SE I “FALCHI” RISCHIANO DI COMPROMETTERE I GIA’ FRAGILI EQUILIBRI INTERNAZIONALI

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La antica questione di Gerusalemme, terra della Resurrezione di Gesù ma proclamata “capitale eterna e indivisibile di Israele” o, secondo i punti di vista, indiscutibilmente araba a prescindere dalle decisioni geopolitiche prese, ha rischiato di inquinare addirittura il Giro d’Italia 2018, il quale, come è noto, partirà il prossimo 4 maggio dalla Città Santa. Così, il nostro vecchio e amato Giro si è trasformato in una allegoria della quale avremmo volentieri fatto a meno per parlare solo di sport. A seguito dei capricci di Tel Aviv sulla specifica denominazione semantica e frasale della prima tappa, i fedeli dirimpettai del governo italiano non hanno avuto dubbi: il patrocinio è israeliano, e Gerusalemme, tempio delle tre religioni monoteiste, è nel merito giurisdizione esclusiva dello stato ebraico.

A noi risulta che sia anche capitale universale del Cristianesimo e dell’Islam, per ragioni diverse. Tuttavia, Gentiloni sembra essersene scordato.

E la Casa Bianca? Benché “distratta” dalla pericolosa controversia diplomatica con i nordcoreani, dà la sensazione soffiare anche sul fuoco dello scenario mediorientale. L’annuncio di spostare l’ambasciata americana nella stessa Gerusalemme contro il parere delle popolazioni arabe (che Trump è riuscito nell’impresa di ricompattare) ed il continuo invio di mezzi militari ai confini della Corea del Nord (sono delle ultime ore le notizie della spedizione di alcuni caccia altamente tecnologici non rilevabili dai radar e di una sontuosa esercitazione militare in loco) fanno parte di un’escalation che sta preoccupando seriamente la comunità internazionale. E sembra ogni giorno più lontana un’iniziativa – fosse questa promossa da Pyongyang, Washington o Tel Aviv – che ponga un freno alla tensione crescente alimentata dalle politiche estremiste di chi dovrebbe svolgere un ruolo di mediazione, come la storia gli ha assegnato.
 
Sino a poche ore fa erano ovviamente i rapporti tra Trump e Kim a suscitare maggior inquietudine; in relazione a ciò, lascia perplessi il fatto che gli americani, dato il livello di attrito raggiunto con i nordcoreani, anziché dare un segno per stemperare (almeno) la annosa questione mediorientale, abbiano teso a esacerbare i toni anche in Terra Santa mandando in fumo la pur criticabile politica cerchiobottista e conciliatrice di Barack Obama. Prendendo delle decisioni che avrebbero potuto (dovuto) quanto meno essere rimandate. Come è ampiamente dimostrato, infatti, e nel merito Palazzo Chigi in passato si è ben guardata dal prendere posizioni legittimamente autonome (al contrario della Merkel e di Macron), Trump continua ad infuriare – cosa senza precedenti per un Presidente Usa – con i suoi tweet allarmando l’intera collettività facendo presagire ad un ulteriore aggravamento dei rapporti e al fallimento dei negoziati.
 
A margine del terrorismo di Kim, che fa della capacità nucleare il suo cavallo di battaglia, il presidente americano non solo si fa travolgere da suddetta (drammatica) escalation, ma persevera al punto di far pensare a dei colossali bluff oppure a far seriamente riflettere sul suo stato psichico. E rispetto a situazioni di enorme minaccia come quella nordcoreana e quella mediorientale, la Casa Bianca, oltre ad accarezzare l’idea di uno scontro frontale o l’accettazione di una crisi planetaria, “taglia fuori” altresì gli Usa dagli accordi Onu sul Global Compact on Migration fondati sulla cooperazione internazionale circa le politiche sui rifugiati. Creando un danno all’intera comunità (compresi i suoi alleati storici). Sembrerebbe una questione di politica interna, ma non lo è affatto. 
 
Il premier israeliano Netanyahu altro non aspettava se non ritrovare, come la tradizione vuole, un alleato disposto ad avallare le politiche ultra-nazionaliste che da alcuni anni sembrano aver ripreso vigore presso la Knesset (costituita per altro da un buon numero di coloni e da personaggi di indiscutibile vocazione sciovinista). Quelle israeliane sono di fatto strategie improntate a condurre una politica fondata sull’esclusivismo e poco disposta a privilegiare i negoziati di pace, anteponendo la rivendicazione delle proprie particolarità e delle proprie discutibili aspirazioni a discapito della sicurezza collettiva.