ROMA, 16 MARZO 1978, ORE 8.55 : MORO RAPITO, E MIA MADRE VENNE DI CORSA A PRENDERMI A SCUOLA

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Ricordo come se fosse ieri. Per uno scolaretto delle elementari sembrava una giornata come le altre, ma il tempo di entrare in classe e capii (capimmo) che non era così. Ricordo che nei corridoi di scuola, la Nuova Europa del plesso Maria Montessori di Viale Adriatico, c’era agitazione, mentre le maestre chiacchieravano tra loro con frenesia e un’aria molto preoccupata. Le lezioni non iniziarono.
 
Non fummo avvisati – erano circa le 09.00 di giovedì 16 marzo 1978 – di ciò che stava succedendo, anche perché credo che avremmo avuto qualche difficoltà a comprendere la complessità e l’immediatezza degli avvenimenti in corso. Non potevamo metabolizzare certo, noi alunni di 5° elementare, i termini, i modi e i motivi per i quali il Parlamento era in procinto di approvare alcuni provvedimenti che indussero le frange estreme del brigatismo rosso a compiere un atto tanto sanguinoso quanto folle. E soprattutto, un gesto senza precedenti per la storia della giovane Repubblica. Tuttavia, anche un bambino percepisce un certo tipo di tensione; quella tensione e quella drammaticità che si ripercuotono in modo brusco sulla popolazione intera. Io, proveniente da una famiglia profondamente di sinistra, politicamente attiva, (io, che oggi di sinistra non posso definirmi), capii la gravità di quei momenti leggendoli sul volto delle persone che avevo intorno.
 
Mia madre irruppe in classe, visibilmente scossa, pochi minuti dopo il massacro di Via Mario Fani; mi prese e mi disse che saremmo dovuti andare immediatamente a casa perché erano state uccise delle persone, avevano rapito un uomo politico molto importante come Aldo Moro e si temeva un Golpe. Mi spiegò cos’era : un attentato armato contro le istituzioni democratiche costituite. Ricordo bene, inoltre, che entro pochi minuti le strade di Roma divennero deserte; lo erano perché molti negozi – come ovviamente le scuole – chiusero, così come tutti noi, più piccoli, venimmo portati a casa. Ci hanno raccontato che gli studenti più grandi, invece, come i liceali e gli universitari, diedero luogo ad assemblee e riunioni spontanee. Qualcun’altro, tipo i liberi professionisti, continuò il suo lavoro, altri lo interruppero, come i dipendenti pubblici. Le radio e le Tv – a quei tempi c’era solo la Rai e poche altre emittenti private locali – erano colte da un senso di frenesia che sembrava rincorrere in successione le notizie che si stavano accavallando. Si trattava della volontà, non essendoci ancora internet, di aggiornare l’opinione pubblica in tempo reale circa la evoluzione di quei tragici avvenimenti. 
 
Mio padre, per quel giorno, mi aveva fatto un regalo molto carino: aveva ottenuto due ingressi per la proiezione del film “Il profeta del gol”, che avrebbe dovuto tenersi non ricordo presso quale cinema di Roma. Dovevano esserci, in sala, per l’introduzione, Sandro Ciotti, credo Giorgio Martino e mi sembra Gianfranco De Laurentiis, dei bravi giornalisti. Interprete : Johan Cruijff. Ovviamente l’incontro non ebbe luogo. Le strade di Roma continuarono ad essere vuote, i cittadini pervasi da un senso di inquietudine diffuso e da una preoccupazione che stava via via coinvolgendo tutta la nazione (noi ragazzini compresi), la quale, evidentemente, dati gli sviluppi, si stava preparando a nuovi e dolorosi eventi.