Se il centro si rimette in gioco

 

 

La questione del “centro” rischia di essere un paradosso: da più parti se ne invoca l'importanza per il metodo, per la capacità di rappresentanza, per il progetto politico inclusivo e allo stesso tempo se ne constata l'irrilevanza se non addirittura la scomparsa.
Il recente articolo di Ilvo Diamanti su questo tema ci dice del grande bisogno per la democrazia di un recupero delle suddette caratteristiche del centro, incarnate storicamente dai cattolici, anche se non in modo esclusivo, soprattutto durante la lunga stagione della Democrazia Cristiana.
Come ha lucidamente spiegato su Il Domani d'Italia Giorgio Merlo, non si tratta di pensare a una mini-dc o a ennesimi partitini centristi senza prospettiva, ma ciò che conta è “rimettere in gioco un patrimonio culturale e politico” rispetto alle sfide che abbiamo di fronte.
 
La tesi di Merlo, a mio parere, costituisce un invito a cogliere le implicazioni e le grandi potenzialità di questo rimettersi in gioco. Si deve partire dal riconoscimento che la crisi del centro è coincisa con l'impoverimento e il declino della classe media e non per il venir meno della validità di una cultura politica improntata alla ricerca della mediazione e della moderazione. Diamanti però nell'articolo su Repubblica imputa alle forze politiche “populiste” che in gran parte hanno eroso la vasta base popolare del consenso al centro, il rifiuto della ricerca del compromesso.
Siamo sicuri che le cose stiano così? Io credo di no. Può essere benissimo che per inesperienza o per formazione Movimento Cinque Stelle e Lega facciano fatica a riconoscere i pregi del centro. Ma la chiusura al compromesso non viene da questa parte, ma dall'altra parte della barricata, dalle élites. In seguito alla rivoluzione tecnologica e alla globalizzazione l'establishment ha maturato la pericolosissima convinzione che sia superabile il compromesso tra capitalismo e democrazia sul quale si è fondata la nostra vita democratica e lo sviluppo economico e sociale dal dopoguerra. Il business, almeno nell'immediato, si fa più e meglio senza il welfare, riducendo tutele e costi del lavoro, con il controllo privato da parte delle grandi banche d'affari delle politiche economiche e monetarie degli stati comandati da una presunta neutralità degli organismi internazionali.
 
Renzi, e poi Macron, hanno personificato questo “falso centro” che si autodefinisce popolare e che si colloca al centro rispetto alle opposte ali estreme, ma che in realtà, come hanno dimostrano le loro politiche, ha come linea guida il tirare dritto nell'applicare le sole politiche gradite ai detentori del potere economico e finanziario transnazionale, quelle neoliberiste. La verità è che le oligarchie, i veri poteri forti che comandano in Occcidente, non sono più interessati alla mediazione con il resto della società, considerano la classe media non più utile e dunque spendibile, la domanda interna ininfluente rispetto ai loro affari, che vengono dall'export ma ancor di più dalla speculazione finanziaria. L'esatto contrario di quello che avviene fra i Paesi emergenti, i Brics innanzitutto, dove l'obiettivo è ampliare il più possibile la classe media, facendo crescere salari, tutele e consumi.
 
Da questo rifiuto del centro, fatto non dai populisti bensì dall'establishment, è nato quel clima di ribellione dell'elettorato popolare che sta cambiando gli equilibri politici al di qua e al di là dell'Atlantico.
Credo dunque che in un simile contesto rimettersi in gioco da parte dei cattolici e di quanti credono nella validità e attualità di una cultura politica di centro, significhi oggettivamente, anche al di là delle proprie intenzioni, sfidare un ordine di cose e di poteri che dal centro, da una politica orientata alle mediazioni, crede di poter prescindere in quanto ha già radicalmente realizzato la propria secessione dal resto della società. Una illusione che riempie di incognite il nostro futuro, e che deve motivare il nostro impegno a metterci in gioco.