RIFARE L’ULIVO? IDEA SUGGESTIVA, MA DOBBIAMO USARE STRUMENTI NUOVI PER OBIETTIVI NUOVI

Autore/i: 
 
 
Dall'editoriale di Lucio Brunelli su "Il Regno" e dal commento di Cristian Coriolano, apparso ieri qui, su "Il Domani d'Italia", possono derivare utili riflessioni.
In primis quelle sul rinvio all'Ulivo. Buona suggestione, ma da maneggiare con cura.
 
Talvolta ci accade di pensare agli assetti della politica come i bambini pensano al cibo, mentre mescolano nelle padelle giocattolo un po' di sassi, un po' d'erba, qualche pizzico di terra e...oplà!
 
Non è che prendi il PD, lo unisci ad Articolo Uno con un pizzico di Pisapia, lo mescoli con qualche liberale sparso ed ecco servita una bella riedizione dell'Ulivo.
Non funziona così. Neppure se ci aggiungi una spruzzatina di Alfano in salsa di Sicilia (dove pure ritengo più che necessario ricercare la via di una vasta convergenza, utile anche in senso nazionale).
 
L'Ulivo - nonostante limiti e fragilità che ben ricordiamo - non era una semplice sommatoria di sigle: ha segnato un'epoca nella politica italiana poiché ha saputo dare risposta a tre domande fondamentali.
 
Primo: ha corrisposto alla richiesta di un orizzonte a cui guardare; un progetto degno di farsi impegno comune. Non era solo "resistere a Berlusconi": era rileggere i valori democratici e sociali in precedenza testimoniati dai grandi partiti del centro e della sinistra e ripensarli come proposta per un'Italia più europea. Questo è forse il punto più importante: l'idea guida da indicare alla comunità.
L'esatto opposto di ciò che avviene quando la politica rincorre e non "cammina assieme" al popolo su un sentiero magari in salita, ma che tutti confidano porti ad una meta che vale la pena perseguire.
 
Secondo: l'Ulivo ha rappresentato un'esperienza a metà strada tra il partito e la coalizione elettorale. Meno del primo e più della seconda. Ciò ha consentito di mantenere un chiaro pluralismo delle culture politiche, evidenziando nel contempo un vincolo, non solo opportunistico, attorno al comune progetto di governo.
 
Terzo: l'Ulivo non era solo un insieme di partiti. Ha ha valorizzato anche movimenti, soggetti locali, aggregazioni civili e sociali, singole persone esterne ai partiti, ma non estranee all'idea della politica e di un progetto collettivo.
 
E' finita come sappiamo: con la dissoluzione della maggioranza parlamentare che sosteneva Prodi e con la scelta successiva di passare dall'Ulivo al partito unico tramite la nascita del PD.
 
A prescindere da come si giudichi l'evoluzione dell'Ulivo, resta il fatto che quell'esperienza è stata importante ed è giusto riferirvisi. Ma - appunto - non si può pensare di riproporla semplicemente mescolando ingredienti a freddo, senza una ricetta e senza un riscontro alle esigenze di oggi. Dovremmo piuttosto discutere su come reinterpretare i tre punti di cui sopra nel contesto radicalmente mutato di questa fase storica.
 
C'è bisogno, in primo luogo, di una nuova idea unificante, quindi di una nuova meta. Lo sforzo di una narrazione di questo genere c'è stato negli ultimi anni. È stato in parte quello del risanamento finanziario, della "rottamazione" e delle "Riforme".
Narrazioni poco inclusive e poco socialmente "calde", ma per qualche tempo efficaci. In qualche caso (forse in tutti tre) necessarie per il bene del Paese.
 
Ora però serve altro. Non mi riferisco tanto a "nuove parole chiave", quanto a nuove idee per ricostruire il Paese e l'Europa, sulle quali riallacciare un rapporto solidale con una larga parte della comunità; possibilmente con la cifra della sincerità, della misura e della sobrietà.
 
C'è bisogno, in secondo luogo, di un pluralismo che sappia farsi unità e di una unità che sappia evitare l'omologazione. La riduzione ad uno non funziona.
Di più. Si sente oggi la mancanza del supporto di culture politiche vive e rinnovate, per cucire assieme pezzi di rappresentanza altrimenti disorganici; dare un"senso" alle cose che si fanno e si dicono; stabilire una giusta gerarchia tra i problemi, le aspettative, le attenzioni.
 
E' vero: oggi, mediamente, le persone difficilmente si aggregano attorno a istanze politiche solo identitarie, come è stato invece in epoche passate.
Tuttavia ogni giorno vediamo che la semplice aggregazione attorno a interessi contingenti, individuali e collettivi, risulta effimera e - alla lunga - erode il senso stesso del bene comune, della democrazia e della politica.
 
C'è bisogno, in terzo luogo, di infrastrutture politiche capaci di motivare e valorizzare una larga parte della società, che oggi si sente fuori dai partiti nazionali o vi partecipa tutt'al più sotto forma di occasionale tifoseria: basti valutare le difficoltà dell'istituto delle primarie nella sua versione italica. L'esigenza di costruire una nuova "forma partito", intesa come sforzo per venire incontro, più compiutamente, all'obiettivo costituzionale della partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, diventa sempre più impellente.
 
La mia opinione è che serve procedere con realismo e senza scorciatoie al ribasso.
 
Le soluzioni a regime - per tutti, anche per i popolari di ispirazione cristiana - verranno con i tempi che sempre si richiedono ai processi culturali e sociali. Le fasi storiche di transizione debbono compiutamente evolvere. Ill popolarismo, oltretutto, non è mai stata una costruzione ideologica - che, come si distrugge, si può ricostruire dall'alto, magari prendendo ad ostaggio il riferimento al PPE - ma una cultura che sgorga dalla comunità, dalla costituzione materiale del Paese, dai corpi intermedi di una società che oggi è attraversata da cambiamenti radicali e da inquietudini inedite. Le quali spiazzano tutto e tutti. Esso va dunque ricostruito nella comunità prima che nella dinamica politica.
 
Ma le fasi della politica non si possono semplicemente "saltare".
 
La soluzione intermedia che mi pare più ragionevole, nel breve periodo, è quella di un "cantiere" condiviso tra tutte le forze politiche, nazionali e territoriali, le risorse sociali e civili, le aggregazioni civiche, le singole persone che sono disponibili a contrarre e sostenere un patto per cinque anni di Governo aperto, europeista, solidale, democratico, dinamico.
Se la legge elettorale, come ritengo, non cambierà nella sua struttura, ciò significa che alla Camera queste forze/movimenti/persone sarebbe ragionevole che si potessero riconoscere in una lista "coalizionale", puntando al quaranta per cento - o comunque nelle vicinanze - ed evitando che a tale soglia arrivino invece i grillini oppure il centro destra che abilmente il Presidente Berlusconi sta organizzando.
 
Non è facile, ma a certe condizioni, non impossibile.
Al Senato, in base alle regole elettorali, le soluzioni potranno ovviamente essere diverse, benché non incoerenti.
 
Per questo, il PD ha però la grande responsabilità di aprire il Cantiere, rivolgendosi non alle singole "personalità" che possono dare "lustro" alla "propria" lista o incrementando  il triste e patetico fenomeno della transumanza parlamentare in fine legislatura, ma proponendo un percorso comune a tutte le componenti politiche, civiche, sociali e culturali che assieme al PD - di cui nessuno disconosce oggi il ruolo, pur non aderendovi - siano disponibili a sostenere un progetto serio per il Paese e per l'Europa.
 
Occorre che questo progetto venga fuori, sapendo che può uscire solo dal confronto vivo e aperto. E occorre che il PD rispetti l'autonomia di tutti questi soggetti, ne consideri la peculiarità; non ne pretenda l'assoggettamento, ma piuttosto - questo si - la coerente lealtà per tutta la legislatura.
 
Il resto - la nuova architettura della rappresentanza politica, la nuova forma dei partiti, una presenza più feconda e visibile del cattolicesimo democratico e sociale, come auspicato anche recentemente, non nelle formule ma nella sostanza, dal Cardinale Bassetti - il resto, dicevo,  verrà, se ne saremo capaci e se così risulterà utile per la comunità, attraverso i percorsi spesso poco scrutabili della costruzione politica e dei movimenti della società.
Ci possono essere certo altre soluzioni, nel breve/medio periodo. E bisognerà adottarle nel caso questa ipotesi non si realizzi.
 
Non avendo però, almeno allo stato, adeguata forza strategica e sufficiente alimentazione politica e organizzativa, rischierebbero forse anche di compromettere il futuro e di non assicurare un contributo importante alla tenuta del sistema democratico in un passaggio non banale quale quello che si profila nei prossimi mesi.
 
 
Lorenzo Dellai
Capogruppo alla Camera di “Democrazia Solidale - Centro Democratico”