia della sopravvivenza, fu un tragico errore: condurre il Segretariato internazionale a digerire non solo Dolfuss ma anche Von Papen, il che fu veramente troppo” (Gabriele De Rosa, prefazione a “Il coraggio della democrazia” Edizioni Studium, Roma, 1995). Quali furono gli obiettivi del Sipdic? Sturzo li riassume così in un articolo del giornale “People and Freedom” del 15 aprile 1941 scritto durante il suo esilio londinese: “una comunicazione permanente per un più efficace coordinamento in seno alla Società delle nazioni e alla Organizzazione internazionale del lavoro per un’azione sociale dei lavoratori più efficace e soprattutto un fronte comune contro il fascismo e per la pace” per la difficile intesa franco-tedesca non fu facile andare oltre le pure consultazioni. Anche il Cancelliere tedesco dott. Marx del partito Zentrum, rispondendo ad un’intervista della rivista “Slovenets” del partito popolare sloveno il 29 febbraio 1927 afferma: “le riunioni del Sipdic possono essere fonte di un lavoro fecondo. Si stabiliscono contatti personali tra i capi dei partiti di grande interesse. Possono essere scambiate esperienze, in particolare sulle difficoltà economiche e sociali che stanno pesando su tutti i popoli dell’Europa e che esigono incontri frequenti sui rimedi da adottare. Aiutare coloro che soffrono e lavorare con tutte le forze alla ricostruzione dell’Europa”. Più tardi lo stesso Sturzo aggiungeva tra gli scopi “la valutazione esatta dei problemi dei singoli Paesi, lo studio delle questioni internazionali e la formazione di una dottrina politica rispondente all’ideale della democrazia e ai principi cristiani”. Purtroppo le difficoltà erano nelle cose, tutti desideravano impegnarsi per un ordine di pace dopo la fine di una terribile guerra ma le tensioni franco-tedesche permanevano: i polacchi, gli ungheresi ed i cecoslovacchi erano preoccupati della politica estera della Germania e delusi per la mancata soluzione del problema delle frontiere orientali da parte del trattato di Locarno. La maggioranza era interessata soprattutto allo studio dei temi tradizionali sociali cristiani con il primato del sociale sul politico. Il gruppo che seguiva Sturzo, il vero animatore del Segretariato nei primi anni della sua esistenza, variabile anche se quello francese era spesso con lui, riteneva compito principale delle forze cattoliche l’opposizione al fascismo e una maggiore valorizzazione della SDN. Inoltre riteneva un’intesa franco-tedesca con l’assenso della Gran Bretagna il problema cruciale della costruzione politica della nuova Europa. L’idea di una nuova Europa è infatti uno dei temi centrali del progetto di Sturzo che  desidera realizzare attraverso un’unità delle forze politiche cattoliche coordinate da una vera Internazionale politica.

 

Vedeva gli Stati Uniti d’Europa non come una “utopia” ma come un “ideale a lunga scadenza”. Con grande lucidità però affermava: “non potrà cercarsi una fondazione europea sul puro terreno economico, occorre che sia anche e contemporaneamente sul campo politico e su quello economico”. Da quanto espresso, è chiara la difficoltà del Sipdic a esprimere posizioni unitarie ed era significativo che i suoi Congressi terminassero spesso senza risoluzioni comuni. All’interno del Segretariato mancavano infatti riferimenti storici e culture politiche comuni. Minato da forti nazionalismi, non si era affermata una forza egemone che guidasse l’Internazionale nei momenti più critici. La matrice storica di questi partiti può spiegare la difficoltà di concepire un’azione comune e la sostanziale timidezza nei loro atteggiamenti internazionalistici, in particolare nelle prese di posizione di fronte ai fascismi. L’insegnamento sociale dei Papi, a partire dalla “Rerum Novarum”, li portava ad agire prevalentemente nel sociale. I Papi avevano indicato, quando lo avevano fatto, assai timidamente la via democratica, insistendo soprattutto sulla promozione dei diritti sociali. La stessa scuola sociale cristiana si era divisa nei confronti dei regimi democratici, alcuni ritenendoli essenziali all’ordine nuovo da instaurare, altri attestandosi su posizioni socialmente anche progressive, ma politicamente autoritarie. Nelle diverse forze politiche cristiane, le correnti democratiche non costituivano la maggioranza e quando insistevano sull’autonomia della politica finivano con l’avere problemi anche con le gerarchie ecclesiastiche dei propri Paesi. Inoltre nel mondo cattolico, fortemente nazionalista, ogni “utopia” internazionalista non era guardata con favore, facilmente si faceva riferimento all’Internazionalismo socialista. Così i partiti aderenti al Sipdic, nella loro maggioranza, non aspirava e addirittura temeva le conseguenze derivanti dall’appartenenza ad una Internazionale politica. Da qui l’indeterminatezza politica del Segretariato che si rifletteva all’esterno con l’assenza di un’immagine forte. Sarà la seconda guerra mondiale, la resistenza condotta assieme ad altre forze politiche spesso antagoniste e l’esilio (a Londra o a New York) a far maturare una coscienza della laicità dell’azione politica di questi partiti. I partiti costituitisi nel secondo dopoguerra saranno di ispirazione cristiana ma non più confessionale (tranne quelli olandesi, essendo cattolici e protestanti allora divisi). Dalla guerra e dalla resistenza si accentuerà il rifiuto dei totalitarismi e lo spirito di collaborazione specialmente con le altre forze politiche e popolari. Con l’esilio in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, nascerà l’esperienza della democrazia inglese e americana. Nonostante Pio XII abbia parlato nel 1944 della necessità di una Democrazia Cristiana – idea ripresa anche dal Presidente Roosevelt e dall’episcopato statunitense – si svilupparono tendenze verso un laburismo cristiano o addirittura senza alcun riferimento alla “c” di cristiano come il Movimento repubblicano popolare francese che si propose di accogliere anche i non credenti, ebrei e musulmani. L’incrocio con il movimento personalista in molti Paesi offrirà ai democratici cristiani le basi filosofiche di una concezione della società fortemente centrata sulla persona e sul relativo superamento della sovranità statuale. La cultura politica di questi partiti subisce già una svolta con la guerra civile spagnola. Se molti parteggiano per Franco, che dichiara di combattere una “crociata” contro i rossi, altri, spesso i più democratici, comprendono che è difficile prendere partito per l’uno o per l’altro campo e molti si impegnano ad aiutare i fuggiaschi, soprattutto i baschi cattolici e i democratici cristiani catalani. Maritain, assieme ad altri intellettuali francesi, fonda il “comitato per la pace civile e religiosa in Spagna” anche con il compito di tentare una mediazione tra le parti in causa e Sturzo ne animerà la sezione inglese. Il rapporto tra Sturzo e Maritain, due figure intellettuali di grande rilievo, è estremamente interessante da seguire. Fino ad Umanesimo integrale, Sturzo considera Maritain quasi un integralista, progressivamente si riconosce però nei suoi ampi orizzonti. Maritain ha una grande stima del sacerdote siciliano fin dall’inizio della loro conoscenza, ma le due figure si situano su piani diversi: Sturzo è anzitutto un politico, Maritain un filosofo. Sturzo si concepisce all’interno di una prassi politica, Maritain ritiene che non c’è possibilità di una pratica politica senza un’ispirazione etica e una filosofia politica. Inoltre Sturzo non concepisce una democrazia liberale senza l’apporto dei partiti mentre Maritain sottolinea soprattutto il ruolo delle elites intellettuali, operaie e contadine. Negli anni dell’esilio, quando devono firmare alcuni manifesti politici, la loro concezione della democrazia trova il modo di mostrare le differenze. Maritain rivolge un bellissimo omaggio a Sturzo che visita nel suo piccolo appartamento di Brooklyn. La maturazione della laicità della politica, specialmente in alcune delle formazioni democratico cristiane del dopoguerra, comporterà difficoltà nell’intendersi per una nuova Internazionale politica dopo la guerra. Alle riunioni di Lucerna e di Chaudfontaine in Belgio nel 1947, sarà costituita l’organizzazione “Les nouvelles equipes internationales” (Nei) che non hanno nel titolo un riferimento politico preciso. Si tratta di un compromesso tra forze politiche ancora legate alla Chiesa e altre come il partito francese e quello belga che hanno preso il largo.

 

Inoltre le Nei non saranno costituite da partiti politici ma solo da sezioni o da individui. Anche se la coesistenza tra le diverse formazioni non sarà sempre facile, l’eredità, i rapporti personali stabilitisi durante gli anni del Sipdic e poi della guerra, come pure alcune finalità primarie comuni a tutti, in particolare l’integrazione europea, faciliteranno lo sviluppo di un senso di appartenenza politica comune. Come scrive lo storico Philippe Chenaux: “così potè venire alla luce un’Europa ‘vaticana’”. Nel 1965 questi legami tra i partiti si esprimeranno anche nel nuovo titolo dell’organizzazione “l’Unione Europea democratico cristiana”. Ciò che spinse ad una maggiore unità il movimento democratico cristiano sarà la costituzione dell’Ucdec nel luglio del 1950 a New York, costituita dagli esiliati dei Paesi ormai sotto la dominazione comunista. Essi portarono lo spirito del comune nemico, il comunismo e il suo agire internazionale che non poteva avere che una stessa risposta a livello unitario ed internazionale. Un altro fattore che svilupperà il senso internazionalista dei democratici cristiani sarà la costituzione nel 1947 dell’Odca (Organizzazione democratico cristiana d’America) che si considera “un movimento sovranazionale con basi e denominazioni comuni” e che si propone nel primo incontro di Montevideo (Uruguay) di divenire un partito sovranazionale, proposito che sarà abbandonato due anni dopo quando si stese lo statuto dell’Odca. Nel luglio del 1961, le tre organizzazioni (Nei, Ucdec, Odca) costituirono a Santiago del Cile l’Unione mondiale democristiana e il primo presidente sarà un venezuelano, Rafael Caldera. Ciò non significa la nascita di un sistema partitico transnazionale ma certamente di un movimento che, pur conservando radici profonde con i propri contesti locali, li supera con una visione internazionalista.