Sulla barca dei sogni

 

 

Gabriele Nicolò
(Osservatore Romano)
 
Più di trenta persone, durante l’occupazione tedesca, furono nascoste nella soffitta della chiesa romana di San Gioacchino, avendo così salva la vita. Si tratta di una pagina storica, ricca di umanità e carità, scritta da quattro Giusti fra le Nazioni — riconoscimento sancito il 18 ottobre 2009 con la coniazione di quattro medaglie e due cippi marmorei — che si prodigarono a favore di ebrei, antifascisti e renitenti alla leva. I Giusti sono padre Antonio Dressino, redentorista; suor Margherita Bernès, delle Figlie della Carità; l’ingegnere Pietro Lestini, vicepresidente dell’Azione cattolica, e Giuliana, sua figlia. L’opera di assistenza, encomiabile e coraggiosissima, svolta dai «quattro eroi di san Gioacchino» è raccontata nella pubblicazione di padre Ezio Marcelli intitolata Stupenda pagina di cronaca nella chiesa di san Gioacchino a Roma. Ottobre 1943 - Giugno 1944. Una pagina che prende avvio con una riunione della comunità redentorista cui parteciparono dodici preti e quattro coadiutori, durante la quale — come annotò padre Antonio Tosti, cronista dei redentoristi — ci fu una serrata consultazione per decidere su «affari delicati», ovvero in che modo accogliere negli ambienti parrocchiali sia ebrei che perseguitati politici. E al termine di quell’incontro si diede avvio alla grande operazione. 
 
In un primo momento alcuni rifugiati furono ospitati nelle stesse camere dei redentoristi, al primo piano della casa; altri nelle stanze intorno alla chiesa. Fra quelli che abitavano le stanze della comunità c’era l’avvocato Enrico Molè, del Partito d’Azione (che nel dopoguerra sarà ministro prima dell’Alimentazione e poi della Pubblica istruzione). Molè indossò l’abito dei religiosi e visse con loro sotto il falso nome di padre Conca. 
 
Fu padre Italo Beltrame a prendersi cura dei primi tre ebrei, cui fu affidato il compito di “custodire”, giorno e notte, la sala del teatro della comunità parrocchiale. La vera incombenza consisteva, a ogni rumore sospetto, nello scattare subito e nel prendere quindi cenci e ramazza per spazzare. Successivamente, quando le ispezioni di chiese e conventi, da parte degli ufficiali tedeschi, divennero più frequenti e accanite, gli ospiti — era il 25 ottobre 1943, qualche giorno dopo il rastrellamento del ghetto di Roma, avvenuto il 16 — furono accompagnati nello spazio tra la volta e il tetto della chiesa. Persero così ogni contatto con il mondo, ma era una segregazione che li metteva al riparo da ogni minaccia. 
 
Ad assisterli ci pensarono il parroco, padre Dressino, coadiuvato da padre Beltrame e da padre Roberto. L’idea di metterli nella soffitta della chiesa era stata dell’ingegnere Lestini; il sacrestano, Domenico Pizzato, intanto, durante sette mesi rischiò la vita ogni giorno, impegnandosi, per duecento lire mensili, a far salire sulla terrazza della chiesa, tutte le sere, i secchi con il cibo e a far scendere quelli con i rifiuti. 
 
Il peso maggiore dell’assistenza ai rifugiati, come ricorda la pubblicazione, fu sostenuto da suor Margherita Bernès, di nazionalità francese. Per dieci anni aveva lavorato nel laboratorio delle Figlie di Maria, perciò era molto conosciuta e apprezzata nel rione Prati. Degni di ammirazione furono il suo coraggio e il suo impegno: basti pensare che per oltre sette mesi, quando il pane era drasticamente razionato, suor Margherita riuscì comunque a far pervenire il cibo a «quella gente lassù». Nel ricordarla, la consorella Giuseppina Farina sottolinea: «Noi avevamo un po’ paura, forse anche molta; lei no, non ha mai avuto paura». 
 
Quella soffitta, poi denominata «la barca dei sogni», era polverosa e malconcia. Infestata da ragni, mosche e tarli, era inoltre ingombra di tegole rotte e sconnesse e di ferri corrosi dalla ruggine. Eppure rappresentò la salvezza per decine di perseguitati. Su una parete della soffitta, uno di loro, per ricordare quella situazione drammatica, tracciò tre disegni a carboncino, raffiguranti un recluso che si copre il volto con le mani, il volto di Cristo coronato di spine (visibile ancora oggi) e una Madonna con il Bambino. Il 2 novembre 1943, con l’intensificarsi delle ispezioni dei tedeschi nelle chiese e nei conventi, fu presa una decisione, grave ed estrema. Di fronte alla scelta di lasciare la soffitta o di farsi murare dentro, i rifugiati decisero per la seconda opzione. E la notte del 3 novembre, a lume di candela, la porta venne murata. La vita di quei perseguitati restò dunque perfettamente nascosta, anche ai loro parenti più stretti, fino alla fine di maggio. 
 
La pubblicazione ricorda che se la vita in quella soffitta era difficile, quella in città lo era altrettanto. Gli scontri fra i partigiani e i tedeschi si facevano sempre più frequenti, fino al culmine rappresentato dall’attentato di via Rasella, con la conseguente rappresaglia conclusasi nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. E anche il territorio della parrocchia di San Gioacchino fu macchiato di sangue. Nel pomeriggio del 2 marzo 1944, proprio davanti alla chiesa, veniva uccisa da un colpo di moschetto Adelaide Frasca, che da anni serviva la comunità parrocchiale. Il giorno dopo veniva assassinata, in viale Giulio Cesare, da un soldato tedesco un’altra donna, Teresa Gullace, «alla soglia di una nuova maternità», come reca inciso la lapide commemorativa: Teresa fu uccisa «mentre invocava e confortava il marito razziato dalla sbirraglia nazifascista». 
 
Padre Marcelli fa una ricostruzione minuziosa, diaristica, del confluire di nuovi “ospiti” in quella soffitta, segnando il giorno del loro arrivo e impreziosendo la narrazione di particolari anche divertenti e curiosi, pur inseriti in un contesto quanto mai drammatico: si annotano, per esempio, gli apprezzamenti dei commensali che hanno appena gustato, o meglio divorato, la cena issata grazie a una corda e preparata dalle sapienti mani di suor Margherita. 
 
Toccante è il capitolo della pubblicazione intitolato Tutti a casa. È sabato 3 giugno 1944. Il cronista dell’epoca annota che corrono voci che presto i tedeschi abbandoneranno Roma. E lo stesso giorno padre Beltrame si era accorto che alcuni membri della Fai (una milizia fascista) guardavano con troppo insistenza verso il timpano della chiesa: subito, dunque, avvisò i responsabili dell’assistenza ai rifugiati. Sarebbe stata «un’atroce beffa», evidenzia padre Marcelli, se i perseguitati, dopo essere stati assistiti per sette lunghi mesi, fossero alla fine caduti in mano ai nazifascisti. E mercoledì 7 giugno, ovvero qualche giorno prima che gli alleati liberassero Roma, il rettore della chiesa, dopo aver preso le dovute precauzioni, decise di far uscire i rifugiati dalla soffitta. Fu allora praticata un’apertura nella porticina che era stata murata e, scrive il cronista dell’epoca, echeggiando il divino poeta, «tutti riuscirono a veder le stelle». Alle loro spalle lasciavano «la barca dei sogni», che per loro aveva rappresentato un luogo di dolore ma anche di speranza.
 
 
 
(31 Gennaio 2018)