RIFIUTI E DEGRADO AMBIENTALE: LA ROMA DELL’OTTOCENTO E QUELLA DEL TERZO MILLENNIO. ANALOGIE E SIMILITUDINI

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Roma è stata ed è, fondamentalmente, una città sporca. Lo era tanto tempo fa e lo è oggi, con alcune differenze e qualche analogia. Proviamo a fare dei raffronti.

Intorno al 1860, durante il periodo dell’unificazione, non c’erano le spazzatrici, tanto meno i camion svuota-cassonetti e la raccolta differenziata. Le vie e le viuzze di Roma – ovviamente si parla dell’allora centro storico compreso entro le mura aureliane – erano talmente sporche e maleodoranti che in primavera e in estate, chi poteva (in primo luogo i nobili capitolini) fuggiva ai castelli per respirare aria pulita e sottrarsi a quel clima malsano che anche i medici ottocenteschi sconsigliavano vivamente. Nell’attualità, malgrado si possa disporre di macchine in grado di sostituire il lavoro manuale degli operatori e le vie siano asfaltate, Roma si presenta più o meno come allora, facendo le dovute distinzioni temporali e materiali. Ma è analogamente sporca, con siti e parchi lasciati all’incuria e colmi di spazzatura. Si aggiungano traffico, smog  e strade in dissesto.

Certamente, un secolo e mezzo fa i collegamenti erano sterrati, solo una piccola percentuale di abitanti possedeva un bagno e non c’era possibilità di trattare i rifiuti, ma la sporcizia era del tutto naturale, e poteva riferirsi agli escrementi dei cavalli, delle mucche e delle pecore che pascolavano in città (si pensi che quartieri come Appio, San Giovanni e Santa Croce in Gerusalemme erano in aperta campagna), alla mancanza di latrine o agli avanzi di cibo avariato. E di inverno, quando pioveva, tutto si trasformava in uno strato melmoso e fangoso che emanava effluvi non proprio piacevoli. Capitava, quotidianamente, di percepire l’odore delle mense ecclesiastiche e allo stesso tempo quello dell’incenso delle sacrestie, componendo un miscuglio aleggiante strano ed eterogeneo. Oggi, tuttavia, ai cumuli di umido avariato e di indifferenziata presenti in ogni angolo di città, si aggiungono rifiuti chimici, industriali ed elettrici del tutto inquinanti che allora erano materia sconosciuta.

Nel corso di questo  A. D. 2018, ovviamente con tipologie e situazioni logistico-ambientali distinte, i rifiuti di Roma si presentano più solidi e forse meno odorosi, ma assolutamente più nocivi in quanto a contaminazione atmosferica. Poco prima dell’Unità d’Italia, il turista e scrittore statunitense Nathaniel Hawtorne – l’autore de “La Lettera scarlatta” –  raccontava, a margine di un suo soggiorno romano, che “sembrava ci fosse un incantesimo dovuto alla sporcizia dei luoghi abitati una volta dai padroni del mondo, o che sono diventati famosi nel corso della loro storia; una maledizione ereditaria e inalienabile che spinge i loro successori a gettare sporcizia e profanazione su tutti i templi, colonne, palazzi in rovina o archi di trionfo e su tutti i monumenti che gli antichi romani edificarono […]. Cosicché, Cesare, salendo verso il Campidoglio, forse doveva percorrere strade più anguste e sporche di quelle della Roma moderna…”.

Anche in questo terzo millennio, dunque, la tradizione sembra essere stata rispettata. Oggi pare che non vi sia sindaco, a qualsiasi corrente politica appartenga, che riesca a tenere strade, piazze e parchi puliti. Al contrario di città con almeno il triplo o il quadruplo di abitanti (Parigi ne ha 12 milioni, Mosca 16 e Londra 10) che rispetto a Roma, riescono pur ad essere tenute più lustre ed accoglienti per il turista che vi soggiorna.