Statista illuminato o spregiudicato demagogo?

 

 

Marco Beck
(Osservatore Romano)
 
L’anno che ci siamo lasciati alle spalle va in archivio con un bilancio ben poco esaltante per l’industria culturale italiana. I media ci hanno propinato statistiche allarmanti, bollettini sanitari indicativi di situazioni patologiche in quasi ogni comparto. Il teatro, immancabilmente bisognoso di contributi pubblici e sponsorizzazioni, ondeggia fra alterne fortune e soprattutto sfortune. Il vistoso tracollo delle vendite di biglietti cinematografici scuote persino parecchi ciclopici “multisala”. Un’inarrestabile emorragia di copie affligge quotidiani e periodici nazionali, sempre più esposti alla concorrenza dei devices elettronici, con gli smartphone polifunzionali ormai dilaganti, mentre si assiste a malinconiche chiusure di edicole. 
 
Né gode di miglior salute l’editoria libraria: la proliferazione di eventi, festival, fiere, presentazioni non basta a risollevare le «mediocri sorti e regressive» degli editori. Un lieve incremento del fatturato globale, dovuto solo all’aumento dei prezzi, trova un risvolto negativo nella flessione di copie vendute. Le librerie indipendenti faticano a sopravvivere. E la misera percentuale di lettori di almeno un libro nell’arco di un anno, inchiodata al quarantadue per cento, relega l’Italia nella fascia mortificante dei paesi europei con i più bassi indici di lettura.
 
Eppure il biennio 2016-2017 ha registrato, a ben vedere, un fenomeno interessante e confortante nel settore dell’editoria classica. A fronte di un assottigliarsi della produzione specialistica in area greco-latina, quale emerge dalla riduzione di opere originali curate al massimo grado di filologia, ossia tradotte, inquadrate nel contesto storico-culturale, chiosate e commentate (probabile riflesso della minore incidenza degli studi umanistici a livello liceale e universitario), si è manifestato un sorprendente accrescimento di rivisitazioni del mondo antico in chiave nobilmente, e spesso appassionatamente, divulgativa. Studiosi di alto profilo accademico si sono impegnati a “spezzare il pane” delle civiltà, delle letterature e delle arti fiorite in Grecia e nell’orbis romano, così da permettere di masticarlo e gustarlo anche a lettori sprovvisti di una “dentatura” robusta, cioè — fuori di metafora alimentare — in scarsa familiarità o addirittura senza alcuna confidenza con il lessico, la morfologia e la sintassi del greco e del latino. Si tratta di un trend che, pur praticando sconti di carattere strumentale (citazioni di testi perlopiù in sola traduzione, traslitterazioni in caratteri latini di vocaboli greci, linguaggio tendenzialmente perspicuo), restituisce comunque con adeguato spessore concettuale i fondamenti di quelle culture su cui continuano a reggersi i pilastri filosofici, etici, politici e (perché no?), scientifici delle moderne società occidentali.
 
Se quest’opera di salvataggio del patrimonio ereditato da Atene e Roma e di acculturazione di un pubblico relativamente ampio riscuote successo, come certificano le classifiche dei bestseller, il merito è di quella qualità, oggi piuttosto rara ma non certo estinta e nemmeno destinata a estinguersi, che si chiama competenza. La quale presuppone di necessità un’accurata formazione di classicisti muniti di una tale padronanza delle loro discipline da potere sia affrontare le più impervie tematiche riservate agli «addetti ai lavori», sia — attraverso l’insegnamento e la pubblicazione di libri accessibili — mettere il loro sapere, in modo per così dire democratico, a disposizione di vaste platee, e non esclusivamente di ristrette élites.
 
Sul tasto della competenza, intesa in questa accezione “mediatrice”, batte con sano realismo un’eminente cattedratica di Cambridge, Mary Beard, autrice di Fare i conti con i classici. Leggerli, studiarli, amarli (traduzione di Carla Lazzari, Milano, Mondadori, 2017, pagine 384, euro 25). Il volume in questione dispiega un ventaglio di incursioni nei territori di pertinenza tanto dei grecisti quanto dei latinisti (da Saffo a Tucidide, da Cicerone a Tacito, con digressioni su Pompei e finanche su Asterix), raccogliendo i frutti di un’attività collaterale: quella di curatrice per l’antichità classica del «Times Literary Supplement» e collaboratrice di altre prestigiose testate culturali. Convinta che «l’intreccio inestricabile della tradizione classica con la cultura occidentale» preservi quest’ultima dal subire «ferite sanguinose» e dall’andare incontro a «un tetro futuro», Beard fa dipendere «la forza globale dei classici» dall’ampiezza della domanda di «quanti ritengono necessaria la presenza nel nostro mondo di persone che conoscano il latino e il greco», di «quanti considerano queste competenze importanti e, in ultima analisi, meritevoli di essere pagate».
 
Una consistente somma di competenze — storiografiche, letterarie, sociologiche, psicologiche — occorre di sicuro per poter ritrarre, con l’equilibrio e la razionalità richiesti dai recenti sviluppi della ricerca, a compensazione della lacunosità e tendenziosità delle fonti antiche, una figura controversa e per molti aspetti ancora misteriosa come quella di Pericle, “regista” della politica ateniese nel v secolo prima della nascita di Cristo, incarnazione emblematica della democrazia all’interno e del contemporaneo imperialismo all’esterno. E competente si dimostra in effetti Vincent Azoulay, docente di Storia greca all’Université de Paris-Est Marne-la-Vallée, nello scolpire a tutto tondo un “mezzobusto” del discusso statista nella biografia intitolata “tout court” Pericle, con sottotitolo La democrazia ateniese alla prova di un grand’uomo (traduzione di Cristina Spinoglio, Torino, Einaudi, 2017, pagine 306, euro 30). 
 
Azoulay, seguace della scuola francese di indirizzo storico-antropologico, erede dei vari Dumézil, Grimal, Vernant, Vidal-Naquet, Detienne, si cimenta in un’impresa sfidante: cercare di separare, nel campo della vita e dell’operato di Pericle, il grano dell’oggettività dal loglio della mitologia. Operazione resa difficile, al limite della praticabilità, da un doppio ordine di problemi. All’intrinseca ambivalenza (se non proprio ambiguità) dello stratega, le cui azioni non furono — com’è d’altronde “umano” — sempre coerenti, si è infatti sovrapposta una sconcertante disparità di valutazioni nel giudizio di contemporanei e posteri. Al punto che si potrebbe definire Pericle, con un aggettivo oggi di moda, un personaggio divisivo. Anche su di lui è inevitabile porsi il medesimo interrogativo formulato da Manzoni sul conto di Napoleone: «Fu vera gloria?». Si consideri, ad esempio, la flagrante antinomia per cui il geniale oratore, l’illuminato reggitore di una polis da lui condotta all’apice della democrazia (non senza scompensi e degenerazioni, beninteso), della supremazia navale, della creatività teatrale, della religiosità civile, del pensiero filosofico, dell’architettura e scultura grazie alla collaborazione con Fidia nello sviluppo dell’Acropoli culminante con il Partenone, fu al tempo stesso, negli anni 440-439, lo spietato repressore della rivolta degli isolani di Samo intenzionati a ritirarsi dalla Lega di Delo, svincolandosi dall’esosa egemonia ateniese. E si rifletta sulla tortuosa strategia di un condottiero che prima innesca con le sue mire espansionistiche la guerra del Peloponneso contro la granitica Sparta, e poi lascia che gli incursori nemici devastino le campagne dell’Attica, rinunciando a combattere per mantenere ostinatamente il suo popolo al riparo delle Lunghe Mura, estese da Atene al Pireo. Sino all’infuriare di una pestilenza causata da quel sovraffollamento e risultata per lui stesso, nel 429, fatale.
 
L’autore di questa nuova, intelligente biografia invita ad accantonare ogni pregiudizio, ad assumere una posizione equidistante sia dalla zona bianca degli encomiasti, sia da quella grigia dei critici moderati, sia da quella nera dei detrattori radicali. Individua gli archetipi di quelle discordanti tradizioni: lo storico Tucidide che, rivalutato solo di recente come fonte attendibile (con forti dubbi, peraltro, sulla fedeltà dei discorsi messi in bocca a Pericle), tratteggia il modello di un governante saggio e incorruttibile; Plutarco che nella Vita di Pericle, parallela a quella del romano Quinto Fabio Massimo “il temporeggiatore”, insinua tra molte luci non poche ombre; i poeti comici concordi nel pronunciare caustiche accuse di deriva tirannica e in sostanza allineati ai filosofi, più marcatamente a Platone, con la sua denuncia di presunta demagogia, che non ad Aristotele e ai peripatetici, sostenitori di opinioni contraddittorie. Tali oscillazioni — come mostra Azoulay nei capitoli x, Un lungo purgatorio, e xi, La fabbrica del mito — si perpetuarono in età moderna per effetto di opportunistiche adesioni al cliché di volta in volta conforme all’ideologia dominante.
 
Pressoché ignorata dal Rinascimento, denigrata da Machiavelli e salvata dal solo Guicciardini, la figura di Pericle conobbe nel Seicento un’eclissi totale. La riscoprirono in positivo la Germania neoclassica di Winckelmann e l’Inghilterra vittoriana, potenza coloniale imperante sui mari. Durante la seconda guerra mondiale, il “mito pericleo” fu paradossalmente strumentalizzato tanto dall’aggressiva propaganda nazista quanto dall’irriducibile orgoglio britannico. Oggi, tra gli studiosi europei e americani, scoccano ancora scintille di segno opposto. E se nei manuali scolastici si è ormai cristallizzato il topos del “secolo di Pericle” e lo statista ateniese sembra diventato un’icona radiosa, l’immaginario contemporaneo (narrativa, cinema, internet) lo ha disinvoltamente rimosso.
 
Quale, dunque, l’autentica novità del Pericle di Azoulay? L’analisi del complesso rapporto tra i polítai, i cittadini, e il più volte rieletto strategós, il “premier”. Poiché, «lungi dal dirigere Atene come un monarca, Pericle viveva sotto tensione nel contesto di un crescente dominio del demos».