SICILIA: REDIMIBILE SI’, MA SE CAMBIA

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Nella fase più delicata, oltre che confusa e pasticciata, del dibattito politico per la scelta dei candidati del centro-sinistra e del centro-destra (il M5S ha già indicato il proprio) alla presidenza della Regione siciliana esce per i tipi della Rubbettino il volume Redimibile Sicilia.
L’autonomia dissipata e le opportunità dell’insularità di Gaetano Armao, studioso attento di scienze dell’amministrazione e di diritto pubblico oltre che uomo politico ed amministratore (è stato assessore con varie deleghe nel governo regionale guidato nella scorsa legislatura da Raffaele Lombardo) sensibile ai temi della storia della Sicilia. 
 
Riducendo le molte interessanti tematiche affrontate nel libro alle tre quistioni evidenziate dal titolo non si può certo non essere d’accordo sulla redimibilità della Sicilia, sulla dissipazione della sua autonomia e sull’opportunità che oggi offre la sua condizione di insularità. Non è un consenso di maniera né di per sé scontato questo che si esprime, ma come cercherò di dimostrare una convergenza piena seppure con qualche distinguo. Ciò che invece è più difficile condividere delle tesi svolte da Armao è il presupposto su cui sono fondate e la conclusione che implicano: che il futuro della Sicilia dipenda non tanto dalla sua capacità di cambiare quanto piuttosto dalle azioni che in suo favore dovranno fare altri: primi fra tutti lo Stato e l’Unione Europea.
 
Ma andiamo con ordine e veniamo alla prima tesi da me condivisa: la redimibilità della Sicilia. Forse quest’ultima sarà buttanissima (Pietrangelo Buttafuoco, Buttanissima Sicilia. Dall’autonomia a Crocetta tutta una rovina, Bompiani, 2014) ma chi è senza peccato scagli la prima pietra e, comunque,non possiamo condannarla Noi Siciliani che siamo stati e siamo i suoi signori e quindi la causa della sua perdizione. E poi ritenere irredimibile la Sicilia (come non è vero che sostenesse Leonardo Sciascia) significa pensare di salvarsi l’anima da soli.
 
Attribuendo tutte le colpe alla Comunità astrattamente percepita. Ora, è proprio questo solipsismo, con la sua totale assenza di senso di comunità, che sta alla base dello smarrimento della Sicilia. Continuare a ribadirlo, anche se in forme più moderne e sofisticate, non solo non può cambiare la situazione ma, se possibile, l’aggrava. Che è poi quello che fa la classe dirigente attuale con il suo scetticismo ed il suo disincanto. Credere, invece, che la Sicilia ce la possa fare è il primo passo per il suo riscatto e ben ha fatto Armao a sottolinearlo.
 
Anche la seconda quistione trattata mi trova d’accordo: l’autonomia lungi dall’essere valorizzata in questi più di settanta anni di regionalismo speciale è stata dissipata. Ma non tanto perché i suoi istituti (la potestà legislativa “esclusiva”, la forma di governo con elementi di “presidenzialismo”, l’organizzazione dei poteri locali) non sono stati utilizzati a dovere o lo Stato non ha mantenuto fede ai suoi impegni smantellando prima l’Alta Corte, poi il sistema della “solidarietà nazionale” ed infine sottomettendo l’attuazione dell’ordinamento statutario alla mannaia delle norme di attuazione. Quanto, piuttosto, perché essa è stata disconosciuta nel suo più intimo significato di principio di organizzazione nuovo, non fondato cioè sulla forza di imporsi ma sulla capacità di creare relazioni istituzionali collaborative, cooperative, integrative.
 
Da qui, poi, il rigetto dell’autonomia quale autogoverno al tempo stesso comunitario e responsabile e conseguentemente l’affermarsi dell’idea che essa si configurasse come sfera di potere soltanto più ristretta rispetto a quella dello Stato. Insomma, una condizione di privilegio e non, invece, di più attento servizio alle comunità siciliane.
 
E veniamo al tema dell’insularità che costituisce oggi indubbiamente una grossa opportunità per la Sicilia ma a condizione  che non venga ridotto esclusivamente ad una quistione di fiscalità di vantaggio. E non perché la Sicilia non ne abbia pieno diritto in quanto, come diceva proprio a Palermo ieri l’altro Matteo Renzi, dopo aver salvato la faccia all’Europa intera con la sua impareggiabile capacità d’accoglienza, per la Sicilia il riconoscimento di un regime fiscale differenziato dovrebbe essere non genericamente doveroso ma specificamente obbligatorio.
 
Piuttosto perché l’insularità mediterranea della Sicilia –nella nuova concezione in cui il mare non costituisce un confine, un limite, un ostacolo ma il tessuto connettivo di un’area ricca di storia, cultura, bellezze naturali, potenzialità socio-economiche- è quel quid che ne fa la differenza elevandola a punto di riferimento e motore propulsivo della costituenda Macroregione del Mediterraneo occidentale. Strategia della quale, finalmente, si è cominciato a parlare e che potrebbe costituire una prospettiva di riforma anche per tutto il Mezzogiorno.
 
Il discorso su questo punto dovrebbe essere naturalmente approfondito ma in questa sede non è possibile e quindi conviene senz’altro passare alla conclusione , accennando all’ultimo punto per così dire di metodo sul quale la mia opinione differisce non poco da quella di Armao. Mi riferisco, in particolare, al fatto che dalla trama sottesa ai ragionamenti condotti nel volume da Armao emerge –al di là del richiamo alle “carte in regola” di Piersanti Mattarella o della critica ad una visione statutaria meramente “rivendicazionista”- un’idea persistente di autonomia in cui al primo posto si colloca il dire ciò che gli altri (nello specifico lo Stato e l’Unione Europea) ci devono e non invece il fare che Noi Siciliani dobbiamo mettere in atto se vogliamo, già solo per questo, cambiare il nostro modo di essere.
 
Ebbene, fin quando questa metànoia non si sarà verificata ed ognuno di noi non si sarà convinto che il valore dell’autonomia sta tutto nella capacità di autogovernarsi e quindi di fare comunitariamente da sé sarà difficile se non impossibile credere che la Sicilia si possa redimere e da buttanissima diventare bellissima (come afferma Nello Musumeci con il suo Movimento).